MAISTRE, JOSEPH DE

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MAISTRE, JOSEPH de. - Pensatore, polemista e scrittore, n. a Chambéry il 1° apr. 1753, m. a Torino il 26 febbr. 1821. Educato «nell'antica severità» della famiglia, risentì tuttavia profondamente l'influenza del pensiero contemporaneo. Illuministica, certo, è anche la curiosità che lo spinge verso il mondo massonico, a cui si inizia già nel 1774. Ma dà dall'enfantillage delle loges bleues, egli perviene a strin-gere legami con il gruppo degli «illuministi» di Lione, che, attraverso il Willermoz, fa capo al Martinez de Pasqually. Più tardi soltanto, nell'ultima delle sue Soirées de Saint-Pétersbourg, iniziate in Russia verso il 1809, sarebbe giunto a dichiarare che «l'avversione per ogni autorità e gerarchia sacerdotale» è comune a tutti gli «Illuminati», senza eccezione. Ma nel 1790 si era invece impegnato a difendere «l'illuminato» Claude de Saint-Martin contro ogni sospetto di eresia (IX, 9).

Nel Mémoire au duc de Brunswich, del 1782, il de M. dichiara il suo ideale di «illuminato»: giungere all'unicificazione delle Chiese cristiane, attraverso una sorta di diplomazia segreta massonica; accetta l'idea gnosticomartinistica di una rivelazione primitiva, a cui si aggiungono «i nuovi doni del gran Riparatore». Le tesi pessimistiche sulla degenerazione irreparabile, a cui si collega la necessità dell'esoterismo, della «tradizione segreta» (idea venata pure di aristocraticismo mistico-intellettualistico) non escludono il sogno in parte filosofico (gli echi leibniziani, l'incontro con l'abate Raynal lo confermano) in parte mistico, di un imminente rinnovamento dell'unità cattolica, vittoriosa sull'incredulità del secolo, ma anche sull'intolleranza e sull'«orgoglio teologico».

Invasa la Savoia nel 1792, il de M., prima incerto, finisce per scegliere il destino dell'emigrato, fedele al suo Re. Fra il 193 e il 197 è a Losanna, agente diplomatico

nei rilievi delle tre zone inferiori del primo pilastro contando da sinistra e, probabilmente, nei rilievi delle due zone inferiori del quarto pilastro. Tuttavia anche le altre sculture che adornano le basi dei quattro pilastri che inquadrano la bellissima facciata, sebbene opera di suoi aiutanti, riflettono il suo gusto di artista raffinatissimo. Il M., come Duccio, fonda la sua cultura plastica sulla esperienza di opere del classicismo neo-ellenistico-bizantino e dell'arte gotica, conosciuta attraverso le sculture, ma forse ancora di più a mezzo delle miniature. Dall'uno trae il senso del rilievo delicatissimo e sfumato, dall'altra una nota di espressionismo sentimentale che talora insiste su elementi veristici, e un senso araldico della composizione, bene ordinata e chiusa entro ritmi armoniosi. Ancora a Orvieto si indicano come opera del M. due Crocifissi lignei della Cattedrale, uno nella chiesa di S. Francesco ed una scultura, pur essa lignea, raffigurante il Cristo benedicente, nel Museo dell'Opera del Duomo.

BIML.: E. Lavagnino, *L'arte midiovale*, Torino 1936, p. 576 sg.; P. Toesca, *Il Trecento*, Torino 1951, pp. 46 sg. 277 sg. Emilio Lavagnino