LIBER DIURNUS ROMANORUM PONTIFICUM - II Decretum dell'elezione del Papa e la Professio del nuovo eletto nelle diverse redazioni dei codd. Vaticano (f. 60°) e Ambrosiano (p. 132): il testo del V. si riferisce probabilmente all'elezione di Gregorio II (715) e quello dell'A. si riferisce probabilmente a Leone III (795) - Archivio Vaticano e Biblioteca Ambrosiana.
perta (23 luglio) ne dava notizia al card. Francesco Barberini, suo illustre amico.
Subito intorno a questo testo divenuto famoso cominciarono vive polemiche. Avuto il permesso dall'abate di S. Croce, Ilarione Rancati, l'Holste ne fece una copia, pensando certo ad una sollecita pubblicazione. Si favorleggiò poi che questa copia fosse eseguita nello spazio di una notte e «contro la fede data», ma A. Ratti ha definitivamente sfatato la leggenda.
Il p. Sirmond mandò a Roma l'altro manoscritto da poco noto, che si trovava nel Collegio dei Gesuiti di Clermont, e si venne preparando l'edizione: ma trattenne l'Holste la preoccupazione che la condanna di papa Onorio espressa nella Professio fidei del Papa venisse sfruttata, ove non fosse convenientemente intesa, dai nemici della Chiesa. Era un tempo di tensione polemica tra la Francia e il Papa, in cui le rivendicazioni della Chiesa gallicana e l'infallibilità pontificia erano questioni di attualità politica. L'autorità attribuita al Formulario era indiscussa: era ritenuto libro ufficiale della Cancelleria pontificia e scritto nei secc. VII-VIII. Mancando il titolo, esso fu ricavato dalla Collectio canonum di Deuseddit che riportava undici formole, tre delle quali con l'indicazione «Ex libro Romanorum Pontificum qui dicitur (vocatur, appellatur) Diurnus».
Sembra che l'Holste abbia sperato di pubblicarlo entro il 1650, secondo un foglietto scritto di sua mano, in cui si legge il frontespizio così preparato: Diurnus vite vetus formularium, quo S. Rom. Ecclesia ante annos M. utebatur. Lucas Holstenius edidit cum notis. Romae, typis Lud. Griniani, MDCL. Mancò l'approvazione dei censori e alla morte dell'Holste (2 febbr. 1661) l'opera, in gran parte stampata, era incompiuta. Il card. Barberini, suo legatario universale, si fece premura di sollecitare il permesso di stampa; il p. Giovanni Bona, consultore dell'Indice, espresse il giudizio (extra congregationem, cioè senza carattere ufficiale) che, non essendosi trovate le note annunziate e poiché la condanna di papa Onorio «pravis
Haereticorum assertionibus fomentum impendit, praestat non divulgaris opus». L'edizione fu dunque sospesa, non soppressa; i fogli stampati furono tenuti in un locale del Palazzo Vaticano fino al 1685 quando, completati del frontespizio e delle pp. 225-32 mancanti, furono messi in circolazione con falsa data: L. D. R. P. ex antiquissimo codice ms. nunc primum in lucem editus studio Lucae Holstenii. Romae, typis Iosephi Vannacci, 1658. Pochi anni prima, nel 1680, il gesuita p. Garnier aveva pubblicato il L.D.R.P. sul codice del Sirmond. Le vicende di questa laboriosa edizione e il sospetto che accolse l'edizione del Garnier mostrano l'atmosfera di timore delle ripercussioni politiche. Nel 1662 perfino il nunzio apostolico a Parigi intervenne per farsi consegnare da mons. Pietro de Marca, arcivescovo di Tolosa e poi di Parigi, i pochi fogli che l'Holste gli aveva inviato due anni prima. Tali prevenzioni sono durate in parte fino agli ultimi decenni del secolo scorso, quando il progresso della critica storica ha superato ingiustificate suscettibilità. Non è più la questione del papa Onorio al centro dell'interesse per il L.D.R.P., ma il complesso di preziose notizie che esso offre e la sua stessa natura, la formazione interna, la data di composizione, l'uso.
