INIUNCTIS DE IURE INIUNGENDIS. - Clausola che suol essere apposta ai rescritti con cui si concedono dispense e assoluzioni. Evidentemente il contenuto varia secondo i casi in oggetto, l'entità della dispensa o dell'assoluzione richiesta. P. es., nei rescritti con cui si concede l'assoluzione da una censura, la formula i.d.i.i. significa che il censurato deve riparare i danni e lo scandalo, nel caso che ce ne fossero stati, e accettare una salutare penitenza oltre quella sacramental. Cf. i can. 2252, 2254 e 2290.
INIZIAZIONE. - Dal lat. in-eo (da cui initium, initiare) «entrar dentro», qui nel senso sacrale di essere ammesso tra i partecipi di un dato gruppo religioso. L'Il. è un rito che effettua e consacra il passaggio di un individuo (o di un gruppo) da una condizione all'altra di vita e specificamente dal mondo profano a quello sacro.
Nei gruppi umani primitivi hanno grande rilievo i riti che introducono il giovane nella società degli adulti. Per questo argomento, V. sotto.
I. NELLE RELIGIONI DI CULTURA
I riti iniziativi, che introducono religiosamente a una nuova condizione divita, comportano tre momenti: di separazione dell'iniziano dal mondo a cui ha fino allora appartenuto, durante la quale viene ammaestrato intorno ai principi e ai doveri propri dell'associazione; di prova, nel quale l'iniziano è assoggettato a prove, spesso dolorose, che debbono dimostrare la sua capacità di resistenza, conforme agli obblighi e alle condizioni della nuova vita a cui aspira; di aggregazione che dà all'iniziano, attraverso un cerimoniale, spesso complicato, l'investitura di membro della nuova società, e il diritto di fregiarsi del distintivo della medesima.
Nei gruppi primitivi l'ì. è unica per tutti gli uomini del clan, ma quando questo si allarga a tribù, per acquisto di territori e aggregazione di elementi estranei, i riti iniziati diventano privilegio dei più anziani, che se ne valgono per esercitare un'azione direttiva sugli uomini del gruppo.
Sorgono così le società segrete che si moltiplicano a seconda degli obbiettivi specifici a cui mirano e delle capacità mistico-magiche di cui si ritengono depositarie. Queste società segrete hanno a patrona una Potenza divina o spiritica alla quale gli addetti si assimilano mediante una cerimonia che significa la morte dell'uomo vecchio e la sua resurrezione, grazie all'acquisto di una anima nuova che lo affretta agli altri membri della società facendolo partecipe delle loro capacità mistico-magiche di dominio sulle cose e sugli uomini.
Per l'iniziano ai misteri, V. MISTERIO. Per l'iniziano cristiana, V. BATTESIMO.
Nicolas Turchi
II.
I. DELLA GIOVENTÙ NEI POPOLI PRIMITIVI
In parecchie popolazioni che appartengono ancora alle culture originarie, verso il periodo della pubertà, i giovani e le ragazze, prima di entrare a far parte affettiva della società, devono subire un'ì, la quale ha lo scopo d'inculcare solamente l'osservanza dei precetti morali che costituiscono l'ideale dell'educazione di queste popolazioni. L'osservanza di questi precetti è pure un dovere religioso: alcune popolazioni (p. es., Yamana della Terra del Fuoco, America meridionale) insegnano espressamente agli iniziatori che «Wataunewa» (l'Essere Supremo), il quale vede ogni cosa esattamente, desidera l'osservanza di queste leggi e colpisce con la morte immatura il trasgressore o i suoi cari. Altre popolazioni, su cui si è meno informati, non sono così esplicite, tuttavia il carattere morale e religioso delle loro i. risulta dal complesso delle cerimonie. Un'altra caratteristica di queste i. consiste nel fatto che gli iniziando sono soggetti a morti-figazioni e penitenze, come digiuni, silenzi, poco riposo, ma non a pratiche dolorose.I giovani e le ragazze andamanesi, tra gli undici e i tredici anni, devono astenersi da cibi particolarmente graditi come il miele, la carne di tartaruga e di porco selvatico, e questo divieto dura finché non siano passati attraverso le i. le quali non sono segrete e nemmeno riservate a una sola parte della tribù: le donne partecipano anche alle i. dei giovani e gli uomini a quelle delle ragazze. Durante queste cerimonie si presenta al candidato un cibo dal quale deve astenersi. Egli si limita a guardarlo; il capo gli versa addosso alcune gocce di grasso di maiale e lo unge di burro. Gli iniziando devono inoltre stare in silenzio per alcuni giorni. Finalmente i parenti e gli amici ornano i giovani e li invitano a ballare, cosa che fanno fino all'esaurimento. Le ragazze, in queste circostanze, ricevono il nome di un fiore sbocciato allora e portano questo nome finché non siano diventate madri. La cerimonia dura nel suo complesso diversi giorni, poi cessa il primo divieto alimentare. L'anno seguente si ripete la festa, al termine della quale cessa un altro divieto.
