MARCOMANNI

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MARCOMANNI. - Popolazione germanica, di cui si possono seguire le vicende durante l'Impero Romano. Universalmente accettata la chiara etimologia del nome: uomini delle zone di confine, in rapporto da principio a tribù d'altro nome o forse anche d'altra stirpe (Celti?). Si ha di loro una prima menzione, quando prendono parte insieme ai Suebi di Ariovisto alle spedizioni oltre Reno, intraprese in seguito alla chiamata dei Sequani in lotta con gli Edili, insieme ai Suebi ricacciati da Cesare (De bell. Gall., I, 31-58). Furon di nuovo battuti dalle legioni romane, quando Druso marciò sino all'Elba (Dione Cassio, Hist. Rom., LV, 10 a) e in seguito a questa pressione romana si spostarono verso sud-est, più addentro nella Germania verso la Boemia. Ne rialzò le sorti un abile e valoroso loro capo Maroboduo che, raccogliendo intorno a sé anche altre tribù germaniche, riuscì a formare uno Stato potente tra il Danubio, l'Elba e l'Oder. A tal segno che Augusto ne fu preceduto, e pensò ad una grossa spedizione contro di loro da affidarsi a Tiberio e a Senzio Saturnino. Il disastro di Varo nella Germania inferior fece sospendere piani troppo ardimentosi nell'interno della Germania. Il chiuso Arminio, vincitore di Varo, tentò di avere con sé Maroboduo, al quale inviò, per comprometterlo, il capo di Varo, ma Maroboduo rimise quel macabro trofeo ad Augusto. Rimase così in buone relazioni con i Romani ai quali chiese ospitalità, quando discorde intestine e lotte con altre tribù germaniche lo obbligarono a fuggire dalla sua patria. Tiberio favorì l'unione dei M. con i Quadri, fidando nell'autorità dei capi che la diplomazia romana riusciva a far loro accettare. Le inimicizie sorsero, quando i M. si affermarono più decisamente sulla riva sinistra del medio Danubio.

Li combatte Domiziano, più di una volta infelicemente, nonostante le ripetute acclamazioni imperatorie. Solo durante l'impero di Marco Aurelio si venne alle grandi, ostinate guerre. Nel 166 tornò innumerevoli di barbari, operando simultaneamente su tutta la linea del Danubio, riuscivano a sfondare in più punti le difese romane e a irrompere come un torrente distruggitore nelle province della riva destra. I Quadri e i M. meglio armati e organizzati degli altri giunsero sino a valicare le Alpi, distrussero Opiertigium (Oderzo) e posero l'assedio ad Aquileia. Le milizie cittadine (pretoriani, urbani, classici) uniche disponibili, perché buona parte delle legioni erano state inviate in Oriente contro i Parti, erano sanguinosamente sconfitte. E solo il rapido ritorno dei due Imperatori (Marco Aurelio e Lucio Vero) dall'Oriente arrestò l'ondata furiosa. Disgraziatamente le legioni ricondotte indietro dalle regioni orientali portavano seco la peste. La guerra fu rivolta specialmente contro i nemici più temibili: Quadri e M., e fu guerra lunga e sanguinosa (166-72). Dell'accanimento con cui fu combattuta fanno fede, nella scarna miseria delle fonti letterarie, le notizie della morte sul campo di illustri comandanti romani (Furio Vittorino e Marciano Vindice, prefetti del pretorio; Marco Claudio Frontone, governatore della Messia) e in forma indiretta il carattere feroce e disperato che si rivela nei rilievi della colonna antonina. Nel 172 i Germani chiesero e ottennero la pace, consentendo a ricevere presidi romani entro i loro confini. Si parlò anche di una provincia Marcomannia e Sarmazia che ebbe se mai effimera vita. Nel 177 infatti riarse la guerra, interrotta dalla morte di Marco Aurelio a Vindobona il 17 marzo dell'anno 180, e abbandonata subito dal figlio e successore Commodo, ansioso di correre a Roma per assicurarsi la corona imperiale. Si comprende perciò, che la pace concessa dovette essere abbastanza mite, e d'altra parte le gravi perdite che tanto lunghe guerre dovevano aver inflitto, fecero sì che il nome dei M. non si sentisse più con speciale risalto tra quelli delle altre popolazioni germaniche. Il cristianesimo dovette penetrare tra loro presso a poco quando si fece strada tra altri Germani. Non se ne hanno sicure notizie, né può esser preso alla lettera quanto narra Paolino nella Vita Ambrosi, 36 (PL 14, 42) che cioè «Frigiti quaedam regina Marcomannorum», avendo sentito delle grandi virtù del Santo, «Christo credidit... missis Mediolanum muneribus ad ecclesiam per legatos postulavit, ut scriptis ipsius qualiter credere debuit, informaretur». Se veramente per mezzo di s. Ambrogio sia giunto tra i M. il cristianesimo, esso non sarebbe stato inficiato di arianesimo come fu la fede dei Goti e di parecchie popolazioni germaniche.

BIBL.: K. V. Müllenhof, Deutsche Altertumshunde, Berlino 1870-91; Stralosch-Grassmann, Geschichte der Deutschen in Österreich-Ungarn, Vienna 1895; E. Petersen, A. Domszewski, G. Calderini, Die Marcus-Säule, Berlino 1896; L. Schmidt, Geschichte der deutschen Stämme, II, 1918, p. 176. Roberto Paribeni