**LIA (ebr. Lê'âh, gr. λεία).** - Figlia di Rachele (v.). Fu data dal padre in sposa a Giacobbe, in sostituzione di Rachele, che era la prescelta e per la quale egli aveva prestato servizio per sette anni, con il pretesto che non era usanza nel paese maritare la sorella minore prima della maggiore (Gen. 29, 22-26). Giacobbe l'accettò ma ottenne dopo una settimana anche la mano di Rachele, per la licenza allora vigente (poi abolita dalla legge mosaica, cf. Lev. 18, 18), di sposare la sorella della prima moglie.
Meno leggiàda di Rachele e difettosa negli occhi (è difficile precisare il difetto: secondo la Volgata aveva
dei colleghi lo obbligarono a partirsene. Insegno allora a Nicomedia in Bitinia, e conobbe là il futuro imperatore Giuliano. Trasferì poi il suo insegnamento in patria (354), ed ivi rimase sino alla morte, ascoltato sempre con ammirazione.
Il periodo più luminoso della sua vita fu quello in cui l'imperatore Giuliano si trattenne, per quasi un biennio, ad Antiochia, e gli diede grandi prove di stima e di affetto. E i voti più ardenti di L. sembravano in quel breve periodo compiersi per l'opera di Giuliano, datosi alla restaurazione della religione pagana. L'inattesa morte in battaglia del giovane Imperatore lo colmò di dolore, e quasi lo indusse al suicidio. Per la fama della sua dottrina e per la sua mite urbanità anche i cristiani gli usarono riguardi; il condiscepolo Gregorio Nazianzeno lo salutava principe degli oratori, Giovanni Crisostomo gli fu devoto allievo; la sua voce era ascoltata anche da alti magistrati romani e dallo stesso imperatore Teodosio. A questi chiese, ad es., di voler frenare il furore di alcuni fanatici cristiani che distruggevano nobili edifici e belle sculture di arte pagana, e di conceder grazia ai suoi concittadini, facili sempre ad irrequietezze e riottosità.
Scrittore fecondissimo, e per l'ammirazione dei Bizantini in buona parte conservato, restano di lui orazioni (ἀγῶι), declamazioni (Μελέται), esercitazioni (προγυμνάματα), studi su Demostene e 1544 lettere. Tutte le preoccupazioni sono naturalmente per la forma, pedantescamente ligia ad esempi di oratori attici. Qualche momento felice in mezzo a tanta agghindata vuotaggine si può cogliere nell'orazione per la morte di Giuliano, e nel panegirico per la sua Antiochia.