(fot. Alinari)
MANNA
dei fatti, che il Newman passava in rassegna nel suo celebre saggio. Il M., allora stabilitosi a Londra, rifiutò la nomina ambitissima di cappellano della regina; una malattia, che lo immobilizzò per più mesi, ne accelerava il processo interiore (1847); un viaggio a Roma (1848), e il contatto con distinte personalità cattoliche, lo scandalo anglicano di Hampden e Gorham, lo portarono alle soglie della Chiesa. Il fatto decisivo si verificò quando Pio IX il 29 sett. 1850 ristabilì la gerarchia cattolica in Inghilterra (12 vescovi con a capo l’arcivescovo di Westminster, il card. Wiseman). Il grido No popery tornò a squillare nei comizi e nelle piazze; il M. come arcidiacono di Chichester dovette, per ordine del suo vescovo, convocare un’assemblea del clero per protestare contro il breve di Pio IX; obbedì, ma alla fine, fra lo stupore di tutti, dichiarò di non appartenere più alla comunione anglicana. Il 6 aprile 1851 fece l’abitura e si mise a disposizione del card. Wiseman, che lo ordinò sacerdote (15 giugno 1851) e lo mandò a completare i suoi studi a Roma, ove ottenne la laurea in teologia il 23 gen. 1854. Ritornato in Inghilterra, fondò nel 1856 gli Oblati di S. Carlo, congregazione di sacerdoti destinati alla predicazione nei quartieri popolari; l’anno seguente fu nominato preposto del Capitolo di Westminster. Da quel momento nacquero i dissensi con quella parte del clero, capeggiata da mons. Errington, vescovo coadiutore con futura successione, che mal soportava la superiorità di un convertito e di un «ultramontano». Gli incidenti non mancarono e Pio IX, chiamato a giudicare, de iure decise a favore di Errington, de facto, alla morte del Wiseman (1865), elesse arcivescovo il M., che fu consacrato il 5 giugno 1865.
Il lungo episcopato (1865-92) del M. porta l’impronta della sua forte personalità: uomo di azione, sorretto da una volontà sempre pronta e da un coraggio straordinario, trasformò la sua arcidiocesi, dotandola di sacerdoti docili e ben preparati, fondando il Seminario di S. Tommaso ad Hammersmith, moltiplicando le chiese, le missioni, le scuole, curandosi degli Irlandesi immigrati, ottenendo dal governo favori per l’Irlanda.
Destinato in gioventù alla carriera politica, seppe da vescovo occuparsi con abilità e con successo dei grandi affari della Chiesa: nella questione dello Stato pontificio, tanto viva quando egli lavorava al fianco del card. Wiseman, si dimostrò rigido temporalista nell’opera The temporal power of Vicar of Jesus-Christ (Londra 1861). Su questo punto le sue idee si mitigarono molto a contatto della realtà, come risulta dalle sue note intime. La sua più grande battaglia il M. la combatté al Concilio Vaticano, ove si dimostrò fervido assertore delle prerogative papali, soprattutto dell’infallibilità; i suoi pubblici interventi nell’Assemblea furono rari, ma nei corridoi del Concilio egli svolse una grande opera di chiarificazione e di persuasione. A questo lavoro si era preparato con le sue dote lettere pastorali sull’argomento, che raccolte formarono il volume Petri privilegium (Londra 1871). Dopo il Concilio dissipò le insinuazioni di Gladstone nell’opera The Vatican decrees in their bearing on civil allegiance. A political exposition (ivi 1875) e delineò gli avvenimenti della grande assemblea nella The true story of the Vatican Council (2a ed., ivi 1878). Purtroppo l’entusiasmo per Roma, dimostrato nel 1870, che lo fece definire il prototipo dell’ultramontanismo inglese, si attenuò alquanto sotto il pontificato di Leone XIII, senza però che questo raffreddamento incidesse nella sua fede di cattolico e nella sua lealtà di vescovo. Dopo il 1870 dovette affrontare la questione dell’insegnamento elementare. Lo Stato sovvenzionava la scuola laica a favore di una minoranza, lasciando in una condizione d’inferiorità la scuola libera della maggioranza (anglicani, metodisti, cattolici). Il M. s’oppose fortemente a quest’ingiustizia e, pur non ottenendo modifiche legislative, preparò con i suoi tempestivi interventi quella distensione morale, che ha condotto il governo inglese ad una migliore valutazione delle ragioni cattoliche. Quanto all’insegnamento universitario, il M., contrariamente al parere del Newman, non permise mai che i cattolici frequentassero Oxford o Cambridge, ritenendo necessaria la fondazione di una università cattolica; l’impresa non riuscì, anche perché, escludendo il Newman, si servì di un uomo che non aveva né il genio né il prestigio dell’escluso. La sua battaglia più gloriosa la combatté sul terreno sociale. Qualcuno lo disse perfino socialista, ma la sua campagna era ispirata al Vangelo; il momento culminante di questa attività fu quello, che è rimasto nella storia con il nome di «pace del cardinale»: lo sciopero di centomila dokers (lavoratori disorganizzati e mal retribuiti) minacciava la guerra civile: tutte le trattative delle autorità erano riuscite vane, quando il M. si recò alla direzione degli imprenditori e compose, fra l’esultanza universale, la difficile vertenza (1889).
Il M. era uomo di azione e a questa subordinò la sua facile penna: le numerose opere preparano o seguono gli atti più importanti della sua attività pastorale e, se non rivelano pensiero profondo né formulazioni nuove, hanno però un’unzione particolare e movenze inconfondibili, che le rendono accette ad ogni genere di lettore. Si spiegano pertanto la loro diffusione e le molte traduzioni in francese e in italiano. Oltre le già ricordate, sono da segnalare: The grounds of faith (Londra 1852), The love of Jesus to penitents (ivi 1863); The internal mission of the Holy Ghost (5a ed., ivi 1875); The glories of the Sacred Heart (ivi 1876); The eternal priesthood (ivi 1883), l’opera più popolare. La vita del M. si chiuse con un’apoteosi: già nel 1875, al momento della sua elevazione al cardinalato, tutta l’Inghilterra gli testimoniò sincera ammirazione; anche il governo inglese, in varie circostanze, riconobbe la superiorità morale dell’eminente arcivescovo. Egli rese popolare, nella terra di Elisabetta, la porpora romana: nel 1850 il card. Wiseman era accolto con il grido di No popery, nel 1875 il card. M. era salutato dagli evviva di tutti e, nel 1892, il suo feretro, insignito dai simboli della sua dignità, era salutato dai grandi con riverenza, era seguito dal popolo con affetto e rimpianto.