II. MANOSCRITTI
Nel 1889 fu ritrovato da mons. Antonio Ceriani un terzo esemplare antico, così che sono in tutto tre i manoscritti sui quali si basa la conoscenza del testo: i) Codex Vaticanus (=V) il più antico, attribuito alla fine del sec. VIII o meglio al principio del sec. IX; è quello scoperto dall'Holste a S. Croce, dove restò fino alla fine del sec. XVIII, passando poi all'Archivio Vaticano: seguendo la sorte di questo fu portato a Parigi nel 1810 e nel 1815 restituito a Roma. Sembra certo che il codice, prima che a S. Croce, sia appartenuto al monastero di Nonantola. 2) Codex Claromontanus (=C), portato dal p. Sirmond dall'Italia nel 1608 edepositato nel Collegio di Clermont, scomparve dopo il 1746 con la vendita della Biblioteca avvenuta in seguito alla soppressione dei Gesuiti. Fu ritenuto perduto; nel 1937 fu donato al monastero benedettino di Egmont, in Olanda. È attribuito alla metà del sec. IX. 3) Codex Ambrosianus (=A), acquistato per la Biblioteca Ambrosiana dal card. Federico Borromeo nel 1606, proviene da Bobbio; sembra che corrisponda al Diurnus sancti Gregori liber menzionato in un catalogo di Bobbio del sec. X.
Ai secc. XVII e XVIII appartengono altri sei manoscritti, copie eseguite da eruditi. Oltre a ciò, undici formole sono tramandate anche attraverso la Collectio Canonum di Deusdedit, dedicata nel 1087 a Vittore III (v. l'ed. di Wolf von Glanvel, Paderborn 1905, I. II, pp. 109-12; I. III, pp. 145-50; I. IV, p. 427); una formola è compresa nel Decretum Gratiani, c. 8, dist. XVI.
III. IL TESTO
La raccolta è formata da documenti e parti di documenti ridotti a formole con la soppressione della data e con la sostituzione dei nomi propri mediante il pronome ille; solo poche sfuggono a questa regola conservando i nomi propri. Il numero e l'ordine delle formole non è uguale nei tre manoscritti: il cod. V contiene 99 formole, incompleto però alla fine; il cod. C ne contiene 100, di cui 92 in comune con V e 8 nuove; il cod. A ne contiene 106 (117 nella ed. Ratti, perché la formola I del cod. V porta i nn. J-XII), di cui le ultime tre non comprese negli altri manoscritti.Tutti e tre i codici cominciano con una serie di esempi relativi al modo di esprimere la superstitione e la superstitione nelle lettere indirizzate dal papa a vari personaggi. Le formole seguenti fino alla XXX sono pure nello stesso ordine nei tre codici, le rimanenti sono in ordine diverso; nel cod. V si ripetono a distanza testi di soggetto affine, nei cod. A e C c'è una più ordinata distribuzione dei soggetti, giustamente ritenuta come prova di una redazione posteriore; l'ordine di C non è del tutto noto, sembra accordarsi di massima al cod. A. Nelle citazioni è uso comune riferirsi alla numerazione dell'ed. Sickel, che segue l'ordine del cod. V, aggiungendo in fine otto formole del cod. C (dall'ed. Garnier).
IV. DATA DELLA RACCOLTA E DATA DELLE SINGOLE FORMOL
Il termine post quem non della formazione della raccolta è evidentemente dato dall'età dei manoscritti; cioè per la redazione del cod. V la fine del sec. VIII o i primi del sec. IX, per la redazione dei cod. C e A rispettivamente la prima metà e l'inizio della seconda metà dello stesso sec. IX. L'altro termine post quem si ricava dal testo stesso che attribuisce all'a. 795 la formola più recente.Assai più complessa e per molti aspetti più importante è la datazione delle singole formole, poiché esse non appartengono ad uno stesso tempo. Una buona parte risale senza dubbio a s. Gregorio Magno (Peitz), forse alcune sono pregevolmente, come le formole 73 e 85 che il Peitz fa risalire al principio del sec. V; la formola 87 si riferisce al restauro del monastero di S. Stefano a S. Paolo fuori le Mura eseguito sotto Gregorio II (a. 715-31); molte nominano l'Imperatore con riferimento all'Impero prima di Carlomagno, e l'Esarca d'Italia che cessò nel 751; la formola 93 nomina la regina Cynegidra con riferimento agli aa. 787-88.
