LUIGI XVI, RE DI FRANCIA

LUIGI XVI, re di FRANCIA. - N. a Versailles il 23 aug. 1754 da Luigi, delfino di Francia (figlio di Luigi XV) e da Maria Giuseppe di Sassonia, m. a Parigi il 21 gen. 1793. Sposò nel 1770 Maria Antonietta, arciduchessa d'Austria; salì al trono il 10 maggio 1774. La sua vita semplice ed onesta, il suo carattere mite, l'aver ridotto le spese personali quasi per dare l'esempio al suo popolo di ciò che occorresse fare per riordinare la Francia gli conciliarono larghe simpatie popolari e fecero credere che fosse chiusa l'èra delle favorite, della prodigalità della corte e del di-

sordine finanziario. Nocque a L. il carattere iesoluto ed oscillante fra tradizioni e riforme, fra il desiderio di innovazioni e il timore di offendere le classi privilegiate. Più rettilinea e costante fu la sua politica estera, per cui sostenne tenacemente il ministro Vergennes, che aveva risollevata la Francia dalla depressione e dall'onta del Trattato di Parigi, resistendo ai suoi avversari ed ai ripetuti tentativi di intromissione della Regina. Anche per volere di L. XVI la Francia aiutò i rivoltosi delle colonie britanniche in America; il che giovò non solo alla causa di libertà, ma anche ad ottenere favorevoli patti commerciali con quel paese.

Ma perdurando lo sperpero del pubblico erario, dove la Regina, la corte, i principi avevano campo libero, suscitò nubi, foriere di tempesta, e disperando altri rimedi, apparve come unico mezzo di salvezza la convocazione degli Stati Generali, decisione che rialzò la fiducia nel Re e l'ottimismo nella nazione. Quando il 5 maggio 1789 gli Stati Generali si adunarono a Versailles, L. XVI era infatti circondato dalla simpatia popolare, che la quasi totalità dell'opinione pubblica parteggiava per una monarchia costituzionale di tipo inglese, che desse maggior posto ad interessi democratici.

La decisione di L. XVI di appoggiare nobiltà e clero contro la borghesia, produsse viva irritazione nel terzo stato: nel 1789 con un lit de justice volle imporre ad esso, proclamatosi in Assemblea nazionale, la votazione per ordini, ma quando i deputati si ribellarono, egli non osò sciogliere l'Assemblea; pentitosi di aver ceduto, voleva prendere una rivincita; ma di fronte alla subita reazione rivoluzionaria dopo la presa della Bastiglia, umiliando ancora più la monarchia accordò la mairie e la guardia nazionale. Poté così trovar credito l'opinione che i mali dello Stato derivavano dal fatto che L. XVI, singolarmente buono e pensoso delle sorti della Francia, era dagli interessati tenuto all'oscuro di tutto. Da questo convincimento derivarono i provvedimenti dell'Assemblea per una guardia del corpo che avrebbe seguito dappertutto il Re, i tentativi di liberare il Re e dagli intrighi, la dichiarazione di devozione per il migliore dei padri e il più grande dei monarchi (discorso del presidente Beaumetz), l'invito al Re di fissare egli stesso, a suo arbitrio, la lista civile. La festa della Federazione del 14 luglio 1790 fu giornata nazionale e parigina, non meno che giornata monarchica. Tuttavia il Re pensava alla fuga. Progetto di recarsi a St-Cloud per la Pasqua, dove avrebbe officiato un prete refrattario, ma dové rinunciarvi (18 apr. 1791), impedito dalla folla in tumulto e dalla guardia nazionale; rientò l'11 giugno; poi il 20 giugno, allorché, sulla via di Montmédy, fu arrestato a Varennes, poco lungi dalla frontiera, e riconduotto a Parigi. Dichiarato sospeso, finché non avesse giurato la Costituzione, la giurò il 13 sett. 1791, e sembrò che volesse lealmente applicarla. Ma il veto posto alle rigorose leggi sugli emigrati e sui preti refrattari offrì l'atteso pretesto 'ad alcune decine di migliaia di persone, fra cui moltissimi operai del quartiere popolare di S. Antonio, eccitati dalle infiammate parole di Robespierre, di Petion e di altri giacobini, ad invadere (20 giugno 1792) le Tuileries.

Il supremo tentativo di La Fayette, per salvare la monarchia con il marciare contro i giacobini, fu sventato dalla corte; anche la proposta che il Re si rifugiasse a Compiègne, più sicura e più vicina alla frontiera, fu lasciata cadere dalla Regina, la quale attendeva che il duca di Brunswick, alla testa delle truppe germaniche vittoriose, entrasse a Parigi per liberarli. Parve chiaro allora che l'esercito coalizzato agiva nell'interesse di L. XVI; il popolo francese si sentì tradito: 47 su 48 sezioni di Parigi furono per la decadenza della monarchia; un battaglione di 516 marsigliesi, traversata la Francia, entrò a Parigi il 30 luglio, con il proposito di liberare la Francia dal tiranno. La zuffa dei marsigliesi e delle guardie nazionali contro i granatieri del Re, nella quale vi furono morti e feriti, segnò l'inizio della guerra civile. La corte credeva che questa facilitasse l'arrivo del duca di Brunswick; ma dopo l'insurrezione del 10 ag. 1792, vittoriosa per la Comune parigina, installatasi all'Hotel de Ville, sotto la spinta dell'energico ed eloquente Danton, e l'occupazione ed il saccheggio delle Tuileries, L. XVI si vide perduto. Relegato con la famiglia dapprima al Lussemburgo, poi nella fortezza del Tempio sotto stretta sorveglianza, non poté più comunicare col di fuori. Sospeso la seconda volta dopo Valmy (10 ag.), fu il 21 sett. dichiarato decaduto dalla Convenzione. L'indomani, 22 sett., fu proclamata la Repubblica.

