LEONE MARSICANO, detto LEONE OSTIENSE. — Benedettino, cardinale-vescovo di Ostia, n. nel territorio dei Marsi ca. il 1060, m. il 22 marzo 1115.
A 14 anni entrò nel monastero di Montecassino, ove fu ricevuto dall'abate Desiderio, che lo avviò alla congiunzione delle S. Scritture e lo costituì bibliotecario del monastero.
Per ordine dell'abate Oderisio scrisse in tre libri una *Chronica monasterii Casinensis*, da s. Benedetto all'abate Desiderio, poi papa Vittore III (1086-87), la cui vita dal cap. 34 del III. fu continuata da Pietro Diacono (1° ed., Venezia 1513, ma non completa; la 1° ed. completa, Parigi 1668, riprodotta da L. Muratori, in RIS, IV,
essere riammesso nella sua sede episcopale. Inoltre egli fu, se non l'autore, l'ispiratore dell'opera De vocatione omnium gentium, attribuita dalla maggioranza dei critici a Prospero di Aquitania.
Essendo scoppiata nel 439 una contesa tra i generali romani Ezio e Albino, la quale stava per degenerare in una disastrosa guerra civile, L. fu inviato dall'imperatore Valentiniano III in Gallia per riconciliare i due rivali. Mentre con successo attendeva alla sua missione, essendo morto il papa Sisto III, il clero e il popolo di Roma, unanimi, lo chiamarono al trono pontificio. I cronisti contemporanei notano che, mentre talvolta le elezioni pontificie avevano dato luogo a lunghi contrasti, quella di L. avvenne «mirabili pace» e con altrettanta «mirabili patientia» il popolo romano aspetto per ben quaranta giorni il ritorno di lui dalla Gallia. Il 29 sett. del 440 il diacono L. fu consacrato vescovo di Roma e sommo pontefice. L'attività di L. nel suo pontificato si svolse principalmente nel mantenere integra la parità della fede combattendo le diverse eresie, nel riordinare e rafforzare l'organizzazione ecclesiastica, vigilando sulla condotta del clero e dei fedeli, e dando norme circa l'amministrazione dei beni e le funzioni liturgiche. Testimonianza di questa grandiosa attività rimangono le sue lettere e i suoi sermoni, che sono pure una fonte storica di prim'ordine.
Per l'invasione dei Vandali in Africa, molti maniche si erano rifugiati in Italia e a Roma ne furono scoperti parecchi. Il Papa prese a combatterli con estrema energia. Sollecitò un resoconto imperiale che, rinnovando gli antichi editti, pose i maniche al bando dall'Impero, nei sermoni combatté le loro dottrine; promosse una severa inchiesta sulle loro riunioni e gravi scandali vennero alla luce. Con una lettera circolare (Epist., VII) informò i vescovi italiani di quanto era accaduto e li esortò affinché la mala pianta del manicheismo, sradicata a Roma, non mettesse radici altrove.
Le dottrine dell'eredità Priscilliano andavano largamente diffondendosi nella Spagna. Il vescovo Turibio ne informò il Papa, il quale, in una lunga lettera (Epist., XV), confutò gli errori dei priscillianisti ed espose con precisione e chiarezza la vera dottrina cattolica.
L. intervenne efficacemente anche contro l'eresia di Pelagio, sia col farne confutare gli errori sia con l'invito al vescovo di Aquileia a riunire un sinodo per un'inchiesta sui sacerdoti infetti di pelagianesimo.
La maggior parte dell'attività di L. fu spesa nel combattere l'eresia eutichiana o monofisita, che ammetteva nel Redentore una sola natura. Eutiche, condannato, ricorse al Papa e all'Imperatore. Questi propose di radunare un concilio ad Efeso per dirimere la questione. In tal riunione, che L. bollò con il nome di «latrocinium Ephesinum», Eutiche, per il subdolo intervento dei messi imperiali, fu riabilitato. L. protestò. Essendo, frattanto, morto l'imperatore Teodosio II, protettore di Eutiche, e succeduta al trono la pia imperatrice Pulcheria, L. ottenne che si riunisce un nuovo concilio ecumenico a Calcedonia. In esso gli errori di Eutiche furono condannati e si emanò una formola di fede nella quale è affermata l'esistenza nel Cristo di una duplice natura, la divina e l'umana, in un'unica persona. La lettera del Papa al patriarca di Costantinopoli, comunemente detta Tomus ad Flavianum, venne integralmente accettata dai Padri del Concilio, i quali riconobbero che «per bocca di L. aveva parlato Pietro». Essa godé sempre grande autorità in Oriente e in Occidente, e i vescovi della Gallia, scrivendo al Papa, affermando di accettarla come un simbolo di fede.
Anche le raccolte di Decretali hanno conservato parecchie epistole di L. dalle quali appare la sua cura vigilante e premurosa nel correggere gli abusi che si andavano infiltrando nell'organizzazione ecclesiastica.
I vescovi erano eletti dal clero e dal popolo; qualche vescovo tentò di designare il proprio successore; ciò poteva col tempo trasformare le diocesi in tanti piccoli prin-

Milano 1723, pp. 151-628 e in MGH, Script., VII, 574 sgg. Scrisse anche Vita s. Mennatis. Pietro Diacono ne r
cipati più o meno ereditari. L' intervento energicamente per far cessare questo abuso. Intervenire pure per riprovare elezioni irregolari di sacerdoti, eletti vescovi contro la loro volontà o imposti con la forza. Il Concilio di Nicea aveva stabilito che ogni vescovo dovesse rimanere per tutta la vita in quella sede in cui era stato eletto. Qualche vescovo spagnolo aveva tentato di farsi trasferire da una sede più umile a un'altra più ricca. Anche qui L. intervento è decretato che il vescovo, il quale, disprezzando la propria borgata, cercava di ottenere una sede più grande, non avesse né l'una né l'altra.
