ITALO-ALBANESI

ITALO-ALBANESI. - Sono così chiamati quei cittadini italiani che vivono nei comuni (oltre un centinaio) di cui si può documentare l'origine alba-nese, sorti in Italia (Abruzzi e Molise, Campania, Puglie, Lucania, Calabria, Sicilia, Veneto, Istria, Dalmatia) dai forti nuclei di Albanesi emigrati dal sec. XV al XVII, prima e dopo la morte (17 gen. 1468) dell'eroe nazionale, Giorgio Castriota Skanderbeg e la conseguente caduta dell'Albania sotto il giogo ottomano.

Senza contare le famiglie che a gruppi o isolate

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in ogni tempo passavano in Italia, le migrazioni di masse furono parecchie e si diressero nel Regno di Napoli e Sicilia. Tre colonne militari sotto la guida di Demetrio Reres e dei suoi due figli Giorgio e Basilio vennero nel 1448 per aiutare Alfonso I d'Aragona a domare la ribellione della Calabria di cui poi Demetrio fu nominato governatore; i suoi due figli furono mandati in Sicilia come presidio contro le minacce dei Francesi e contro i pirati.

Una lettera del 1452 di re Alfonso al principe di Taranto, suo grande feudatario, al quale ingiungeva di accogliere bene gli Albanesi se chiedessero ospitalità nelle sue terre, fa pensare a una emigrazione attorno a tale epoca, o quanto meno è una testimonianza della benevola disposizione di quel Re verso gli Albanesi. Nel 1461, giudicato dallo Skanderbeg, sollecitato da Pio II in difesa di Ferdinando I contro Giovanni D'Angiò e i baroni ribellini, vennero reparti militari che poi, in gran parte, con altri 5 mila combattenti e le molte famiglie che dopo la caduta di Costantinopoli (1453) affluivano in Italia, furono darono parecchi paesi e ne ripopolarono altri nelle Puglie, di cui lo Skanderbeg fu nominato luogotenente generale con la concessione in perpetuo per sé e per i suoi discendenti di alcuni fedeli del Regno. Ma le più numerose e le più drammatiche emigrazioni avvennero dopo la morte dell'eroe (1468, 1478, 1482, 1491 e altre), da cui il maggior numero delle colonie italo-albanesi. Alla prima si riferisce certo quanto scriveva il papa Paolo II (1464-71) a Filippo duca di Borgogna sugli orrori e le stragi che si compivano contro le città albanesi «quale anche se noi non possiamo costruire un'impresa di guerra» e contro quelle

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popolazioni che nella più lacrimoso di sperazione si rivestavano disordinatamente nelle spiagge italiane. Molte colonie sorsero dalla venuta dei Coroneri (1534) con un imponente naviglio di Carlo V, a cui avevano chiesto protezione le città della Morca (Corone, Modone, Nauplia e altre ricordate anche nei canti popolari tradizionali italo-albanesi) la quale, per ca. tre secoli di dominio veneziano, era in prevalenza abitata da Albanesi passativi tra i secoli XIII e XIV in tal numero da cambiare «grandemente l'aspetto etnografico del paese» (Hertzberg).

Carlo V rinnovo agli esuli i privilegi già goduti in patria per la fedeltà all'Impero. Nuclei di Coroneri si stabilirono anche nelle principali città del Regno (Napoli, Palermo, Messina, Reggio) e nei più grandi centri della costa adriatica (Bari, Brindisi, Lecce, Otranto, Taranto e Barletta, Trani, Bisceglie, Molfetta e altre) dove sorsero parrocchie attorno alle quali si raccoglievano famiglie albanesi che in varie epoche passavano il mare. Regnando Carlo III di Borbone, nel 1744 un'ultima considevole emigrazione si stabilì a Villabadesa (Pescara) feudo di proprietà personale del Sovrano che generosamente l'assegnò agli esuli albanesi. Tra il 1727 e il 1733 sorsero Borgo Erizzo presso Zara in Dalmazia, l'unica colonia ghega, cioè proveniente dall'Albania settentrionale.

