MEROVINGI

MEROVINGI. -

I. STORIA

Dinastia che governò i Franchi dal sec. v al sec. VIII. Della tribù dei Franchi Salii, dopo aver a lungo saccheggiato le province romane, al principio del sec. v era passata dalla regione dello Issel alla Gallia Belgica. Il re Clodione verso il 430 occupò la zona di Tournai e di Cambrai. Diede nome alla dinastia il re Meroveo, che nel 451 a fianco degli imperiali, sotto Ezio, combatté con i suoi Franchi contro gli Unni di Attila.

Il suo successore Childerico, sempre nell'orbita imperiale, combatté contro Sassoni ed Alamanni. Dopo il 482, alla testa dei Franchi Salii di Tournai appare Clodoveo, la principale figura della dinastia. Con le sue forze militari limitate e non compatte eliminò l'esaurito nucleo degli imperiali di Soissons, riuniti attorno a Siagrio, quindi assorbì varie tribù indire-

denti dei Franchi Salii e dei Franchi Ripuari della Valle del Reno. Attorno al 496 partecipò alla lotta che si combatté tra Franchi Ripuari e Alamanni: questi furono sgominati e respinti ad Oriente. Verso il 496-500, Clodoveo, che era ancora pagano, o per le insistenze della consorte, la burgundica Clotilde, o forse per la necessità di assicurarsi le simpatie delle popolazioni cattoliche della Gallia centrale, ricevette il Battesimo a Reims dall'arcivescovo Remigio. Mentre Visigoti e Burgundi, chiusi nel loro arianesimo, erano in contrasto con i sentimenti della popolazione romana, e gli altri capi tribù barbari rimanevano ancora pagani, questo capo abilissimo trasportava la sua sfera di azione nella regione della Senna e riusciva con la sua conversione a togliere ogni contrasto tra il suo popolo e la popolazione romana. L'atto di Clodoveo fu subito compreso nella sua importanza e il vescovo di Vienne, Avito, scrisse al re per congratularsi della sua conversione.

Clodoveo presto si dichiarò il protettore dei cattolici contro i Visigoti ariani, e col pretesto della persecuzione di Alarico II contro la popolazione romana gli dichiarò guerra, lo vinse a Vouillé (Poitiers) ed occupò con la capitale Tolosa tutte le province visigotiche di Gallia (507). Solo l'intervento di Teodorico dall'Italia salvò ai Visigoti la Spagna e la Settimania.

Clodoveo, alla sua morte (511), aveva riunito tutta la regione sotto di sé: i Franchi, stabiliti da principio dove la popolazione romana era rara, lasciarono ai Gallo-romani delle regioni occupate la vecchia organizzazione. Non vi poteva essere e non vi fu fusione delle due popolazioni: ma l'uguaglianza religiosa e politica era la base per il sorgere di un popolo nuovo. Morto Clodoveo, i quattro figli si spartirono come proprietà privata i territori conquistati dal padre: Childeberto a Parigi, Clodoveo ad Orléans, Clotario a Soissons, Teoderico (Thierry) a Reims. Essi continuarono l'opera paterna: distrussero il regno dei Borgognoni; abbatterono la potenza dei Turingi e ne occuparono il paese; fecero scorrerie in Spagna fino a Saragozza ed in Italia approfittando delle lotte tra

