MALABARESE

MALABARESE — Il rito malabarese non è altro, in origine, che il rito caldeo quale si praticava in Mesopotamia; ma dal sec. XVI in poi subì influssi latini così importanti da poter essere annoverato, oggi, tanto al rito latino, quanto al rito caldeo. Difatti la disposizione interna della Chiesa è conforme al rito latino, specie il santuario e l'altare con le sue tovaglie, tabernacolo, candelabri ecc., ed anche le vesti liturgiche dei ministri sacri; poi, quanto ai testi e rubriche, tutto il Rituale (Sacramenti, sacramentali, benedizioni), tutto il Pontificale (nel quale viene usata la lingua latina per le ordinazioni sacre), e finalmente, almeno per la Messa, tutto l'anno liturgico, che principia con le quattro domeniche dell'Avvento, e tutto il calendario, il quale progressivamente si aggiorna a misura che nuove feste si introducono nella Chiesa latina; cosicché il Messale di Veralpol (1929) è quasi in tutto conforme a quello latino.

D'altra parte è stata conservata come unica lingua liturgica il siriaco, sebbene totalmente estranea alla lingua indigena, e poi l'Ufficio divino con le sue preghiere e poesie siriache, diviso in due libri, uno per le feste, l'altro per le ferie; in esso non si segue il calendario latino, ma i periodi dell'anno ecclesiastico caldeo. Il canto non è né indiano né latino, ma tradizionale di origine mesopotamica. Anche la Messa è quella caldea con l'antichissima anafora degli Apostoli, senonché si usano il pane azimo, le Ostie di forma latina, le preghiere latine della vestizione, si recita il Credo immediatamente dopo il Vangelo, le parole della consacrazione sono prese dal canone romano, come anche l'Agni Dei, il Domine non sum dignus e la formula della Comunione; questa si distribuisce ai fedeli sotto una sola specie. Il rito dei funerali ritiene da una parte moltissimi inni propri del rito caldeo, ma vi si incontra pure la cerimonia latina dell'Abolutio ad tumultum con il canto del Libera me e con l'orazione Fidelium. Quindi non soltanto l'esterno, come la genufinessione ad un ginocchio, è lastizzato, ma anche ciò che costituisce intimamente il rito, preghiere, calendario e ritri sacramentali.

Le cause storiche che hanno provocato questo stato di fatto rimontano al sec. XVI. Venti anni dopo l'arrivo dei Portoghesi nel Malabar, uno di loro, Alvarez Penteado, nel 1518, scriveva che si dovevano obbligare i Malabaresi a seguire gli usi di Roma. Al terzo Concilio provinciale di Goa (1585) fu deciso di tradurre in siriaco i seguenti libri latini: Breviario, Messale, Pontificale e Rituale (cf. *Bularium patronatus Portugalliae*..., *Appendix*, I, Lisbona 1872, p. 75). Nel 1599 il Sinodo di Diamper decretò di bruciare i libri eretici (anche liturgici), di sopprimere le anafore di Teodoro di Mopsuestia e di Nestorio, di introducere la formula *Mater Dei* invece di *Mater Christi*, di usare il calendario latino, certamente privo della menzione di qualunque santo nestoriano, ecc.

Dei manoscritti liturgici eseguiti prima di quel Sinodo si hanno soltanto quelli conservati nella Biblioteca Vaticana (cf. *G. Levi Della Vida, Ricerche sulla formazione del più antico fondo dei manoscritti orientali della Biblioteca Vaticana* [*Studi e testi*, 92], Città del Vaticano 1939, pp. 176-89); in essi si nota già la pressione dei missionari latini; p. es., il cod. Vat. sir. 66 è fondamentalmente un Pontificale di rito caldeo con l'aggiunta delle anafore degli Apostoli e di Teodoro, ma i 25 primi fogli contengono la traduzione siriaca del rito latino delle ordinazioni.

I primi libri liturgici furono stampati dalla S. Congregazione di Propaganda Fide a Roma: la liturgia dei ss. Apostoli (1774), il Messale (1775), il Rituale (1775), di nuovo il Messale (1844) e il Rituale (1845); questi e altri libri sono stati stampati in seguito in parecchie edizioni diverse tipografie del Malabar.

Liber Secundus. 307

senis, deinde episcopus Doricensis creatur, in omni pietate gregem suam gubernat: Floruit, unu Domini 6o. & quod ex currit. Domus, terram, 3 cap. 1.

Dunavicensis, in Hispania, episcopus Bracariensis, Aribipocopi.

gioso e sociale d'Irlanda e chiese di potersi ritirare a Clairvaux; il Papa invece lo rimando in patria come suo legato.