È certo dunque che il L.D.R.P. non rappresenta le condizioni storiche di un dato momento, ma è costituito da documenti di tempi diversi, alcuni dei quali non più attuali nel momento in cui venivano copiati i manoscritti.
V. NATURA DELL'OPERA
Fino agli studi di Th. Sickel non si erano avuti dubbi sul carattere unitario della raccolta, ritenuta come opera di un raccoglitore sconosciuto. Il Sickel riconobbe in essa una formazione successiva in tre tempi: la Collectio I (formole 1-63 del cod. V) nucleo più antico formato ca.V'a. 625; l'Appendix I (formole 64-81) aggiunta alla fine del sec. VII; la Collectio II (formole 82-99) del tempo di Adriano I e l'Appendix II (formole 100-107) aggiunta poco dopo l'a. 800, nello stesso tempo in cui un compilatore ignoto dà nuovo ordine alle quattro parti (redazione dei cod. C e A). La questione della formazione è legata all'altra più importante del valore del libro, se ufficiale o privato.
Già nel 1680 il p. Fr. Marchesi (Clypeus fortium..., Roma 1680, p. 276) aveva negato che il L.D.R.P. fosse composto nella Cancelleria pontificia per suo uso, ma senza fondati argomenti; più acutamente il card. Pitra (Analecta novissima, I [1885], pp. 103-105) osservava che i soggetti sono troppo scarsi rispetto a quelli trattati dai papi nelle loro lettere; oltre a ciò «più della metà delle formole riguardano le cancellerie vescovili, modelli per scrivere al papa, per corrispondere tra vescovi, per redigere atti capitolari, episcopali, monastici riguardo un oratorio, un battistero, un reliquiario, per una fondazione, un oblatore, ecc.». In realtà 15 formole sono di documenti non pontifici.
Gli studi di Th. von Sickel e l'autorità della sua edizione davano nuovo credito alla teoria più antica: con il presupposto che le formole di certi documenti pontifici (soprattutto quelli sulla elezione del papa, compresa la Professio fidei) potevano interessare solo la Curia pontificia, si dava per certo che il L.D.R.P. fosse stato scritto ed effettivamente usato nella Cancelleria dei papi; ed essendo il cod. V (allora unico superstite) in scrittura minuscola carolina, data la sua antichità, sorse così la teoria della origine romana di questa scrittura. Si trattava però di un'ipotesi basata su altra ipotesi.
La teoria del Sickel sull'origine e sulla natura del L.D.R.P. fu ritenuta definitiva fino a quando tra il 1936 e il 1939 una serie di nuovi studi ha sottoposto a revisione molti aspetti della questione. Già la scoperta del cod. A e poi il ritrovamento del cod. C modificavano lo stato della tradizione manoscritta, essendo ambedue di origine monastica; veniva a cadere la presunzione che dovesse essere di origine cancelleresca. I nuovi studi non hanno risolto tutte le questioni, ma alcuni punti possono ormai ritenersi certi. Il Santifaller accertava che solo 6 o 7 formulari sono stati effettivamente adoperati come modelli nella redazione dei privilegi pontifici dal sec. IX all'XI: troppo poco per ritenere il L.D.R.P. come il formulario ufficiale. Il p. Peitz insisteva nel considerare L.D.R.P. come libro ufficiale della cancelleria, che nella cancelleria stessa aveva avuto successive evoluzioni, ma veniva ad ammettere che i tre manoscritti rappresentassero di esso una tradizione letteraria, cioè non fossero i codici effettivamente usati, ma copie di essi. Il p. Mohler, osservava che l'equivoco risiedeva già nel titolo, perché l'unica fonte è Deusdedit che cita un Liber Roma- normum Pontificum, dove l'aggiunta qui dicitur Diurnus deriva dall'erronea tradizione monastica di un supposto Diurnum B. Gregorii: lo considerava quindi una collezione privata, simile ad altre famose sorte tra i secc. VI e VII, come il Sacramentario Leoniano.
