LUIGI XV, re di FRANCIA. - N. a Versailles il 15 febbr. 1710 da Luigi, duca di Borgogna, secondo Delfino, e da Maria Adelaide di Savoia; erede della corona, il 7 sett. 1715, sotto la tutela di Filippo II duca di Orléans, capo del Consiglio di reggenza.
Precettore ascoltato ed amato fin dai primi anni
gli fu H. de Fleury, vescovo di Fréjus, dolce e modesto, che conquistò tanto ascendente sul giovane Re, che, alla morte del duca di Orléans, fece accettare come primo ministro il duca Luigi Enrico di Borbone, (1723), il quale con la marchesa de Prie dominò da padrone la politica interna ed estera. L'intesa con l'Inghilterra e l'urto con gli Orléans portarono la Francia a staccarsi progressivamente dalla Spagna. L. XV sposò il 4 sett. 1725 Maria Leszczyska, figlia di Stanislao, creato re di Polonia da Carlo XII ma detronizzato dall'elettore di Sassonia Augusto II.
Poiché il Borbone cercò di deviare sul Fleury l'odiosità dei nuovi tributi impositi e delle misure di rigore contro gianenisti e protestanti, il Re reagì licenziando il duca, esiliando la marchesa de Prie e si raffreddò con la Regina, che avversava manifestamente il Fleury. Il Fleury ottenne il cappello cardinalizio appena due mesi dopo il licenziamento del duca di Borbone e suggerì di abolire la carica di primo ministro; fu egli stesso di fatto arbitro del governo, fino alla morte (1743).
Il cardinale, moderato e propenso alla pace, seguì una politica di raccoglimento all'estero ed all'interno nell'interesse della monarchia e della Francia, e la continuò durante la guerra di successione polacca scatenatasi in Europa in seguito all'improvvisa morte di Augusto II di Sassonia (febr. 1733). Fu merito soprattutto della politica di lui se il trattato di Vienna del 1738 assicurò vantaggi tali da far ritenere L. XV ancora arbitro dell'Europa.
Nella politica interna, L. XV si trovò a dover lottare contro gli avversari della famosa bolla Unigenitus a tendenza gianenista. Si dovè all'abilità del Fleury se, pur fra resistenze e proposte elevate fino ai piedi del trono, fu ridotto al silenzio il gianenismo laico ed accettata la bolla Unigenitus (24 maggio 1730), e se furono bandite, per la tranquillità dello Stato, le interpretazioni sottili degli avversari della bolla, che finivano per scuotere le regole della gerarchia e il rispetto della legge e proibiti gli scritti di ispirazione gianenista, con pene che andavano dall'ammenda al bando. Solo nel dic. 1737 fu raggiunta la pace secondo il volere del Fleury.
È fin troppo nota la parte che negli affari privati e pubblici ebbero le amanti che dopo la disgrazia della Regina seppure dominare L. XV. Dal 1745 al 1750 dominò completamente sull'animo del re Antonietta Poisson d'Etioles, creata marchesa di Pompadour, che seppe fargli consigliere scaltare e sagace anche nelle vicende politiche e lo indirizzò su quel ravvicinamento della Francia con l'Austria, che, mutatosi in alleanza, causò una guerra disastrosa contro Prussia ed Inghilterra alleatesi insieme. Ciò fu dovuto in parte a quella irresolutezza, che il Sovrano mostrò anche nella questione dei beni di manomorta suscitata dal Machault, nella quale, mantenutosi per un certo tempo estraneo, rinunziò poi bruscamente al proposito di gravare di tributi i beni del clero; e inoltre nella lotta fra il Parlamento e la Chiesa di Francia e di Roma, quando passò frequentemente da condanne a perdoni, sostenne l'arcivescovo di Parigi ed esiliò a Pontoise il Parlamento; per poi richiamare quest'ultimo senza aver ottenuta una sola concessione, quando non impedì l'esilio contro l'arcivescovo, e quando infine fu obbligato, per ottenere silenzio sulla bolla Unigenitus, a ricorrere a Benedetto XIV e a tenere il lit de justice del 1756, in seguito al quale 180 consiglieri dettero le dimissioni.