Riprese con maggior lena la riforma, soprattutto dei monasteri, e ormai amico di s. Bernardo mandò giovani irlandesi a compiere il noviziato a Clairvaux, e dopo pochi anni sorse, nella diocesi di Armagh, l'abbazia cistercense di Millefont (1142), da cui ebbero origine quei cinque monasteri, che s. Bernardo nominava con orgoglio. Nel 1148 M. riprese il viaggio di Roma per trattare con Eugenio III la questione del pallio degli arcivescovi irlandesi. Stanco ed ammalato, verso la metà di ott. giunse a Clairvaux, ed il 2 nov. vi morì assistito da s. Bernardo. Il grande monaco, a richiesta dell'abate Congano, scrisse quella Vita s. Malachiae (PL 182, 1073-1118), che è ritenuta la perla dell'agiofagia medievale.

Interessanti i cenni all'uso dell'Estrema Unzione (capp. 24 e 31, coll. 1104 e 1115) e al dogma eucaristico (capp. 26, coll. 1105-1106), ed il mordente parallelo tra la vita del santo vescovo e quella degli altri prelati (capp. 19, coll. 1098-1099). S. Bernardo tenne pure due discorsi in transitu Malachiae (PL 183, 481-90), che sono una canonizzazione anticipata, compiuta poi da Clemente III il 6 luglio 1190 (PL 204, 1466).

Bibl.: E. Vacandard, St Malachie, in Revue des questions historiques, 52 (1892), pp. 5-57; id., Vie de St Bernard, II, Paris 1927, pp. 358-88 (con bibl. nelle note); G. Goyau, S. Bernardo, trad. it., Brescia 1928, pp. 188-93; J. De Ghellinck, L'essor de la littérature latine au XIIe siècle, II, Bruxelles-Parigi 1946, p. 195.

La profezia dello pseudo M. - Sotto il nome di M. ebbe credito una celebre profezia sulla successione dei romani pontefici, da Celestino II (1143) in poi, sino alla fine del mondo. Ogni pontefice è designato con un breve motto: in tutto III. Tale profezia cominciò a correre nel 1595, quando il benedettino Arnold Wion la inserì nel suo Lingum vitae edito in quell'anno a Venezia.

Il carattere d'apocrifo risulta dall'esame della profezia, che dovette essere scritto solo qualche anno prima della pubblicazione. Infatti da Celestino II a Gregorio XIV (escluso) i brevi motti applicati ai pontefici sono in rapporto con lo stemma, o con il nome di famiglia, o con il nome di battesimo, o con il titolo cardinalizio, o con il paese d'origine del papa. Da Gregorio XIV in poi, invece, i motti diventano enigmatici e, se alcuni quadrano, la maggior parte resta avvolta di grande incertezza, molti sono addirittura insulsi e solo a forza si lasciano mettere d'accordo con la storia reale (Pastor). Il testo delle profezie è in stretto rapporto, anche verbale, con l'Epitome della storia dei papi del Platina, fatta dal Pannino e pubblicata nel 1557, della quale segue anche gli errori. Nell'edizione del Wion, le profezie fino a Gregorio XIV sono accompagnate da una breve spiegazione del Ciaccionio. Non è chiaro il motivo per cui fu composta. L'Harnack, per es., la mette in rapporto con il Conclave del 1590, come divulgata dai fautori del card. Simoncelli, a cui si sarebbe bene applicato il motto Ex antiquitate urbis, che doveva toccare al nuovo Pontefice. Fu eletto invece Gregorio XIV e i motti cominciarono a non quadrare più. A M. vengono pure attribuite altre due profezie, egualmente apocrife e meno note, una sull'Irlanda e l'altra sulla Spagna. - Vedi tav. CXXV.

Bibl.: B. G. Feyjö y Montenegro, Teatro critico universal, II, Madrid 1779, pp. 114-17 (la profezia sulla Spagna); P. Pabecock, Acta SS., Propylaeum Maii, Parigi 1865, pp. 216-17; A. V. HARAN, in Zeitschr. für Kirchengesch., 3 (1879), pp. 315-24; P. Thurston, The socalled Prophecy and the Papers, in The War and Prophets, Londra 1915, pp. 120-61; E. Vacandard, La profetica de Malachie sur la succession des Papes, in Rev. apologet., 33 (1921-22), pp. 657-72; P. Grosjean, La profetica de Malachie sur l'Irlande, in Anal. Boll., 51 (1933), pp. 318-24; Pastor, X, p. 531 seg.; L. Cristiani, La profetica des papes, dite de St Malachie, in L'ami du clergé, 60 (1951), pp. 631-34.

Alberto Ghinato