LUIGI XVIII di Borbone, re di FRANCIA. - N. a Versailles il 17 nov. 1755, m. a Parigi il 16 sett. 1824. Luigi Stanislao Saverio, conte di Provenza, figlio del delfino Luigi (figlio di Luigi XV) e di Maria Giuseppe di Sassonia, e pertanto fratello minore di Luigi XVI, in gioventù si dedicò a studi letterari, pur partecipando alla vita politica come avversario della cognata Maria Antonietta.
Scoppiata la Rivoluzione, riparò a Cobenza e quivi – come più tardi a Verona, a Mittau e in Inghilterra – fu il capo riconosciuto dell'emigrazione realista. Proclamatosi reggente alla morte del Re suo fratello e quindi sovrano nel 1795, appena avuta notizia della morte del nipote Luigi XVII nella prigione del Tempio, inutilmente trattò con Napoleone perché volesse restaurare la monarchia: l'assassinio del duca d'Enghien fu la sanguinosa risposta del primo console. Sconfitto l'Imperatore a Lipsia e costretto all'abdizionato, L. rientrò a Parigi nel maggio 1814 e promulgò una carta costituzionale, nel tempo stesso in cui personalmente dirigeva l'azione politica del Talleyrand al Congresso di Vienna perché la Francia fosse reintegrata nelle frontiere del 1789, con in più, malgrado le proteste e l'opera del card. Consalvi, gli ex-territori pontifici di Avignone e del contado Venessino.
I «cento giorni» lo costrinsero nuovamente all'esilio, dal quale ritornò dopo Waterloo, ma questa volta la restaurazione apparve imposta dagli eserciti coalizzati, mentre l'anno precedente egli era stato accolto a Parigi con sincero entusiasmo. Con tutto ciò, L. non abrogò la Costituzione del '14, cercò di moderare gli eccessi del «terrore bianco» e discolse, perché troppo reazionaria, la Camera uscita dalle elezioni del 1815, la cosiddetta «Camera introvabile». Egregiamente coadiuvato dal duca di Richelieu e dal Décazes, governò con moderazione, sordo ai consigli del fratello conte d'Artois, capo degli «ultra»; ma dopo l'assassinio dell'erede presuntivo, duca di Berry (1820), dovette chiamare al governo il Villèle, con un programma autoritario. Nel 1822 autorizzò il nipote duca di Angoulême a capitanare la spedizione francese oltre i Pirenei, contro i liberali spagnoli, decisa dalla S. Alleanza nel Congresso di Verona. Bonariamente scettico per natura ed intinto di volteranesimo, la sua politica ecclesiastica non fu esente da tendenze gallicane, sia pur moderate, tendenze la cui prevalenza anche alla Camera fecero fallire le negoziazioni concordate del 1816 e '17 con puro e semplice ritorno non al Concordato del 1516, come voleva L., ma a quello napoleonico, come volle Pio VII.
Gli successe – ultimo del ramo diretto dei Borbone – il fratello Carlo X, non avendo egli avuto prole maschile da Maria Luisa di Savoia, sposata nel 1771. - Vedi tav. CXV.