Per le antiche relazioni di amicizia dei principi albanesi con i re di Napoli, per la collaborazione militare tra i due paesi, sebbene non mancassero manifestazioni di ostilità delle popolazioni costiere terrorizzate dai progressi e dalle feroci rappresaglie dei Turchi, gli esuli albanesi, protetti dai pontefici come vittime e quasi martiri della fede e favoriti dai sovrani, venivano come in una seconda patria a colonizzare e a bonificare larghe zone spopolate a causa dei terremoti, delle pestilenze e delle continue guerre. Per questi indiscutibili vantaggi demografici ed economici anche i baroni e i vescovi furono larghi di concessioni ai nuovi coloni che godettero sempre i diritti di cittadinanza ed esercitavano il culto religioso nel rito greco indisturbati nelle loro chiese e con clero proprio senza che si elevassero mai sospetti sulla loro cattolicità.

Questo è confermato dalla costante tradizione cattolica degli I.-A. i quali, come si legge nelle Costituzioni del Sinodo tenuto a Monreale (Palermo) nel 1652 dal card. Fr. Montalto Peretto, «erroribus orientalium schismaticorum nullo modo consentunt». I cognomi dominanti in queste colonie corrispondono in buona parte ai cognomi storici dell'Albania del sud e a nomi di paesi e di contrade tuttora vigenti in quelle regioni di cui molti toponimi sono stati applicati dagli esuli a luoghi e contrade dei territori italo-albanesi. Il dialetto e le poche allusioni storiche e geografiche dei canti tradizionali italo-albanesi confermano la provenienza dall'Albania meridionale e dalla Morca, come la conferma il rito greco professato, almeno in origine, in tutte le colonie.

Per cause varie politiche, economiche, sociali, durante il viceregno, secc. XVI e XVII, le colonie attraversano, come del resto quasi tutto il Regno, un periodo di crisi che portò ad un graduale decadimento la maggior parte di esse. La bolla di Clemente VIII del 1595 in cui gli I.-A., che avevano tradi-

zioni, cultura, sentimenti cattolici e tenevano molto ad esserne distinti, italo-greci (v.) nelle disposizioni restrittive per il rito greco, diede il tracollo etnico e religioso a molte colonie che perdettero tutte le caratteristiche e alcune fino la memoria della loro origine.

Questa bolla, giustificata per gli italo-greci che in quel tempo, fedeli e clero, provenivano da centri separati da Roma, non lo era per gli I.-A. che, lontani da ogni comunicazione con quei centri, avevano un clero che compiva i suoi studi e la sua formazione filosofica e teologica, come pratica tutt'oggi, nei seminari latini diocesani, nel Pontificio Collegio Greco e negli Atenei pontifici di Roma. Queste disposizioni restrittive furono il pretesto per una lotta inconsulta e scandalosa contro il rito greco cattolico italo-albanese.

Ma la Provvidenza suscitò uomini di santa vita, zelantissimi dei riti orientali, del ritorno dell'Albania al cattolicesimo e della sua liberazione

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(va A. Medea, Uii affres.ni della etipia sismolica: pop.cti, Roma 122, tav. 27) Italo-Grec1 - Ingresso della cripta di S. Procopio con iscrizione dedicatore (line sec. XI) - Fasano.
Giuseppe Schirò (1865-1927) di Piana degli Albanesi (Palermo), attraverso una lunga serie di studiosi e scrittori, s

dalla schiavitù islamica: il sac. Stefano Rodotà di S. Benedetto Ullano (Cosenza) ottenne nel 1732 dal papa Clemente XII l'erezione del Collegio greco-albanese per la Calabria e l'istituzione del vescovato nel 1735; il p. GUZZETTA, GIORGIO (v.) poté aprire nel 1734 il Seminario greco-albanese in Palermo per la Sicilia, e poté avviare la pratica per il vescovato che si ottenne, dopo la sua morte, nel 1784.

A deludere le speranze che gli Albanesi riponevano in queste istituzioni concorsero due fatti: la mancata giurisdizione ordinaria dei due vescovi e più la pubblicazione della bolla *Etsi pastoralis* di Benedetto XIV nel 1742, con grave dispiacere degli I.-A. perché in essa il rito greco si diceva *tollerato*, perché si metteva in dubbio la loro fede cattolica, perché con l'autorità pontificia si sanzionavano tutti i soprusi a loro danno (*Nota di Segreteria*, 1917). Quindi nuovi contrasti tra i latini e gli Albanesi i quali «concentrando tutte le loro energie nella difesa del proprio rito si perdettero in querele interne e non pensarono più alle missioni dell'Albania (*Nota cit.*), che con tanto zelo di sacerdoti e di monaci basiliani di Mezzoioso (Palermo) e di Grottaferrata e di insigni prelativi avevano tenute per ca. due secoli (XVII e XVIII), mantenendo accesa una pur debole faccacia del cattolicesimo nelle povere chiese della Chimara (Albania del sud).