Dai documenti sottratti, il 10 ag., dall'armadio di ferro delle Tuileries, la Convenzione poté convincersi (20 nov.) che la Regina fin dal 16 ag. 1790 aveva, anche a nome del Re, scritto che entrambi contavano solo sulle forze straniere, e si era negoziato con Prussia ed Austria, perché le loro truppe si collegassero con quelle del Re, e che questi s'era impegnato a rimborsare agli alleati le spese di guerra. La Convenzione, su proposta di Robespierre, il 10 dic. 1792, citò il Re a scolparsi delle accuse, accordandogli un consiglio di difesa. L. XVI rispose negando alcuni fatti, di altri attribuì la colpa ai ministri, per altri invocò la Costituzione del 1791; e quanto ai documenti dell'armadio di ferro, dei quali egli forse non conosceva esattamente il contenuto, fece un'esposizione menzognera, inutile e maldestra. Nulla valse contro l'intransigenza della Costituente, che parve a molti composta di accusatori piuttosto che di giudici. Il quesito della «condanna a morte senza condizioni» (16 gen. 1793) ottenne 387 voti, contro 334 per la detenzione o la morte condizionata. La sera del 20 gen. L. XVI rivide, per l'ultima volta, la sua famiglia; la mattina dopo, alle ore 10, 22, munito dei conforti religiosi, dopo aver ascoltato la s. Messa ginocchioni per terra, assistito da un sacerdote fino agli ultimi istanti, lasciava la testa sul patibolo, dicendo: «Muoio innocente: possa il mio sangue non ricadere sulla Francia». Anche nel suo testamento (25 dic. 1792) perdonava ai propri nemici e prescriveva ai figli di dimenticare, com'egli faceva, ogni risentimento. Una sola cosa egli aveva a rimproverarsi: di aver firmato la Costituzione civile del clero. - Vedi tav. CXV.

BIBL.: Fonti: oltre ai documenti ufficiali Moniteur, ecc., cf. Oeuvres de Louis XVI, 2 voll., Parigi 1864; Journal de Louis XVI, a cura di L. Nicolaardot, 1873. V. anche: J. Soularie, Mémoires historiques et politiques du règne de Louis XVI, 6 voll., 1871; La correspondance de M. de Vergennes (Archivio nazionale, Carton des Rois, K 164); Archives judiciaires, Documents, Parigi 1869. Studi: J. Droz, Histoire du règne de Louis XVI, 3 voll., Parigi 1839-42; 2a ed. 1876; F. De Mouissac, La Convention nationale, I: Le roi Louis XVI, 1876; A. Du Chantelier, La mort de Louis XVI, 1875; A. Jobez, La France sous Louis XVI, 2 voll., 1877; id., La vérité sur la condamnation de Louis XVI, in Revue de la Révolution, 3 (1884), pp. 152-67; J. Flammermont, Négociations secrètes de Louis XVI et du baron de Breteuil avec la cour de Berlin (décembre 1791-juillet 1792). Lettres et doc. authentiques, Parigi 1885; G. de Beaucourt, Capitulé et derniers moments de Louis XVI, 2 voll., 1879; M. Sou-

1669 LUIGI XVI RE DI FRANCIA – LUIGI II RE D'UNGHERIA E DI BOEMIA 1670

riau, Louis XVI et la Révolution, ivi 1803; P. de Vannière, La mort du Roi, ivi 1910; H. Fleischmann, Louis XVI franc-maçon, in Revue des curiosités révolutionnaires, I (1910-11), pp. 335-43, 368-74; H. Labroue, Le procès de Louis XVI. Documents inédits, in La Revue et revue des revues, 93 (1911), pp. 82-90; G. Giardini, I processi di L. XVI e di Maria Antonietta (1793), Milano 1932; id., Varennes. La fuga di L. XVI (1797), ivi 1932; L. Madelin, Le crépuscule de la monarchie, Louis XVI et Marie Antoniette, Parièi 1936; Louis

XVI. Extraits des mémoires du temps, raccolti da J

B. Ebeling, préf. di J. Bainville, ivi 1939; G. Ubertazzi, L. XVI, Milano 1939; Ch. Kunstler, La vie quotidienne sous Louis XVI, Parièi 1950. Altra bibl. recente in L. Villat, La Révolution et l'Empire, I, ivi 1947, p. 213 passim. Raffaele Ciasca