ITALO-BIZANTINO, RITO

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ITALO-BIZANTINO, RITO. - Può dividersi in due rami, l'italo-greco e l'italo-albanese. Con la prima denominazione si intende quel rito introdotto o rinnovato in Sicilia e nell'Italia meridionale con l'arrivo nel sec. VII di molti esuli dal prossimo Oriente, fuggiti davanti agli Arabi o piuttosto con lo stabilirsi in queste regioni del dominio dell'Impero bizantino. Ebbe la sua più bella fioritura dal IX al XII sec.; basta nominare fra tanti poeti illustrici s. Giuseppe l'Innografo. La presenza della liturgia di s. Giacomo, di s. Marco e di s. Pietro come quella di un proprio *Typicon* prova che il rito di

Costantinopoli colà praticato non era esclusivo. Nella lotta contro la latinizzazione dal sec. XIII al sec. XVI, doveva subire gravissimi danni. Inoltre l'arrivo di numerosi albanesi diede alla liturgia in uso nelle parrocchie una impronta più costantinopolitana, mentre l'antico rito italo-greco fu conservato nei monasteri basiliani, dei quali, nel sec. XIX, rimase uno solo, quello di Grottaferrata; ove il rito venne restituito alla primitiva genuinità, grazie agli interventi energici e generosi dei pontefici (cf. A. Rocchi, La badia di Grottaferrata, Roma 1904, p. 74), e conobbe così nuovo splendore.

Le particolarità di questo rito, non ancora abbastanza studiato, sono fissate in numerosi codici conservati nelle biblioteche di Grottaferrata, del Vaticano, di Messina; poi, per il periodo della decadenza, nei libri stampati a Roma o a Grottaferrata: le tre Liturgie (1601), il Liturgicon (simile al Messale plenario dei Latini; 1683), l'Orlogion (1677 e 1772), il Salterio (1685), il piccolo Euchologion (1831), dopo il rinnovamento, l'Orlogion (1950). L'ufficiatura denota un tipo nettamente più antico di quello bizantino odierno.

L'italo-albanese divenne il rito delle regioni di Calabria e di Sicilia quando i profughi dell'Albania si mischiarono agli scarsi fedeli ivi praticanti ancora il rito bizantino, cioè dopo il sec. XV. La lingua liturgica non cambiò, perché nell'Albania stessa era in uso il solo greco; probabilmente si ebbero molte nuove nel canto liturgico che sono tuttora conservate (cf. F. Falsone, I canti ecclesiastici greco-sicili, Padova 1936, litografia). Gregorio XIII (1573), Clemente VIII (1595), Benedetto XIV (1742) diedero diverse istruzioni per regolare il rito. Erano state stampate a Roma nel 1526 le tre Liturgie e nel 1598 una specie di Breviario chiamato Anthologion, redatto da Antonio Arcadio.

Quando dalla S. Sede fu istituita una commissione per l'edizione dei libri liturgici orientali, vide la luce il Triodion nel 1724, con la voluta falsa indicazione di Bologna; fu ristampato in 9 voll., nel 1738, l'Anthologion di A. Arcadio, e nel 1754 uscì l'Euchologion; in questa occasione Benedetto XIV emanò la bolla Ex quo primum (1° apr. 1756) dove fu la storia di questa edizione eseguita lungamente alcune osservazioni rituali proprie agli Orien- tali. Poi, dal 1873 al 1902, furono stampati tutti i libri liturgici del rito bizantino, ad eccezione del Typicon, in 16 voll.; fu ripresa l'edizione dell'Orlogion nel 1937 e sono in preparazione un Archieraticon e un Aghiat- smatarion. Da tutti questi libri si vede che il rito italo-albanese non differisce affatto, quanto ai testi e alle rubriche, da quello usato a Costantinopoli o in Grecia.

Bibl.: P. P. Rodotà, Dell'origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, osservato dai Greci, monaci basiliani e albanesi, Roma 1758-63; T. Toscani, Ad Typica Graecorum ac praesertim ad Typicum Cryptofortantes S. Bartholomaei abbat. animadversiones, ivi 1864; C. Korolevsky, Il rito bizantino dei sec. X-XIV. Studio storico e liturgico, in Bollettino della badia greca di Grottaferrata, nuova serie, 1 (1947), pp. 5-16, 144-54; 2 (1948), pp. 76-86; T. Minisci, Le preghiere duo du povo dei codici criptensi, ibid., pp. 65-75, 117-26; 3 (1949), pp. 3-10, 61-66, 121-32; 185-94; 4 (1950), pp. 3-14; anno, Rito della son- lenne professione dei Megaloschimi secondo il Typikon di Grotta- ferrata, Grottaferrata 1941.

Si citano i seguenti articoli anche a motivo della loro ricca bibliografia: C. Giannelli, Un documento sconosciuto della po- lemicia tra Greci e Latini intorno alla formula battesimale, in Or. Chr. periodica, 10 (1944), pp. 150-67; G. Garitte, Deux manus- crits italo-grecs, in Miscellanea G. Mercati, III, Città del Vati- cano 1946, pp. 16-40; A. Strittmatter, Liturgical Latinism, in a Twelfth century Greek Euchology, ibid., pp. 41-64; S. Salaville, Studia Orientalia liturgica-theologica, Roma 1940, pp. 138-42 (sull'Anthologion di Arcadio); P. De Meester, Catechismus lit- turgico del rito bizantino, Pompei 1929; C. Korolevsky, L'edi- tion romaine des Ménées grecques, in Bollettino della badia di Grottaferrata, 3 (1949), pp. 30-40, 153-62, 225-47; 4 (1950), pp. 15-16.