l'Impero e gli Ostrogoti. Furono principi crudeli, che mirarono solo a conquistare, forse soltanto a saccheggiare. Nel 588 Clotario I, superstite dei quattro fratelli, riunisce di nuovo tutto il dominio merovingio; alla sua morte nel 561 nuova ripartizione tra i quattro figli, Sigeberto tra Mosa e Reno, Chilperico da Soissons a Cambrai, Gontranno dal Berry alla Borgogna, Cariberto ad occidente da Rouen a Bordeaux; nel 567 muore Cariberto, i suoi domini sono divisi tra i fratelli senza alcun criterio politico. Nelle divisioni non si discute di regioni, ma solo di città o di frazioni di città per equilibrare le parti dei vari contendenti. In questo nuovo periodo di frazionamento, non si parla più di espansione: le spedizioni di Childerico in Italia più che a conquista mirano ad attingere oro dai Bizantini e dai Longobardi. Si combatte ad oriente con gli Avari, ma più a scopo difensivo. Per i principi non esiste interesse di Stato ma solo desiderio di arricchire a spese dei sudditi, trasformando il tributo in volgare rapina, rivolgendo la giustizia a brutale artificio per confiscare i beni di chi si vuole derubare. Per trent'anni la vita dei figli di Clotario I si concentra attorno alla lotta aspra che si combatte tra Sigeberto e Chilperico. Sigeberto sposa Brunechilde, figlia del re visigoto Atanagildo; Chilperico sposa la sorella, Galswintha, dopo aver ripudiata Audouvera, ma poi ritorna alla concubina Ferdegonda e per lei fa uccidere la prima e la seconda moglie. Ed ecco l'odio fra le due famiglie. Sigeberto vince il fratello, ma muore per mano di un emissario di Fredegonda; Brunechilde è presa e chiusa in prigione. Ne esce sposando il figlio di Chilperico, poi ritorna nel regno del figlio Childeberto che protegge contro la nemica, come poi protegge i nipoti Teobaldo e Teodorico. Lotte e intrighi durano sino a quando, morti i discendenti di Sigeberto, morto Gontranno, il figlio di Chilperico e di Fredegonda, Clotario II riesce a riunire tutti i domini della famiglia merovingia, consacrando il trionfo con lo squartamento della nemica Brunechilde (613).

Attraverso questa funestissima guerra civile, causa di profonda decadenza, si parla di Austrasia e di Neustria, oltre che di Borgogna. Dovunque si sono formati gruppi di aristocratici con interessi particolari, dovunque si è formata un'amministrazione centrale, che sfrutta il paese. Nelle tre unità politiche il potere vero è nelle mani di un maestro di Palazzo, alto funzionario, che in origine non era che solo il sovrintendente dei servizi di corte ma aveva esteso la sua autorità su quanti dal Palazzo venivano mandati ai vari uffici delle province a rappresentare l'autorità del re. Poiché le tendenze separatiste erano ormai vivaci, Clotario II dovette inviare in Austrasia il figlio Dagoberto come re, con Pipino quale maestro di Palazzo. Nel 629 Dagoberto fu re di tutti i territori franchi, ma dovette predisporre una ripartizione degli Stati fra i figli di Sigeberto e Clodoveo II, come avvenne poi alla sua morte nel 639. Cominciò allora l'epoca più triste della dinastia merovingia. I re salgono al potere fanciulli o quasi e muoiono presto. Il governo è nelle mani delle donne e dei maestri di Palazzo, attorno al

trono le lotte dei partiti della aristocrazia franca sono continue. Dei figli di Dagoberto, Sigeberto III morì nel 656, Clodoveo II nel 657 lasciando il regno al primogenito Clotario III. Per lui governa la madre, l'ex schiava Batilde, sorretta dall'energico maestro di Palazzo Ebroin. Alla morte di Clotario III nel 673, la successione è contesa fra Teodorico III e Childerico II. Contro Ebroin insorgono i Grandi capitanati da Leodegario, vescovo di Autun: Ebroin è relegato nella abbazia di Luxeuil, dove Leodegario poco dopo viene pure chiuso dai suoi nemici. Si riconciliano, escono liberi, ma i partiti li portano a combattere come prima; Leodegario è ucciso nel 678, Ebroin nel 681. In Austrasia sorge a potenza Pipino detto di Heristall; in Neustria, Bertario. Nella nuova lotta civile Pi-

