LUIGI XIV, RE DI FRANCIA - Concessione d'una pensione a Pietro Antonio Muti (ag. 1643) con firma autografa di L. XIV quinquenne - Roma, coll. Marchese Muti.
Ingl. Gub. fot. nec.)
desi, che avevano allagato il loro territorio per salvare Amsterdam ed avevano rimesso a capo delle loro forze militari quale statolier Guglielmo d'Orange, il nemico più accanito di L. XIV che ne frenò e umiliò l'ambiziosa prepotenza. Il re non sentì lo scarso fondamento del suo successo e, restando potentemente armato, con le famose Camere di riunione reclamò ed occupò le antiche dipendenze (vere o pretese) delle sue nuove terre e fra queste Lussemburgo e Strasburgo (1681), mentre in Italia si faceva cedere dal duca di Mantova il diritto di guarnigione in Casale Monferrato e bombardava Genova (1684) perché costruiva navi per la Spagna. L'Europa non osò reagire e nella tregua di Ratisbona (15 ag. 1684) con la Dieta, le occupazioni gli vennero lasciate per 20 anni; l'anno prima i Turchi erano sotto Vienna, anche per suggestione di L. XIV, e solo le armi di Sobieski salvarono la capitale. L'ostilità europea, che la revoca dell'Editto di Nantes (1685) rinfocolava nei paesi protestanti, si precisa nella Lega d'Augusta (1686); e nel 1689 Guglielmo d'Orange diviene re d'Inghilterra al posto del suocero Giacomo II il Cattolico. La guerra ora divampa e L. XIV la apre facendo del ridente Palatinato una terra bruciata fra l'orrore dell'Europa. Per la Francia, già esausta, le sconfitte si alternano alle vittorie e L. XIV, togliendo alla Lega Vittorio Amedeo di Savoia col cedergli Pinerolo, può arrivare alla pace di Ryswick (1697), restituendo molte conquiste e riconoscendo l'Orange quale re d'Inghilterra.
Era imminente la successione in Spagna e L. XIV, mentre trattava con l'Inghilterra la spartizione della eredità, facendo leva sull'orgoglio nazionale spagnolo riusciva a far designare il nipote Filippo di Angiò unico erede dell'intera monarchia. L'accettazione era una provocazione per Inglesi e Olandesi, ma un rifiuto, che avrebbe sostituito, a Filippo, Carlo d'Asburgo, era difficile e dannoso. Il vero torto di L. XIV fu di aver aggravato la tensione,
cacciando gli Olandesi dalle Fiandre, ove tenevan certe piazze, inviando truppe francesi a Milano e riconoscendo Giacomo III Stuart re d'Inghilterra. Si formò una coalizione europea e dal 1701 la guerra si combatté su tre scacchieri: Germania, Italia e Fiandre; già nel 1704 la Germania era perduta, e nel 1706 anche l'Italia e le Fiandre; in Spagna era sbarcato l'arciduca Carlo. Le condizioni della Francia, minacciata di invasione, indussero il re a chiedere la pace; ma quando si pretese che cacciasse dalla Spagna il nipote, egli si rifiutò, preferendo umiliarsi a fare appello al suo popolo. La salvezza venne dal pericolo che Spagna ed Austria avessero a riunirsi quando, alla morte dell'imperatore Leopoldo, gli successe il fratello Carlo pretendente spagnolo. Olanda ed Inghilterra conclusero con L. XIV a Utrecht (1713) la pace sulla base della spartizione, ed ad essa dovette l'anno dopo adattarsi l'imperatore Carlo VI. Unico vantaggio per la Francia era che la Spagna non fosse più nemica, ma restava la minaccia, sul fianco, dell'Austria insediata nel Belgio.
Se il potere personale di re L. XIV prese forma precisa nel 1661 con il Conseil d'en haut, in cui era deciso ogni affare importante, la centralizzazione si organizzò a poco a poco nel seguente decennio al centro e nel paese specie con lo sviluppo degli intendenti provinciali. Le finanze costituivano il settore più torbido e delicato e L. XIV, liberatosi duramente del Fouquet, imprudente nell'ostentare ricchezze male acquistate, ebbe in G. B. Colbert (che però fu solo controllore generale) l'uomo onesto e capace che diede alla amministrazione il suo nuovo carattere. Il Consiglio delle Finanze si riuniva due volte alla settimana attorno al re che verificava i registri delle entrate e delle spese e firmava i consuntivi. Nelle provincie gli intendenti controllavano le amministrazioni municipali, dapprima per liquidarne i debiti e sanarne le cattive gestioni, poi per un controllo completo che, pur benefico in fondo, sopprimeva le antiche autonomie. Così l'assolutismo penetrava profondamente nel paese per stabilire un ordine, che di fatto non c'era, eliminando le resistenze e gli abusi locali.
