ITE, MISSA EST («Andatevene, c’è il congedo»). - Il congedo nella Messa romana, proferito dal celebrante (nella Messa solenne dal diacono), è attestato per la prima volta nell’Ordo di Giovanni Archicantor, del 68o (ed. C. Silva-Tarouca, G. «Archicantor» di S. Pietro a Roma e l’Ordo Romanus da lui composto, in Atti della Pont. accad. romana di archeol., Memorie, I, 1 [1923], p. 201) e nell’Ordo Romanus, I, 21 (PL 78, 948). Ma in quanto la voce missa, invece della classica missio, è adoperata ancora nel senso originale di una dimissione, precisamente del congedo di una adunanza solenne o udienza, l’I. m. e. si trova già nel IV sec., cioè nei primi tempi dell’uso del latino nella liturgia romana, mentre poi Missa ha preso un altro senso (= la fine dell’adunanza).
Il congedo si faceva sull’esempio antico di sciogliere le adunanze pubbliche, le udienze solenni, p. es., imperiali e bizantine, sessioni giudiziali, cerimonie religiose (o almeno di non lasciarle prima di esser licenziati), come da notizia Avito di Vienne nel 500: «In ecclesiastici palatii, quae praeteritis missa fieri pronuntiantur, cum populus ab observatione dimittitur» (Ep. I: PL 59, 199) Già Tertulliano sembra alludervi scrivendo (De anima, 9): «post transacta solennia dimissa plebe». Anche s. Agostino (Serm. 49, 8) parla della missa, cioè del congedo dei catecumeni: «Post sermonem fiat missa catechumenorum, manebunt fideles». Ed anche nella Aetheriae peregrini (25, 1 e 29, 3, 5) si trova missa nel senso di congedo. Nello stesso senso spiega Florus (De exposit. missae, 92: PL 119, 72) missa = dimissio.
La voce Ite è comune a tutti i riti, mentre missa est esiste solo in quello latino; negli altri (greco, bizantino, ambrosiano) segue in pace, o altra voce simile.
Fino al sec. XI si diceva l’I., m. e. in ogni Messa, sia festiva sia feriale; da questo secolo, secondo l’autore del Micrologus (PL 151, 1011), nei giorni di penitenza o quando seguono altre ore canoniche, si cambia con Bene dicamus Domino (v.), nelle Messe per i defunti si usa Requiesca(n) in pace (sec. XII secondo Beleth: PL 202, 56: «ex sola consuetudine generali»). Si pronunciava («levita... elevata voce cantat»: Smaragdis, In Regulam s. Benedicti, 17: PL 102, 837) sempre in un tono più solenne già nel sec. IX; oggi di regola nel tono del Kyrie. Dal sec. X cominciano ad usarsi i tropi anche per I., m. e. Come annunzio al popolo, si dice verso il popolo, mentre Benedictanus Domino e Requiesca(n) in pace, come preghiere, vengono dette verso l’altare, ed anche il celebrante le recita insieme al diacono.
Prima dell’I., m. e. il celebrante saluta il popolo con Dominus vobiscum e questi ne prende nota, rispondendo con il ringraziamento religioso Deo gratias, così come alle lezioni; negli altri di riti, p. es., in quello ambrosiano, il popolo risponde In nomine Domini.