I giovani e le ragazze yamana, giunti al periodo della pubertà, sono sottoposti a i. «le quali sono un corso sistematico di educazione» (Koppers). Anziani esperti e rispettati impartiscono ai giovani i doveri essenziali che si possono riassumere così: «Rispettate e aiutate i vecchi, non riferite le maldicenze che sentite, distribuite il bottino della caccia non solo agli amici ma anche agli estranei, non uccidete, non rubate e non fate del male, rispettate la moglie degli altri, aiutate tutti, siate laboriosi. Se trovate un bambino smarrito riportato alla sua famiglia anche se fosse il figlio di un vostro nemico, perché il bambino non è colpevole della vostra inimicizia».
Sostanzialmente uguali sono i precetti per le ragazze. Ad esse è ripetuto in modo speciale che devono alzarsi presto ed essere servizievoli con gli anziani. Questi raccomandano alle ragazze la modestia quando camminano (v. l'elenco completo dei precetti in Koppers, Gusinde e Boccassino).
Le i. delle popolazioni australiane, comprese quelle che appartengono ancora allo strato culturale più arcaico, sono molto più complesse e le donne possono partecipare solo a una parte delle cerimonie. In questa esclusione e in parecchi riti sono chiare le influenze del totemismo, ciclo culturale nel quale la posizione sociale della donna è molto indebolita rispetto a quella che aveva nelle culture originarie.
Il capo dei Kurnai (Nuova Galles del Sud, Australia), al termine delle cerimonie, narra con grande serietà l'antica storia della tribù, nella quale s'intrecciano la mitologia e la religione. Poi espone ai giovani le leggi morali che devono osservare: «Ubbidite ai genitori, dividete ciò che avete con gli amici e vivete in pace con essi, non abbiate rapporti con ragazze o con donne sposate, astenetevi da certi cibi finché gli anziani non vi diano il permesso di mangiarli». Tutte le circostanze che precedono e accompagnano l'enunciazione di questi precetti — cerimonie e balli estenuanti per diversi giorni, il silenzio della notte, la solitudine della foresta, il cielo stellato, il richiamo dell'Essere Supremo — sono ordinate in modo da lasciare nei giovani la più profonda impressione (W. Schmidt).
Ancora più complesse sono le i. degli Yuin (Nuova Galles del Sud, Australia), i quali appartengono alla cultura del bumerang (v. ETNOLOGIA, VII, 4). In queste cerimonie si trova già l'avulsione di un dente, fatta con uno scalpello di legno, che l'iniziando deve sopportare senza lamentarsi, se non vuole essere deriso per tutta la vita. L'iniziato è fiero di questa avulsione perché ha dato una prova di coraggio, ma forse ancora di più perché ha ricevuto un segno che lo distingue anche estremamente dai non iniziati e lo rende uomo nel pieno senso della parola, con tutti i diritti al governo della tribù. Nelle iniziazioni degli Yuin è già evidente la divisione della tribù in due categorie: iniziati (uomini) e non iniziati (bambini, giovani, donne). Questa divisione è una caratteristica del totemismo. Ma, non ostante questi elementi non originari, nelle iniziazioni degli Yuin l'autorità dell'Essere Supremo è ancora forte: gli iniziati sono espressamente ammoniti che «gli dal cielo vede tutto e punisce i trasgressori.
Nelle i. dei Kamilaroi (Nuova Galles del Sud, Australia) gli anziani insegnano ai giovani che nella divisione del bottino devono avere la preferenza i vecchi, i malati e le famiglie numerose.