Difese con rigidi della fermezza i diritti della Chiesa di Roma contro le pretese dei patriarchi di Costantinopoli; minacciò di grave pena i vescovi siciliani che avevano alienato beni ecclesiastici; proibì che un vescovo togliesse un chierico ad un altro vescovo e ordinò che i metropoliti radunassero due volte l'anno in un sinodo i vescovi della provincia. Eguale fermezza d'energia usò con Ilario, vescovo di Arles, uomo certamente più e zelante, ma che, qualche volta, aveva ecceduto nel suo zelo. Diede norme circa l'amministrazione del Battesimo, dell'Ordine sacro, della Penitenza e del Matrimonio.
L'episodio più glorioso del pontificato di L. è il suo incontro con Attila. Il re degli Unni aveva rovesciato le sue orde contro l'Impero romano di Occidente spingendosi fino nel centro della Gallia. Sconfitto dal generale romano Ezio e dai Visigoti, comandati da Teodorico, nell'estate del 451, si era ritirato nella Pannonia.
Quivi, riordinato le sue schiere, nella primavera dell'anno seguente, valicate le Alpi Giulie, lasciate imprudentemente indifese da Ezio, si avanzava per saccheggiare la Valle padana e di lì muovere contro Roma. Distrutta Aquileia, si era accampato presso Mantova, e spingeva le sue orde per occupare le principali città dell'alta Italia. Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo, Pavia e perfino Milano, erano cadute in suo potere. La corte imperiale e i cittadini romani erano in preda al più cupo terrore e alla massima disperazione. In tale triste frangente, l'imperatore Valentiniano III, il Senato e il popolo romano non trovarono partito migliore che d'inviare un'ambasceria con a capo L., per trattare con il re degli Unni. L. accettò la difficile missione e insieme con i senatori Gennadio, Avieno e Trigezio partì da Roma a fiducioso, come dice Prospero di Aquitanie, nel l'aiuto del Cielo, il quale mai non abbandona i buoni nelle loro disgrazie.
I cronisti contemporanei affermano che Attila si dimostrò molto contento e pieno di gioia per la venuta del Sommo Sacerdote, capo della Chiesa romana, il quale, lasciata la sua sede, si era recato da lui.
Lo storico tracce Prisco, che allora si trovava nel campo degli Unni, dice che Attila e la sua corte furono presi da un grande terrore ricordando la fine repentina del re goto Atalarico dopo la presa di Roma; si temette che Attila fosse colpito dall'ira divina, qualora saccheggiasse la Santa Città. Si può con molta probabilità congetturare che questo sia stato uno degli argomenti che l'eloquenza di L. adoperò per indurre il «Flagello di Dio» a riunziare al progetto di muovere contro Roma. Coniunque sia, il certo è che, subito dopo l'abboceamento con il Papa, Attila ordinò alle sue schiere di cessare ogni ostilità contro le regioni dell'Italia settentrionale. Inoltre, avendo promesso di concludere una pace con l'Imperatore, si ritirò di là dal Danubio.
I disordini scoppiati a Roma per l'uccisione di Valentiniano III e l'intentimento del successore Petronio Massimo, indussero il re dei Vandali Genserico ad attuare il progetto, che già da tempo maturava, d'invidere l'Italia e porre a sacco la capitale dell'Impero. Partito con una numerosa flotta dai
I disordini scoppiati a Roma per l'uccisione di Valentiniano III e l'intentimento del successore Petronio Massimo, indussero il re dei Vandali Genserico ad attuare il progetto, che già da tempo matura
posto dell’antica Roma pagana, fondata da Romolo e Remo. Questo tema è il motivo predominante di un gruppo di sermoni pronunziati in occasione della solenne commemorazione dei ss. Pietro e Paolo.
L. è il primo papa di cui rimangono dei sermoni. La sua è un’eloquenza calma e dignitosa, pur non mancando di slanci lirici e d’immagini colorite. Il discorso procede con un tono sereno e affettuoso, ma, nello stesso tempo, fermo e solenne. Il periodo si snoda in una serie di proposizioni dalla cadenza sonora e talvolta con rime e assonanze. L. è lo scrittore più classico ed elegante del suo secolo, perché seppe riunire nei suoi discorsi e nelle sue lettere la fermezza e la dignità dell’antico romano con l’affabilità e la pietà del vescovo cristiano. I suoi scritti sono di particolare importanza per lo studio delle relazioni tra la Chiesa e lo Stato e per il primato della Sede Romana. Alcune preghiere del Sacramentario leoniano, del quale l’origine romana è certa, risalgono sicuramente a L., rivelando affinità di lingua e di stile con le sue opere autentiche.
L. morì il 10 nov. 461 e venne sepolto nel portico della basilica di S. Pietro. Il papa Sergio I, nel 688, ne trasportò il cadavere nell’interno della Basilica, ponendo sul tumulo un epitaffio che ci è pervenuto. Ora le sue ceneri riposano sotto l’altare della cappella a lui dedicata nella nuova basilica di S. Pietro. La festa, in Occidente, cade l’11 apr., in Oriente il 18 febbr.
LEONE III, papa, santo - Ciborio del tempo di I. III (705-816).