LIBER CENSUUM ROMANAE ECCLESIAE. - È il registro dei censi periodici dovuti alla Chiesa romana, sotto diversi titoli, da monasteri, chiese, città, vescovati, dominazioni laicali e regni. L'autore è Cencio Savelli, « camerarius » dei papi Clemente III (dal 1188) e Celestino III; al tempo della composizione del L. c. era cardinale diacono di S. Lucia in Orphea, poi vice-cancelliere e, dopo la morte del papa Innocenzo III, sommo pontefice con il nome di Onorio III (1216-27).
Il manoscritto originale del L. c. è il cod. Vat. lat. 8486 eseguito secondo le istruzioni di Cencio da Guglielmo Roffio di St-Jean-d'Angely, chierico della Camera Apostolica e ospita alla Cancelleria. La odula dei censi è soltanto una parte del manoscritto, che contiene inoltre una lista dei vescovati e monasteri direttamente dipendenti dalla S. Sede, i Mirobilia urbis Romae, l'Ordo di Cencio, due cronache di papi, l'una fino a Celestino III, l'altra fino a Eugenio III, e un cartulario.
Le principali fonti del L. c. sono, secondo minuziosi studi di E. Stevenson, P. Fabre e L. Duchesne, la Collectio canonum d'Anselmo iuniore di Lucca (prima del 1086), la Collectio canonum del card. Deusdedit (tra il 1083 e il 1087), il Politico del canonico Benedetto (tra il 1140 e il 1143), il Libro dei censi del papa Eugenio III (tra il 1145 e il 1153), quello del papa Adriano IV (tra il 1154 e il 1159), i Gesta pauperis scholaris Albini (1189) e Cencio stesso (1192).
L'argomento. - I censi dei quali tratta il L. c. sono distinti in due classi: gli uni erano dovuti alla Chiesa romana in virtù di un contratto d'affitto dei conduttori sui patrimoni della Chiesa romana, specialmente dai tempi di s. Gregorio Magno; gli altri in virtù della funzione protettrice di s. Pietro e della Sede Apostolica, alla cui potestà spirituale si affidarono diversi monasteri e chiese dal sec. VIII in poi, come, ad es., il monastero femminile dei SS. Giacomo e Filippo presso Lucca, e particolarmente l'abbazia di Cluny, la quale si obbligò già nel documento della sua fondazione nel 910 a mandare a Roma ogni cinque anni un censo di dieci «soldi» per alimentare i lumi alla tomba di s. Pietro. Come conseguenza, i monaci godevano della protezione del Principe degli Apostoli e avevano nel Romano Pontefice il difensore dei loro diritti. Fino alla fine del sec. XI il censo era il segno di una immunità temporale, ma dall'inizio del sec. XII significò anche la libertà spirituale, cioè l'esenzione. Alla fine di quel secolo, un monastero che fosse tributario era anche esente e viceversa.
Per la Camera Apostolica tuttavia non vi sono distinzione di fatto tra i diversi censi. Per essa erano tenuti al censo tutti coloro che avevano dei beni che appartenevano al diritto e alla proprietà del beato Pietro o della Chiesa romana. Perciò il censo era un riconoscimento dell'alto dominio che la Chiesa romana possedeva su tutte le terre che le erano sottomesse.
Accanto ai monasteri e chiese furono tra i censuales della Chiesa romana anche castelli, città, principali e regni;
anche questi erano chiamati in ius et proprietatem beati Petri consistentes. Specialmente sotto il pontificato del papa Gregorio VII, in seguito alla supremazia della Chiesa di Pietro sopra tutte le altre chiese, e in connessione con la pseudo-donazione costantiniana e le decretali pseudo-isidoriane, quasi tutti i regni dell'Europa erano più o meno dipendenti dalla Sede Apostolica, alla quale offrirono ogni anno, in segno di fedeltà e devozione, un censo o piuttosto l'obolo di s. Pietro, come, ad es., il Regno dei Normanni in Sicilia, i re di Aragona, Castiglia e León, i Regni nordici la Polonia, la Boemia, la Croazia, e l'Inghilterra.
Cene è credeva di fare un'opera definitiva. Egli lasciò liberi larghi spazi bianchi nel manoscritto, affinché potessero essere introdotti i censi futuri «fino alla fine del mondo». Alla fine del sec. XV il L. c. era ancora in uso presso la Camera Apostolica.