Anche con i « filosofi » del suo secolo, L. XV tenne condotta vacillante ed incerta. Mentre la Pompadour si affaccendava a proteggerli, L. XV accettò di sostenere unicamente i fisiocrati perché le loro teorie avevano portata fiscale favorevole alla monarchia, però non rifuggi dall'idea di guadagnare a sé Voltaire. Negli ultimi anni del regno crebbe nel popolo francese il fermento. Le pazze spese del tesoro regio per le favorite (si calcola che per la sola Pompadour il Re avesse speso non meno di trentasei milioni di franchi), la dilapidazione scandalosa dei finanziari irritarono sempre più e furono motivi di torbidi popolari. Satire e pasquinate corsero per le vie
e le piazze di Parigi e della Francia. Sotto questo rispetto, l'attentato di Damiens (7 genn. 1757) trovava una giustificazione nell'irritazione popolare.
Dopo la morte della Pompadour (1764) si sperava che, con il ravvedimento del Re, si iniziasse il riordinamento finanziario. Invece venne il momento di una nuova favorita, la Du Barry la quale, pur senza ambizioni politiche, ebbe parte in tutti gli intrighi della Corte, quale avversaria dello Choiseul. Questi, segretario agli Esteri dal 1758, aveva preso di fatto la direzione della politica dalla pace di Parigi (1763) in poi, e si era dato a riordinare l'amministrazione civile e militare, e a risollevere il prestigio della Francia all'estero. L'opera sua fu intralciata dalla condotta contraddittoria del Re, e dalle complicazioni interne, cui dettero luogo i preparativi della guerra contro l'Inghilterra, voluta dallo Choiseul. Questi per apprestare i mezzi necessari al conflitto faceva grande assegnamento sui proventi che potevano derivare all'erario dalle proprietà dei Gesuiti. Li abbandonò quindi all'ira del Parlamento, e soffiò gagliardamente sulla violenta campagna condotta contro loro, accusati di sedizione e di complotti, e contro la Compagnia stessa. La campagna si concluse, com'è noto, con il sequestro delle case della Compagnia (1762) e con l'espulsione dei Gesuiti dagli Stati dei Borboni (1764-67). L. XV, per piegare il Papa riluttante, dette ordine di occupare Avignone, proprio mentre truppe napoletane procedevano all'occupazione di Benevento e di Pontecorvo, finché la Compagnia di Gesù fu soppressa (21 luglio 1773), per volontà del Papa. La caduta dello Choiseul, dovuta soprattutto alla guerra che egli preparava contro l'Inghilterra, aprì la via ad un triumvirato (duca d'Aguillon, R. C. Maupéou, J. M. Terray), che ebbe il merito di evitare ad ogni costo la guerra, e che, sopprimendo il Parlamento, tentò di dar forza al potere assoluto. Mancava però al Sovrano corrotto ed alla mercè delle favorite la forza morale necessaria, mancò il sistema finanziario, troppo rovinoso, mancò l'unità d'intenti alla Francia, ormai sul declino nel campo internazionale, come fu, in parte, documentato dal fatto che senza di essa fu compiuta la divisione della Polonia.
Verso gli ultimi di apr. del 1774, il Re si ammalò di vaiolo. La sua sregolatezza lo aveva necessariamente tenuto lontano dai Sacramenti (cf. in proposito: J. Guiraud, Histoire partielle, Histoire vraie, Parigi 1917, IV, p. 248 sgg.); ora ordinò alla Du Barry di lasciare la corte, ottenne i conforti religiosi, dando chiare manifestazioni di pentimento, e morì il 10 maggio 1774. - Vedi tav. CXV.