Le i. dimostrano che: 1) anche le popolazioni primitive hanno un determinato ideale di educazione che cercano di imprimere nei giovani; 2) per un'educazione sociale completa non basta l'autorità dei genitori ma occorre anche quella del gruppo sociale, il quale nelle culture originarie è appena agli inizi e non in contrasto con la famiglia; 3) le culture originarie danno la stessa importanza all'educazione dei giovani e delle ragazze; 4) le mortifazioni (digiuni, silenzio, scarso riposo) compiute durante queste cerimonie provano l'importanza che questi indigeni danno al dominio di se stessi; 5) i giovani, cedendo agli anziani i cibi preferiti, dimostrano di essere convinti della necessità dell'altruismo e dell'assistenza estesa a tutti i membri della tribù (v. gli esempi di altruismo riferiti da W. Schmidt e W. Koppers in Völker und Kulturen, Ratisbona 1924, p. 185 sgg); 6) la morale ha un fondamento religioso: lo provano gli accenni all'Essere Supremo che esige l'osservanza dei suoi comandamenti e punisce i trasgressori. La sanzione talvolta è limitata a questa vita e consiste nella morte del colpevole o dei suoi cari o nelle malattie, talvolta è estesa anche all'altra
vita. Il buon effetto delle i. non si cancella per tutta la vita, come attestano gli studiosi che hanno osservato queste popolazioni sul posto.
Nelle culture più recenti le i. non sono più comuni ai giovani e alle ragazze e perdono in gran parte il loro compito originario essenzialmente educativo, anzi spesso sono associate a motivi sessuali osceni. Nel matriarcato solo le ragazze ricevono dalla madre una specie d'i. quando giungono al momento della prima mestruazione.
Nel totemismo sono iniziati solo più i giovani e sottoposti a pratiche dolorose come l'avulsione di un dente, la circoncisione, fatta con una scheggia litica tagliente o ritoccata ai margini, e la subincisione, con un coltello di pietra appuntito. - Vedi tav. CXXIV.
Lo studio delle i. primitive ha chiarito parecchi aspetti arcaici dei misteri greci.
BIML.: E. H. Man, On the aboriginal inhabitants of the Andaman Islands, Londra 1883; B. Spencer - F. J. Gillen, The native tribes of central Australia, ivi 1899; id., The northern tribes of central Australia, ivi 1904; A. W. Howitt, The native tribes of south-east Australia, ivi 1904; C. Strehlow, Die Aranda- und Loritja-Stämme in Zentral-Australien, Francoforte sul Meno 1907-20; J. G. Frazer, Totemism and exogamy, 4 voll., Londra 1910; B. Spencer, Native tribes of the northern territory of Australia, ivi 1914; H. Webster, Società segrete primitiva, Bologna 1922; W. Koppers, Unter Feuerland-Indianern, Stoccarda 1924; id., Pädagogik in den Urkulturen, besonders bei den Yamana auf Feuerland, in Österr. pädagogische Warte, Vienna 1927; C. Clemen, Zum Ursprung der griechischen Mystere, in Anthropos, 18-19 (1923-24), p. 431; M. Schulien, Die Initiationen-remonien der Mädchen bei den Atxubao, ibid., p. 69; id., Die Initiationen-remonien der Knaben bei den Atxubao (Portugiesisch-Ostafrika), in Im memoriam Karl Welle, Lipsia 1929; W. Schmidt-W. Koppers, Völker und Kulturen, Ratisbona 1924; M. Gusinde, Zur Ethik der Feuerländer, in IV Settimana internazionale di etnologia religiosa, Milano 1925 (Parigi 1926), pp. 156-71; id., Männerzermonien auf Feuerland und deren kulturhistorische Wertung, in Zeitschrift für Ethnologie, 58 (1926), p. 261; id., Die Feuerland-Indianer, I, Die Selk'man, Mödling press, Vienna 1931; id., Die Yamana, ivi 1937; G. Beyer, Die Mann-berichtsschule in Südafrika, in Zeitschrift für Ethnologie, 58 (1926), p. 249; id., A. Mairon, Eine Untersuchung über die Erziehung bei den primitiven Völkern der niederen Tägern und Sammler, 1928; F. Speiser, Die elusinischen Mystere, in Zeitschrift für Ethnologie, 60 (1928), p. 362; id., L. Walk, Die ersten Lebensjahre des Kindes in Südafrika, in Anthropos, 23 (1928), p. 38; id., Initiationen-remonien und Pubertätsriten der südafrikanischen Stämme, ibid., p. 861; id., F. Kern, Die Welt, vorein die Griechen traten, ibid., p. 24 (1929), p. 167; id., Die Welt, vorein die Griechen traten, ibid., p. 24 (1929), p. 167; id. Die Welt, vorein die Griechen traten, ibid., p. 24 (1929), p. 167; id.