MENZOGNA. - Dal lat. mentitio-onis, cioè asserzione bugiarda. Circa la questione sulla natura e moralità della m. le opinioni dei dotti di tutti i tempi e di tutte le scuole non sono concordi, causa, in gran parte, la difficoltà reale di conciliare, con coerenza di sani principi, due atteggiamenti morali operanti nella coscienza comune degli uomini: l'uno che la m. è decisamente riprovevole; l'altro che, in determinate situazioni, la verità delle cose non può dirsi, senza incorrere in gravissimi pericoli privati e pubblici, ovvero senza tradire inviolabili segreti. Gli uni, al culto della sincerità sacrificano freddamente le esigenze della vita sociale; questo indirizzo, iniziato da Aristotele (Eth. Nic., 1, 7, cap. 4), tocca l'osservazione in Kant e nei kantiani. Gli altri, al contrario, nell'eccessiva giustificazione delle necessità sociali, svigoriscono l'orrore innato per la m. e si spingono fino al punto di elevarla a nobile sistema delle grandi realizzazioni politiche e militari. Questa corrente fa capo a Platone (Rep., 1, 1, n. 5); ma raggiunge l'inverosimile nelle dottrine politiche degli utilitaristi.
I cattolici mantengono la posizione di equilibrio tra le opposte dottrine, pur non concordando a volte sulla giustificazione da dare alle loro conclusioni. Già con s. Agostino la dottrina cattolica sulla m. raggiunse, si può dire, la sua forma definitiva.
I. NOZIONE
La m. consiste nel parlare in contrasto con il proprio pensiero: locutio contra mentem. Qui per "parlare", si intende la comunicazione del proprio pensiero, qualunque ne sia il mezzo: o quello comune della parola ovvero un altro, p. es., lo scritto, il gesto e simili. Va pure precisata l'espressione "proprio pensiero".Il pensiero è la riproduzione mentale della realtà extra-mentale. Tra la realtà extra-mentale ed il pensiero che la riproduce, può esserci conformità: si ha allora la verità del pensiero, ed eventualmente del parlare, che lo comunica; ovvero può esserci contrasto: si ha allora la falsità del pensiero, ed eventualmente della parola, che lo comunica. Il parlare quindi può riferirsi a due termini ben distinti: immediatamente al pensiero comunicato; mediatamente alla realtà, che quel pensiero riproduce. Se si riferisce immediatamente al pensiero che comunica, si ha la sincerità o la m., secondo che ci sia con quella conformità o contrasto. Se invece si riferisce alla realtà esterna, mediante il pensiero che la riproduce, si ha la verità o la falsità, secondo che vero o falso sia il pensiero stesso. Si che il parlare è alle volte sincero e falso insieme: quando esprime, con conformità, un pensiero - per inconscio errore - falso. Viceversa è bugiardo e vero insieme: quando, capovolgendosi nella m. un pensiero già falso, l'espressione esterna del parlare viene a trovarsi, senza coscienza di chi la pronunzia, conforme alla realtà delle cose e cioè vera. Analogamente non è m. esprimere con conformità un pensiero parabolico, allegorico o comunque metaforico. Che anzi l'uso del linguaggio metaforico, senza essere moralmente riprovevole, può costituire una eleganza di stile.
In breve l'essenza della m. sta tutta e solamente nella immediata relazione di contrasto tra il pensiero e la sua esterna comunicazione. Per essa non hanno rilievo né i diversi modi di comunicazione né le diverse relazioni - di verità, di falsità, di metafora - con le quali il pensiero si ricollega a sua volta con la realtà delle cose.
Queste sono tutte nozioni certe, che il senso comune pienamente conferma. Presso tutti è bugiardo chi dice una cosa, mentre ne pensa un'altra; e non è ritenuto per tale chi, pur sbagliando, è però sincero.