Nella politica ecclesiastica L. XIV, sia nei rapporti interni che con il papato, seguì la stessa mentalità assolutista. Con i papi ebbe due conflitti per cause locali: il primo, nel 1662, per la guardia papale corsa, nel quale il papa Alessandro VII dovette subire un umiliante Trattato (Pisa, 12 febbr. 1664); l'altro con il papa Innocenzo XI, che voleva abolita la « libertà del quartiere » che gli ambasciatori francesi pretendevano conservare, mentre gli altri vi rinunciavano. Ma il vero urto di carattere propriamente ecclesiastico si ebbe per il diritto di regalia (amministrazione delle diocesi vacanti) che L. XIV nel 1673-75 allargò a tutta la Francia. Solo nel 1678-80 il papa Innocenzo XI protestò pubblicamente e il re si servì dell'Assemblea del clero la quale si lagnò che il Papa intervenisse in un affare civile, e, a nuove proteste del Pontefice, in altra assemblea del marzo 1682 vennero votati i famosi 4 articoli delle cosiddette « libertà gallicane », lesive della piena autorità papale, che L. XIV ordinò venissero professate da tutti e insegnate nelle università e nei seminari. Procedendo con lo stesso spirito assolutista, impose la conversione agli ugonotti, più con le vessazioni che con la persuasione, e quando il calvinismo parve sgominato per emigrazione o conversione forzata, revocò l'Editto di Nantes come superfluo. Nella Francia cattolica non tutti furono concordi in questo violento procedere, ed a Roma il Papa, pur festeggiando la conversione degli eretici, dubitava che le pretese « libertà » non conducessero la Francia ad uno scisma. Innocenzo XI rifiutò l'investitura ai nuovi vescovi, che avevano partecipato all'assemblea del 1682, e, divenuto vacante l'arcivescovato di Colonia, si oppose al candidato francese. Lo scoppio della guerra
e la sua durezza costrinsero L. a cercare un accomodamento, dopo che il papa Alessandro VIII aveva nel 1691 condannato con una bolla le 4 proposizioni. Solo con Innocenzo XII, nel 1693, si giunse ad un accordo nel quale il Papa tollerava la regalia; ma otteneva che i nuovi vescovi sconfessassero le proposizioni gallicane e il re ritirasse l'ordine di insegnarle. Nelle discordie con i giansenisti il re invece appoggiò l'azione papale; per il quietismo sollecitò dal Papa la condanna. Durante l'ultima guerra di successione di Spagna il papato minacciato, anzi assalito dall'Imperatore, fu in migliori rapporti con il Re.
La morte di L. XIV fu accolta come un sollievo nel regno dopo gli ultimi anni di paurose sofferenze; si temevano anzi discordini. Così finiva il re, già idolo della Francia, alla quale pure aveva assicurato, se non un primato politico impossibile, la supremazia culturale nella civiltà europea, che anche i disastri non potevano cancellare. Purtroppo L. XIV, creando la monarchia assoluta, vi istillò un germe mortale con l'esagerazione dell'arbitrio sovrano, che in lui aveva qualche freno nel suo costante intervento personale negli affari, cosa che non si verificò più nei suoi successori, poveri di volontà. La smania di assolutismo fu aggravata dal suo isolarsi, stabilendosi con la corte a Versailles, ove certo egli anche lavorava seriamente, ma dove invece pareva che si celebrasse solo la pompa della sua regalità, sullo sfondo di una massa di cortigiani, in una pesante etichetta che lo separava dal paese e lo rendeva, insieme ai suoi successori, prigioniero di quelle classi privilegiate con le quali la monarchia avrebbe finito con il precipitare. - Vedi tav. CXV.
Studi: Per una valutazione generale, oltre il famoso Sicile de Louis XIV del Voltaire, V. le storie gen. di Francia del Michelet, Martin e Lavisse, la Französische Geschichte im XVI. und XVII. Jahrb. di L. Ranke, Lipsia 1869; L. Bertrand, Louis XIV, Parigi 1923; per la vita di corte, P. de Nolbec, Versailles résidence de Louis XIV, ivi 1923, e M.me St-René-Taillandier, Le grand roi et sa cour, ivi 1930; per i rapporti con il papato V. Pastor, XIV e XV, V. indice; M. D'Angelo, L. XIV e la S. Sede (1689-93), Roma 1914; J. Orcibal, Louis XIV contre Innocent XI, Parigi 1949; L. O'Brien, Innocent XI and the revocation of the edict of Nantes, Berkeley (California) 1930. Per la politica interna: G. Pagès, La monarchie d'ancien régime en France, Parigi 1928; Marquis de Roux, Louis XIV et les provinces conquises, ivi 1938. Per la politica estera: E. Waldteufel, La politique étrangère de Louis XIV, ivi 1898; G. C. Picavet, La diplomatie française au temps de Louis XIV, ivi 1922; sulla rivolta di Messina, E. Laloy, La révolte de Messine, l'exhibition de Sicile et la politique française en Italie, 3 voll., ivi 1929-31; V. inoltre P. Gazotte, La France de Louis XIV, ivi 1946; Ph. De Vries, Het beeld van Lodewijk XIV in de Franse geschiedt-schrijning, Amsterdam 1948; Ph. Sagnac-A. de St-Léger, Louis XIV (1661-1715), 3° ed., Parigi 1949; L. André, Louis XIV et l'Europe, ivi 1950; J. E. King, Science and rationalism in the government of Louis XIV, Baltimore 1950. Luigi Simeoni