Sembra certo che il L.D.R.P. sia una raccolta privata composta per interesse canonistico, forse ad uso della scuola, perciò copiata e studiata presso monasteri e soggetta ad aggiunte e rielaborazioni. È certo di origine italiana, non si può escludere che sia stato composto a Roma, ma non costituisce il formulario della Cancelleria pontificia. In ogni caso nessun dubbio sussiste sull'autenticità storica dei singoli testi di cui è formato.
VI. EDIZIONI
La prima edizione preparata da L. Holste e rimasta incompiuta alla sua morte, pubblicata poi con la falsa data del 1658, è stata sopra descritta; essa riproduce il cod. V utilizzando in parte C. Basata sul cod. C fu la seconda: I. Garnierius, L.D.R.P. ex antiquissimo codice ms. nunc primum in lucem editus (Parigi 1680). Nel 1687 J. Mabillon pubblicò nel Museum Italicum (I, II, p. 32 sg.) il Libri Diurni R. P. Supple-mentum con 8 formole del cod. V a completamento della ed. del p. Garnier. Prive di valore scientifico rispetto al testo, perché derivate dalle precedenti, sono tutte ledel Nimba. L'interno è poco noto, e della stessa regione litoranea, orlata di paludi, solo brevi zone attorno alla capitale ed ai piccoli centri costieri sono a coltura: noci ed olio di palma, piassava, caffè, riso, gran-turo, patata, manioca. Si estrae un po' d'oro dalle sabbie dei fiumi; ancora quasi intatta la cospicua riserva forestale.
La popolazione (da 1,5 a 2,5 milioni di ab.) è costituita da negri, di cui appena 60 mila civilizzati. Economia ed amministrazione sono di fatto in mano degli Stati Uniti, che hanno dato notevole impulso al miglioramento del paese. La L. è una Repubblica democratica con rappresentanza bicamérale. La capitale è Monrovia (10-15 mila ab.).
II. EVANGELIZZAZIONE
Sul territorio della L. vivevano pochi cattolici, che erano spiritualmente abbandonati. Di loro si preoccupò il II Concilio di Baltimore del 1833. Dieci anni dopo tre sacerdoti si offrirono per recarsi in L., cioè mons. Barron, il p. Kelly e il laico catechista Pindar; ma fallito questo primo tentativo, la L. rimase di nuovo abbandonata per quaranta anni, finché nel 1884 vi furono inviati i Padri della Congregazione dello Spirito Santo. L'opposizione massonica e protestante li costrinse a chiudere chiesa e scuola.Nel 1903, allorché la missione fu eretta in prefettura apostolica, si ebbe un altro tentativo, pure fallito, dei Montfortiani; per ultimo ne furono incaricati i Padri delle missioni africane di Lione (1906) che vi lavorano tuttora. Ne fu prima prefetto apostolico il p. Kyne: la missione si sviluppò sotto il prefetto e poi vicario apostolico mons. Ogé. L'apostolato, nonostante la preponderanza protestante, non è infecundo: le popolazioni più rispondenti sono le tribù Kru (al 1912 risale la stazione di Sasstown, al 1916 quella di Grand Cess); altre stazioni furono fondate negli ultimi tempi: Monrovia nel 1921, Rassa nel 1929 e Capo Palmas nel 1930; più nell'interno: Saniquelle nel 1932 e Gbangba nel 1933. La missione ebbe traversi non poche e non lievi: la guerra 1914-18 minacciò di soffocarla: l'epidemia del 1918 dispersa i cristiani, soccorsi tempestivamente dai missionari: poi fu la volta dell'aperta ostilità protestante, che chiedeva l'allontanamento dei missionari cattolici. Nonostante tutto la missione progredì. Nel 1934 la prefettura veniva elevata a vicariato apostolico. Il 5 febbr. 1950 il vicariato fu diviso in prefettura apostolica di Capo Palmas,