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(da R. Lantier - J. Hubert, Les origines du l'art français, Parigi 1917, p. 17, fig. 16) MEROVINGI - Spada trovata a Tournai nella tomba del re Childerico I (481). Parigi, Biblioteca nazionale.
pino uccide l'avversario e diventa maestro di Palazzo anche in Neustria (687). La famiglia dei M. continua ad esistere: dopo Teodorico III, viene Clodoveo III, poi Childeberto III, poi Dagoberto III; ma chi dirige è il maestro di Palazzo. Pipino di Heristall rimane in Austrasia e affida il maggiordomato di Neustria a persona fedele come Norberto, il figlio Grimoaldo e poi il nipote Teodaldo. Quando Pipino morì nel 714, la carica di maggiordomo passò ai due nipoti Ugo e Teodaldo; delle agitazioni approfittò un figlio naturale di Pipino, Carlo, che eliminati i fratelli s'impadronì del potere, facendo re una sua creatura, Clotario IV, e sostituendo conti e vescovi con gente del suo partito.

Le lotte interne avevano fatto trascurare quanto era politica estera. Dagoberto aveva combattuto con esito sfavorevole in Turingia contro un'invasione slava ed aveva dovuto accontentarsi di organizzare la difesa. Pipino di Heristall aveva combattuto contro Alamanni, Bavaresi e Frisoni. Carlo Martello, prima di riprendere la guerra in Germania, dovette preoccuparsi dell'Aquitania dove i principi contro la minaccia franca avevano ricorso agli Arabi della Spagna.

L'invasione araba cominciata nel 720 in Settimania, presto dilagò in tutta la Gallia meridionale. Caduta Bordeaux nel 732 il pericolo si fece grave sulla Loira. Carlo Martello accorse e vinse in grande battaglia gli Arabi a Poitiers (17 ott. 732), ma gli Arabi rimasero tuttavia in Settimania ed in Provenza. La questione meridionale distolse Carlo dal riprendere l'attività del padre oltre Reno. Nel 741 egli morendo lasciò ai due figli Pipino e Carlomanno il suo principato sui Franchi. Dal 737 non vi era più nessun re perché Teodorico IV era morto senza eredi. Pipino e Carlomanno solo nel 745 portarono al trono un tale che si vantava di essere discendente dai M. e lo fecero acclamare sotto il nome di

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MEROVINGI - Da sinistra a destra: Sigilli di Childerico I, Dagoberto, Teodorico III, Clodoveo III, Childeberto III, Chilperico II. ![img-5.jpeg](page_446_image_1.png)
(da Ch. Lauer - Samaran, Les diplômes originaux des Mérovingiens, Parigi 1903, tav. 15)
(da R. Lautier-J. Hubert, Les origines de l'art français, Parigi, 1917, p. 115, fig. 11)
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MEROVINGI - Tomba in pietra trovata a Saint-Jean-des-Vignes, Chalon-sur-Saône, Museo.
(da R. Lautier-J. Hubert, Les origines de l'art français, Parigi, 1917, p. 115, fig. 11)
Childerico III. Era in realtà il solo modo con cui conestare la loro autorità. Quando Carlomanno si ritirò a Montecassino (747), Pipino, rimasto solo maestro di Palazzo, consultò papa Zaccaria se era giusto che venissero chiamati re quelli che non facevano nulla per il governo, e non piuttosto quelli che avevano tutta la cura degli affari. Zaccaria rispose in favore di questi; Pipino riunì allora un'assemblea, formata da personaggi tutti legati a lui per cariche e benefici, e fu consacrato re dai vescovi: Childerico III fu chiuso nell'abbazia di St-Bertin, il figlio Teodorico a St Wandrille.

Così la dinastia merovingia, dopo tre secoli, terminò più per esaurimento che per violenza altrui. Eginardo, il biografo di Carlomagno, rimproverò ai M. di non avere avuto abbastanza vigore; e certo dopo compiuta l'unificazione di tutta la Gallia nulla avevano fatto per creare lo Stato; però nella loro incapacità avevano reso possibile ai diversi elementi etnici la convivenza pacifica preparando la formazione della Francia medievale.

