MARCELLO II, PAPA. - N. a Montepulciano il 6 maggio 1501, m. a Roma il 1° maggio 1555. Figlio di Ricciardo Cervini, scrittore della Penitenzieria Apostolica sotto Innocenzo VIII, fece i suoi studi a Siena.
Mandato poi a Roma per ultimarli, Clemente VII lo incaricò di compiere quella correzione del calendario che il padre Ricciardo aveva iniziato al tempo di Leone X: il lavoro fu portato a termine nel 1525. La peste del 1526 fece richiamare M. presso la famiglia, e la guerra della Lega di Cognac gli impedì, per allora, di tornare a Roma. Fervido cultore delle discipline umanistiche, M. tradusse in italiano il De amicitia di Cicerone, in latino Euclide e altri autori greci; già durante quel primo soggiorno romano egli si era fatto molti amici fra i letterati e gli scienziati del tempo, con i quali mantenne cordiali rapporti per tutta la vita. Trasferitosi nuovamente a Roma nel 1531, vi rimase un anno, accolto con particolare benevolenza dal card. Farnese. Questi, dopo la sua elezione al papato, lo chiamò presso di sé e gli affidò l'educazione del nipote, il giovane card. Alessandro.
Quando nel 1538 la direzione degli affari di Stato fu da Paolo III assegnata al cardinal nipote, M., come primo segretario di questo, esercitò una funzione di primaria importanza nella politica pontificia. Nel 1539 M. accompagnò il card. Alessandro nella sua legazione alla corte imperiale. Nello stesso anno il Papa gli assegnò l'amministrazione del vescovato di Nicastro, che egli permutò l'anno seguente con quella di Reggio Emilia. Il 10 dic. 1539 M. fu nominato cardinale, con il titolo di S. Croce in Gerusalemme. M. rimase a Bruxelles fino al sett. 1540. Nelle sue funzioni di vescovo, M. esplicò una intensa attività riformatrice, e nella relazione sulle cose di Germania additò nella decadenza del costume ecclesiastico la causa principale della alienazione dei Tedeschi dalla Chiesa. Nel 1541 accompagnò il Papa al Convegno di Lucca con Carlo V, e due anni dopo fu mandato come legato dall'Imperatore. Nel 1544 mutò nuovamente la sua sede vescovile, passando da Reggio a Gubbio. Nel 1545 fu uno dei tre legati pontifici al Concilio di Trento, dove combatté strenuamente i sostenitori della superiorità del Concilio sul Papa ed ebbe parte preminente nelle questioni dogmatiche. A Trento M. fu anche tra i più energici oppositori delle proposte dell'Imperatore in merito alle

(fot. Alinari)
Nel suo brevissimo pontificato, M. dimostrò la ferma intenzione di attuare rigidamente quei principi riformatori ai quali si era ispirata la sua attività di prelato. Vietò le feste dispendiose che si solevano celebrare in occasione delle nomine papali, rimandò l'esame di tutte le petizioni di privilegi e di grazie, limitò il numero e ridusse il trattamento dei familiari, fissò norme severissime per il conferimento di uffici ecclesiastici, ordinò che la giustizia fosse amministrata imparzialmente senza ingerenze estranee. Per eliminare ogni sospetto di nepotismo, proibì ai suoi parenti di recarsi a Roma e di risiedervi; deliberò inoltre di promulgare una bolla che comminasse gravi pene a chi alienasse beni ecclesiastici a favore di congiunti. Nella guerra di Siena tentò di compiere opera pacificatrice, rifiutando aiuti militari agli assediati e consigliandoli a cessare una inutile resistenza, mentre esortava Cosimo I a trattarli con mitezza. La morte improvvisa impedì a M. di proseguire in quell'azione riformatrice che egli riteneva un impegno inderogabile per qualsiasi pontefice.
Durante le cerimonie della Settimana Santa, M., già dal tempo del Concilio convinto della necessità di riformare la musica sacra, aveva sdegnosamente deplorato il carattere dei canti che avevano accompagnato la celebrazione del Venerdì Santo. Il Palestrina, che era uno dei cantori, ne fu indotto a comporre una Messa, che la morte del Papa gli impedì di presentargli e che per tali circostanze fu più tardi intitolata Missa papae Marcelli.