Nondimeno in due secoli di vita i due Istituti (sebbene quello di Calabria, trasferito poi [1794] a S. Adriano presso S. Demetrio Corone, si sia trasformato in convitto laico), fecero rifiorire il rito greco e con studi linguistici, letterari, storici, liturgici risollevarono le condizioni delle colonie scampate dalla bufera, le quali, rinvigorita la loro tradizione, diedero un valido contributo al risorgimento italiano e albanese, e iniziarono un vivo movimento letterario con la raccolta dei canti popolari da cui trasse ispirazione la letteratura tipicamente italo-albanese che con Girolamo De Rada (1814-93) di Macchia (Cosenza) e poi fino ai nostri giorni con Giuseppe Schirò (1865-1927) di Piana degli Albanesi (Palermo), attraverso una lunga serie di studiosi e scrittori, sacerdoti e laici, rappresenta una cospicua parte della cultura e della letteratura albanese.

In questi ultimi decenni, con il risveglio dello spirito missionario e per le cure dei papi per l'Oriente separato, gli I.-A. sono stati pronti a rispondere alla chiamata del Padre comune costituendo (1931) in Palermo, sotto la guida del card. Luigi Lavitrano, l'Associazione cattolica italiana per l'Oriente cristiano (ACIOC), che con le settimane di preghiera e di studio nelle principali città italiane ha suscitato lo zelo per l'apostolato per l'Unione alla luce dei documenti pontifici. I papi, specie da Leone XIII ad oggi, per questo apostolato hanno favorito la conservazione e il riformamento del rito greco in Italia. Benedetto XV istituì nel 1919 l'eparchia o diocesi greca di Lungro per la Calabria e il Pontificale.

Ciò Seminario albanese nel monastero di Grottaferrata; Pio XI nel 1937 lo dichiarò esarcheo ed istituì l'eparchia di Piana degli Albanesi per la Sicilia.

Per il rito italo-albanese,

V. sotto

Vedi tav. XXXIV.

Bibl.: In generale: P. G. Hertzberg, *Storia dei Bizantini e dell'Impero ottomano sin verso la fine del sec. XVI*, Milano 1894, pp. 543 e 644; Pastor, I. II, V. indici. In particolare: V. Dorsa, *Su gli Albanesi - Ricerche e pensieri*, Napoli 1847; G. La Mantia, *I capitoli delle colonie greco-albanesi di Sicilia dei secc. XV e XVI*, Palermo 1904; Il rito greco nell'Italia inferiore, *Nota di Segreteria nov. 1917*, Roma 1917; P. Coco, *Casalì albanesi nel Tirantino*, Grottaferrata 1921; id., *Vestigi di grecismo in Terra d'Otranto*, 1922; G. Schirò, *Centi tradizioni albanesi*, *Cenni sulla origine e fondazione della colonia albanesi*, Napoli 1923; G. Petrotta, *Il cattolicesimo nei Balcani: L'Albania*, in *Tradizione*, 1923; id., *Il cattolicesimo nei Balcani: Due documenti sconosciuti sull'Albania di Alfonso I d'Aragona*, in *Studi albanesi*, I, Roma 1931, p. 57; G. Petrotta, *Popolo, lingua e letteratura albanesi*, Palermo 1931, pp. 418-571; N. Bergia, *I Monaci basiliani d'Italia in Albania*, 1935; D. Zangari, *Le colonie italo-albanesi di Calabria*, Napoli 1940; C. Gatti-C. Korolevski, *I riti e le Chiese oriental*, Roma 1942, pp. 500-520, con bibl.: G. Petrotta, *Valori religiosi e culturali delle colonie siculo-albanesi nella Mostra dei 500 anni*, in *Bollettino della badia greca di Grottaferrata*, nuova serie, 3 (1949), fasc. 1.

Gaetano Petrotta