MARTINO de Azpilcueta (Navarrus). - Teologo moralista e canonista, n. il 13 maggio 1492 e chiamato a Navarrò dal luogo di origine (Barason, in Navarra), m. a Roma il 21 giugno 1586. Fu cugino di s. Francesco Saverio, con cui tenne relazioni epistolari; dottore (1541) e professore di diritto canonico a Cahors (prima del 1520) e poi a Tolosa, dove aveva studiato ed era stato ordinato; a Salamanca fu professore de decreto (1532), poi de prima (1533) a Coimbra, dove organizzò l'Università (1538-55).
Intervenne come teologo nella vertenza tra Filippo II e Paolo IV, rasentando lo scisma, per eccessiva accomodazione al re. Tuttavia sostenne contro il medesimo
e a Roma, come avvocato, il celebre arcivescovo Carranza: ciò che non gli fu più perdonato dal re. A Roma fu caro ai papi Pio V, Gregorio XIII e Sisto V; fu nominato consultore della Penitenzieria e non ebbe la porpora solo per l'opposizione di Filippo II. Contro di lui M. pubblicò un'indignata giustificazione: Epistola apologetica ad... ducem Albuquerquensem (Roma 1570). Uomo finissimo e di vita austera, pieno di carità verso il prossimo, è da annoverarsi tra i sommi del suo tempo come moralista, canonista ed autore ascetico. Le sue opere, ripetutamente stampate anche dopo la sua morte, furono, almeno in parte, ritenute classiche. Tra le più conosciute è il suo Manuale sive enchiridion confessorium et paenitentium (Anversa 1573), che è un rifacimento del suo Manual de confessores y penitentes (Coimbra 1553). Innumerevoli le opere di diritto: notissimo, tra l'altro, il suo De redditibus beneficiorum ecclesiasticorum (Roma 1568, 1574; 1a ed. in spagnolo Valladolid 1566). Molte altre opere scrisse sul Breviario, i regolari, i beni ecclesiastici, ecc., che furono pubblicate in edizione completa a Roma (3 voll., 1590), Lione (1589-91), Venezia (5 voll., 1602), Colonia (2 voll., 1615).