MASSIMIANO (M. Aurelius Valerius Maximianus), IMPERATORE ROMANO. - N. di umili natali in Pannonia, soldato in uno dei periodi di più energica e fortunata ripresa del prestigio militare romano sotto gli imperatori Aureliano e Probo, commilitone di Diocleziano e da lui aiutato nella sua carriera, sì che ne sentì la superiorità, e gli si mostrò sempre devoto.
Le fonti antiche che lo riguardano, sono di scarso valore, perché vanno dalle lodi spesso eccessive delle orazioni di Mamertino (v. Panegyrici Latini, II, III e VI) ai giudizi di asprezza, forse esagerata, dei pochi storici del tempo i quali non cessano di insistere sulla rozzezza, ignoranza, impulsività, grossolana inesperienza, puerile avidità di onori di lui.
Quando Diocleziano, morti Caro, Numeriano e Carino, non trovò più nessuno a contrastargli l'Impero, ebbe però subito a provvedere a non poche gravi e urgenti necessità, non ultima quella dei gravi disordini delle province galliche, alle quali ripetute invasioni barbariche e lotte interne di usurpatori avevano procurato enormi danni. Occorreva stroncare il malanno, e a questo fine Diocleziano nominò Caesar M., e lo inviò con forze militari in Gallia. M. fece ottima prova e, in seguito a ciò, fu associato all'Impero col titolo di Augustus.
Lasciato alla tutela di tutte le province occidentali, M. ebbe ancora vittorie sui Germani di oltre Reno, specialmente sui Franchi, mentre un suo generale, Carausio,

M. intanto si tratteneva a Milano, o guerreggiava in Africa contro i Quinquegentani e altre tribù ribelli. Nel 303, celebrandosi i vicennalia di Diocleziano, M. fu con lui in Roma, celebrandovi un trionfo e i ludi saeculares iniziati nel 298. Nel 305 si sarebbero dovuti celebrare i vicennalia di M., ma la festa fu amareggiata dalla abdicazione che Diocleziano volle, e impose anche al molto riluttante collega (1 maggio 305), per far posto, secondo il sistema della «tetrarchia», ai due Caesares. L'irregolare proclamazione a imperatore di Costantino per opera dei soldati di Gallia e di Britannia invogliò Massenzio (v.), figlio di M., a farsi acclamare imperatore e ad insistere presso il padre, perché riassumesse la porpora imperiale. M. accettò, e la presenza di lui presso il figlio fece sì che andassero a vuoto le spedizioni di Flavio Severo e di Galerio contro Massenzio. M. insisté molto con Diocleziano, perché a ricondurre l'ordine e la pace anch'egli riassumesse il potere imperiale, ma invano; anzi nel convegno di Carnunto Diocleziano impose a M. una nuova abdicazione. Tornato privato cittadino, e in non buone relazioni col figlio, si rifugiò in Gallia presso Costantino, al quale aveva dato in moglie la propria figlia Fausta. Ma anche là, ripreso da irrequiete velleità di dominio, fu dal genere preso in sospetto, e in modo non del tutto chiaro fatto scomparire.
Buon soldato, ma nulla più che questo, fu tuttavia buon esecutore delle direttive di Diocleziano. Ai cristiani non fu benevolo, sì che nella sua parte d'Impero le disposizioni dell'editto di persecuzione di Diocleziano furono applicate severamente.