II. MORALITÀ
Alla domanda: perché la m. è riprovevole; in che consiste la sua bruttezza morale, sono state date molte risposte e varie. Tra le tante la più autorevole, ed anche la più convincente, è quella di s. Agostino (Enchiridion, cap. 22).L'uomo è di natura sua socievole. Le sue imperfezioni lo fanno bisognoso dell'aiuto altrui; le sue perfezioni lo sollecitano ad espandere su chi ne è privo. Di qui la necessità e la gioia naturale di stabilire il contatto con gli altri; specialmente il contatto spirituale dei pensieri, delle aspirazioni, degli ideali mediante la parola. Senza la parola le anime degli uomini sarebbero mondi isolati e chiusi gli uni agli altri. Chi fa uso della parola manifesta l'intenzione implicita di comunicare il proprio animo. La m. (locutio contra mentem) si risolve in questa flagrante contraddizione: essendo una parola, vuole ottenere lo scopo naturale che con questa si persegue: cioè la comunicazione del proprio pensiero; essendo contro il proprio pensiero, tradisce quello scopo, comunicando a chi ascolta ciò che è, in modo diverso, nell'animo di chi parla: nel tradimento intenzionale della funzione naturale della parola è la malizia morale della m.
Alcune osservazioni serviranno a precisare:
a) L'ordine sociale degli uomini è duplice, secondo che lo si fonda sulla giustizia o sulla sola carità. Nel primo, l'obbligo delle proprie comunicazioni deriva dal diritto, che è negli altri di esigerle; nel secondo deriva invece o dalla carità verso se stesso (provvedere ai propri bisogni) o verso gli altri (aiutarli nei loro). La parola serve immediatamente e sempre all'ordine della carità; solo alcune volte e, in un secondo momento, anche a quello della giustizia.
b) La malizia morale della m. non suppone affatto e tanto meno deriva dal diritto, che sarebbe in chi ascolta, di conoscere il pensiero di chi gli mentisce. Se quel diritto, di fatto, c'è, la m. è riprovevole indipendentemente dalla sua violazione.
c) Né la prudente carità né molto meno la giustizia obligano a comunicare a tutti tutto il proprio pensiero. Quindi non è m. né il silenzio né la parola che neghi agli altri la verità dei propri pensieri; ma solo la parola che, nel comunicarla, positivamente l'altra.
d) La malizia della m. è teologicamente sempre leggera e mai grave, perché la parola tende a realizzare l'ordine sociale della carità, mediante la comunicazione delle singole verità, concepite dai singoli uomini. Ma queste verità sono sempre limitate e contingenti, e, con ciò stesso, mai essenzialmente necessarie all'ordine sociale della carità. Segue quindi che questo ordine mai è gravemente colpito dalla m., la quale, tradendo la naturale funzione della parola, gli nega verità solo limitate e contingenti. La colpa è quindi sempre veniale, salvo che s'ispiri al disprezzo formale della verità essenziale, in se stesso, o ad altri scopi gravemente illeciti.
e) D'altronde questa malizia veniale è così intrinseca alla m., che è assurdo concepire la separazione. Neppure Dio lo potrebbe; onde i teologi affermano assurda la m. in Dio ed assurdo che egli la permetta - anche una sola volta - all'uomo. Difatti i due contrastanti costitutivi della m. - parola e pensiero in opposizione - costituiscono essi stessi quella flagrante contraddizione della sua malizia: il tradimento cioè della naturale funzione della parola. Se c'è m., necessariamente c'è quella contraddizione; se questa manca, non c'è più m. Dal che segue che non essendo lecito fare il male per ottenere il bene, i più nobili e sacrosanti scopi non possono mai lecitamente ottenersi con l'uso della m. Se mai la buona fede può scusare il soggetto, mai giustificare il fatto. Perciò
sono sempre illecito la m. giocosa, detta cioè a scopo scherzoso, e la m. officiosa, detta cioè a scopi professionali. Se poi la m. si ispira a scopi per se stessi cattivi, oltre alla sua propria malizia riveste pure quella specifica di quegli scopi. È la classica m. dannosa.
