MAŞŞEBHĀH. - Cíppo, grossa pietra eretta (dal verbo nāṣab « drizzare »; Settanta: στήλη, λίθος σκοπός, ὑπόστασις, Ez. 26, 11; Volgata: titulus, lapis, statuae). Nella Bibbia è commemorativo di un beneficio divino (Gen. 28, 18, 22; 31, 13; 35, 14), o di un patto (tra Giacobbe e Laban: Gen. 31, 45, 51 sg.; del patto del Sinai: Ex. 24, 4); è simbolo del culto del vero Dio (Is. 19, 19). Come stele funeraria (II Sam. 18, 18; Gen. 35, 20), è in uso ancor oggi tra i musulmani. La m. era spesso una stele idolatrica, accanto alla 'āferāh e all'altare, nei santuari cananei o alture sacre (Ex. 32, 24; 34, 13; Deut. 7, 5; 12, 3; Ier. 43, 13; in Ez. 26, 11 « colonne protettrici », come quelle all'ingresso del tempio di Melkart a Tiro).
Le m. erano disposte ad intervalli eguali, su una linea spesso orientata nord-sud. Il numero variava: a Gezer ne restano 10 in un santuario, 4 in un altro; a Thanac 2 soltanto; nei santuari di campagna è probabile ve ne fosse una sola. Le più ordinarie avevano le proporzioni di un uomo; a Gezer ve ne sono di ca. 3 metri; alcune sono levigate per i baci e le unzioni ricevute da secoli; altre rozze. Non è chiara la loro relazione con la divinità: se dimora o simbolo di essa. La Legge pertanto le proibiva (Lev. 26, 1; Deut. 16, 22). Si trovano tuttavia nelle bānāth o santuari in onore di Jahweh (I Reg. 14, 23; II Reg. 17, 10; 18, 4; 23, 14; II Par. 14, 2; 31, 1; Os. 3, 4; 10, 1 sg.; Mi. 5, 12); e anche in onore di Baal (II Reg. 3, 2; 10, 26 sg.). In Is. 6, 13 la m. è un tronco d'albero, privo dei rami. Distinte dalle m. son le stele solari in onore di Baal: hammānim (Lev. 26, 30; Is. 17, 8; 27, 9; Ez. 6, 4.6; II Par. 14, 4; 34, 4.7), poste al di sopra dell'altare.
Bibliografia5 opere
Francesco Spadafora