INNOCENZO X, PAPA. - N. a Roma il 7 maggio 1574, m. ivi il 7 genn. 1655. G. B. Pamphili, discendente da una famiglia venuta a Roma da Gubbio sulla fine del sec. XV, era stato educato sotto la direzione di uno zio, che poi fu cardinale, laureato in ambe le leggi, avvocato concistoriale (1601), uditore di Rota (1604), nunzio a Napoli (1621-25) e nella Spagna (1626), cardinale (in pectore il 30 ag. 1627, pubblicato il 19 nov. 1629), prefetto della S. Congregazione del Concilio. La sua elezione (15 sett. 1644) rappresentò una reazione contro le tendenze francofili dell'ultimo periodo di Urbano VIII; in essa ebbero tuttavia gran parte i Barberini, nipoti di quest'ultimo.
Il suo avvento fu salutato con gioia, perché il Pamphili aveva fama di uomo colto in diritto e politico esperto. In realtà la sua figura, che appare sotto aspetti diversi nel mirabile ritratto del Velázquez, nella statua dell'Al-
delfi, nei busti del Bernini, era complessa. Alto e asciutto, olivastro, calvo e con barba rada, aveva aspetto burbero, sguardo penetrante; era taciturno, sospettoso, lento nel decidere; e tuttavia pio, buono, amante della giustizia e della pace. Soprattutto gli nocquero la tendenza ad accumulare denaro e a profonderlo poi non sempre opportunamente, e l'indebito amore per i suoi. I difetti dell'uomo e la gravità dei tempi, in cui si andava sgretolando l'unità del mondo cattolico e l'assolutismo dei principi appariva già minaccioso alla Chiesa, resero non felice né glorioso il suo pontificato.
Creò per primo un segretario di Stato non appartenente alla sua famiglia e, dopo la morte del Pancioli, diede l'ufficio a Fabio Chigi, il futuro Alessandro VII, uomo degno; si lasciò però, durante quasi tutto il pontificato, dominare dalla cognata Olimpia Maidalchini, intelligente ed energica, ma ambiziosa e di «nauseante ingordigia»; l'ascendente di lei fu tale che si favoleggiò fin di rapporti non leciti. Un figlio prima, poi congiunti di lei tennero il posto di «cardinale nepote», non sempre in accordo con la donna intrigante. Recò anche danno alla fama d'I. il non essersi avveduto delle falsificazioni del sottodatario Mascambruno, che poi egli, avvertito dal Chigi, fece processare e giustiziare.
I. provvide a lenire la carestia con elemosine e provviste di grano. Colta occasione dall'insolvenza del duca di Parma Ranuccio II Farnese e dalla sospettata complicità di lui nell'uccisione del vescovo di Castro, fece occupare e distruggere Castro (1619) e ottenne che questo e altri feudi passassero sotto il dominio diretto della Chiesa. Ma non seppe o non poté arrestare la decadenza politica ed economica dello Stato della Chiesa e il disavanzo, crescente anche per gli sperperi dei Pamphili.
Nella continua lotta tra Spagna e Francia, tentò di mantenersi in equilibrio, pure propendendo per la prima, il cui predominio giudicava meno gravoso alla Chiesa e all'Italia. Fece processare per le loro malversazioni i Barberini, che si erano stretti alla Francia; ma dovette riconciliarsi con loro per le minacce del Mazzarino. E, del resto, non fu largo di favori indebiti nemmeno alla Spagna: non consentì ad ingerenze del suo Re nel campo ecclesiastico; nella ribellione di Napoli (1647-48) offrì la mediazione tra la Spagna e gli insorti e disapprovò, come l'insurrezione, le vendette e la mancata fede spagnola. Se non riconobbe Giovanni IV re del Portogallo, non fu tanto perché questi fosse ribelle alla Spagna, quanto per le sue pretese alle nomine vescovili.
Confermò il Chigi quale rappresentante della S. Sede nel Congresso di Vestfalia e si adoperò per la pace; ma fu ostile a concessioni ai protestanti e, conclusa la pace (24 ott. 1648), protestò contro gli articoli lesivi degli interessi della Chiesa, con il breve Zelus domus meae, che, per non aggravare le condizioni della Germania, fu pubblicato soltanto il 20 ag. 1650, antidatandolo al 26 nov. 1648. Il breve ebbe risonanza assai scarsa; ma, più che la protesta, giovarono a riacquistare alla Chiesa parte del terreno perduto nella Germania la riunione di sinodi, le missioni, l'istituzione di seminari, che I. promosse. Al progresso spirituale della Chiesa contribuì, approvando o imponendo riforme di Ordini religiosi, sopprimendo congregazioni e conventi che avessero troppo scarso numero di membri, celebrando, fin con eccessiva pompa, il Giubileo del 1650, al quale convennero 700.000 pellegrini.
Confermò a più riprese la bolla di Urbano VIII contro l'Augustinus di Giansenio; ma non volle che fosse pubblicata in Fiandra con l'aggiunta di un decreto regio sull'assistenza del braccio secolare, come pretendeva il re di Spagna per trarne occasione di asservire la Chiesa. Approvò la condanna del S. Uffizio contro la proposizione dell'Arnauld sull'u-

Nei paesi infedeli inviò o favorì missioni, accrescendo i poteri di Propaganda; creò un Collegio maronita in Ravenna; elevò a università il Collegio dei Domenicani di Manila. Nella questione, acremente dibattuta tra Domenicani e Francescani da un lato, Gesuiti dall'altro, sulla liceità dei riti cinesi, approvò il decreto di Propaganda del 12 sett. 1645, che ne costituiva la prima condanna. Nel violento conflitto scoppiato nel Messico tra il potentissimo vescovo Palafox e i Gesuiti, si dichiarò in favore del primo, pure non approvandone le misure estreme, e restrinse i privilegi dei Gesuiti con vantaggio dell'autorità diocesana.
Aiutò Venezia contro i Turchi nella guerra di Candia e pensò a una lega, che naufragò per la diffidenza degli stessi Veneziani, con i quali poi venne in contrasto per la violazione della giurisdizione ecclesiastica.
Favorì gli studi storici dello Sforza Pallavicini e del Rinaldi. Continuò, in minore misura, le grandi opere costruttive dei suoi predecessori: commise al Bernini la decorazione dei pilastri longitudinali e il pavimento in musaico della navata centrale di S. Pietro e la colossale statua equestre di Costantino; all'Algardi il grande rilievo dell'altare di S. Leone Magno; al Borromini il rifacimento barocco della Basilica Lateranense. Fece sistemare nell'antica forma di stadio Piazza Navona, con il Palazzo Pamphili di Girolamo Rinaldi, la chiesa di S. Agnese del Borromini, le monumentali fontane del Bernini, mentre il nipote Camillo creava con l'opera dell'Algardi la villa del Gianicolo. Fece continuare da Carlo Rinaldi il Palazzo del Museo Capitolino e disegnare da Antonio del Grande le «Carceri nuove» in Via Giulia «securiori ac mitiori reorum custodiae», opera insieme di illuminato mecenatismo e di umanità eccezionale in quei tempi.
La salma di I., dopo essere rimasta per l'avarizia dei familiari «in un canto, in una cassaccia», ebbe modesta sepoltura in S. Agnese in Agone. - Vedi tav. V. BIBLICA.: Meglio del volume di J. Ciampi, I. X Pamfili e la sua corra, Roma 1878, che è manchevole nell'informazione, vedi Pastor, XIV, 1 e le molte opere ivi citate. Giovanni Battista Picotti