III. M. E NECESSITÀ DELLA VITA SOCIALE. — La m. è intrinsecamente immorale. Eppure nessuno condanna tante false espressioni, che la necessità della vita sociale impone. Così il confessore, interrogato sul suo penitente, può rispondere — confermando — che con giuramento — di non sapere — di lui ciò che invece sa. Nello stesso modo si può difendere ogni segreto dalla indiscrezione altrui. Il medico può calmare le ansie di un ammalato grave, dandogli speranze di guarigione, che è convinto non potersi affatto nutrire. Analoghe risposte difendono dalla minaccia di pericoli imminenti su noi o su altri. Anche per semplici cortesia, si ricorre all'uso di molte false espressioni. Desiderosi della quiete di casa, si fa rispondere a chi ci ricerchi, che addirittura non siamo in casa. Evitando l'abuso di queste espressioni, la loro licenza è ammessa da tutti, anche dai dotti. Ma in che modo poi conciliarla con la illiceità della m.? La difficoltà è davvero grave. S. Agostino si limitò ad enunciare solo questo principio: altro è mentre, altro occultare il proprio pensiero; come altro è affermare il falso, altro non dire la verità. È difatti, in molti casi, basterà il silenzio o la frase evasiva allo scopo di salvare il segreto, di eludere una minaccia, di essere cortesi. Ma tante altre volte il silenzio o la frase evasiva sono proprio tali da tradire quegli scopi. Non si può allora né tacere né evadere; bisogna dire qualcosa; d'altronde il proprio pensiero non può dirsi senza pericolo. È lecita in simili circostanze la risposta falsa? Con la grande maggioranza degli uomini sani, i dottori cattolici rispondono di sì. Ricercano poi il principio, che dia di ciò ragione, senza pregiudizio della precedente dottrina sulla m. E qui molte delle giustificazioni addotte non convincono. Perché alcune sono contraddittorie con il concetto stesso della m., ovvero scuotono il fondamento della sua riprovazione. Altre, per tener salde queste sicure nozioni, svolgono acrobazie dialettiche, le quali non reggono alla critica ed hanno tutta l'apparenza di ingegnosi sotterfugi. Altre infine sono parzialmente valide in alcune delle situazioni pre
dette, non in tutte. Fra queste ultime restrizione mentale (v.). Ecco ora quella che si stima la vera ragione.
Innanzitutto, si noti che queste espressioni sono permesse non perché, restando vere m., la necessità le giustifici. Nessuna necessità può rendere lecito ciò che è intrinsecamente illecito; e tale è la m. Se quelle espressioni sono lecite, lo possono essere soltanto nella supposizione che non sono m. Difatti gli uomini, servendosene, non hanno la coscienza di dire o di ascoltare m. E non lo sono davvero; basterà richiamare alla mente il concetto genuino della m. ed il fondamento della sua bruttezza morale. La m. è solo nella relazione tra la parola ed il pensiero e non tra la parola e la realtà. Quindi una parola falsa può non essere m. Le espressioni, che ci interessano, sono indubbiamente false, ma non per ciò stesso m. Per esserlo dovrebbero contrastare con il pensiero. Ciò che non è affatto vero.
La malizia morale della m. sta tutta in questa contraddizione; essendo essa una parola, intende comunicare il pensiero proprio di chi la pronuncia; adulterando quel pensiero, di fatto non lo comunicata. Resta così tradita la naturale funzione della parola. La m. quindi, per essere tale, suppone che la parola sia usata secondo la sua naturale pensiero di chi l'adozione di chi l'adozione che costituisce la sua morale malizia. Ciò chiaramente si verifica nelle rappresentazioni sceniche, dove l'attore appare, parla, agisce da re, mentre non lo è. Pertanto non mentisce. Perché? Perché il gesto, la parola, l'azione, in quelle circostanze, non mirano affatto allo scopo di comunicare il pensiero e l'animo dell'attore. Ed allora, come simile parola potrebbe essere m., contrastare cioè con un pensiero, che non ha pretesa di comunicare? Avviene lo stesso quando si parla non sul serio, ma scherzando. La parola allora è adoperata al di fuori della sua naturale funzione: non vuol significare il pensiero di chi scherza. Perciò nessuno pensa che gli scherzi siano m.; anche se per tali li ritiene chi non ancora ne ha compreso il vero carattere di scherzo.
È proprio quanto avviene nel caso nostro. Quando s'impone la necessità di tener celato il nostro pensiero e d'altra parte l'indiscreta interrogazione non ci permette di tacere o evadere, la nostra risposta allora — qualunque essa sia — non adempie affatto la funzione di comunicare il nostro pensiero. Proprio perciò — caduto il necessario presupposto della m. — è fuori il suo ambito. Quindi gli uomini assennati — non ritenendole serie — non prestano fede a queste risposte; o per lo meno restano nel dubbio. Che se qualcuno le crede risposte serie, è un ingenuo, come sarebbe chi scambiasse lo scherzo per cosa seria e la rappresentazione scenica per realtà. Oppure è in