BIBL.: la principale fonte storica è la Historia Francorum di Gregorio di Tours, ed. B. Krusch, in MGH, Scriptores rerum merovingicarum, I. Sulle fonti della storia merovingia è sempre da consultare G. Monod, Etudes critiques sur les sources de l'histoire mérovingienne, Parigi 1872. Opera vecchia ormai è quella famosa romantica di A. Thierry, Recits des temps mérovingiens, ivi 1840. Disposizione annalistica hanno gli Annales des franaischen Reiches im Zeitalter der Merovinger, di G. Richter, Halle 1873. Da vedere anche il vol. VII di F. Dahn, Die Könige der Germanen, Lipsia 1869; più viva l'espoiririone di G. Bayet - A. Pfister - A. Kleinclausz, Mérovingiens et Carolingiens, Parigi 1905 ed anche J. Lot - Ch. Pfister - F. L. Ganshof, Les destinées de l'Empire en Occident, ivi 1935. Per le istituzioni vedi Ch. Fustel de Coulanges, Histoire des institutions politiques de l'ancienne France, ivi 1888-92. Sulla civiltà cf. H. F. Muller, L'époque mérovingienne, Nuova York 1945; E. Salin, La civilisation mérovingienne, Parigi 1950. Francesco Cognasso

II. ARTE

L'arte merovingica è tutt'ora oggetto di controverse discussioni da parte della critica. Alcuni studiosi (J. Hubert, op. cit. in bibl.) ne proclamano l'assoluta originalità; altri invece ne escludono ogni autonomia di espressione e insistendo sulle analogie con l'arte del prossimo Oriente la considerano del tutto dipendente da quella (L. Bréhier, op. cit. in bibl.) o manifestazione parallela a quella

degli altri paesi occidentali, nella stessa epoca (P. Lavedan, op. cit. in bibl.).

Delle opere di architettura del periodo merovingio quasi nulla è pervenuto; le cattedrali innalzate numerose sono state distrutte o manomesse dai molti successivi rifacimenti, così che pochi elementi rimangono inseriti in costruzioni più tarde. Principali resti sono la parte inferiore del S. Pietro di Vienne e di alcuni battisteri provenzali, generalmente di pianta ottagonale iscritta in un quadrato, presumibilmente coperti da cupola (Marsiglia, Aix, Venasque, Riez, Fréjus, Mélas, Valence, tutti datati al sec. v). Meglio conservati sono alcuni oratori e cripte (St Victor di Marsiglia del sec. v, cripte del S. Lorenzo di Grenoble e di Jouarre datate al sec. vii). Quasi completamente rifatte sono alcune importanti opere architettoniche: la cattedrale di Clermont-Ferrand e quella di Lione (ca. 450); quelle di St Germain d'Auxerre, i SS. Apostoli di Parigi, St-Germain-des-Prés (sec. vi), le grandi abbazie di St-Denis, Jumièges, St-Vandrille (sec. vii). Le chiese merovingie erano generalmente a pianta di tipo costantiniano, con qualche variante (importante l'abolizione dell'atrio fin da esempi del sec. vi); la costruzione era in pietra, con copertura in legno. Elemento caratteristico, che ha costituito la base per la teoria dell'originalità dell'arte merovingia, è il campanile (in cui si è vista una sicura indipendenza dalla torre delle chiese siriane): a volte collocato all'incrocio col transetto (fanterne del S. Martino di Tours, delle chiese di Nantes e di Clermont-Ferrand), oppure separato dal corpo della chiesa (campanile postico del S. Martino di Tours). Il S. Martino di Tours (ca. 472) fu la più vasta delle chiese merovingie; secondo le notizie date da Gregorio di Tours, era lunga 160 piedi, larga 60, aveva 120 colonne e la facciata aveva 8 portali.

Nulla è pervenuto dell'architettura civile e di quella militare. Per quest'ultima le fonti documentano come fossero rimaste vive le tradizioni costruttive dei Romani; fortificazioni molto importanti furono il castello di Merliacum, descritto da Gregorio di Tours, e il castello sulla Mosella descritto da Venanzio Fortunato (I. III, 12).

Anche degli affreschi e dei musaici di cui i M. rivestirono le pareti delle loro chiese, sono rimaste solo le notizie delle fonti (il S. Martino di Tours era decorato da affreschi con le storie del Santo, la chiesa dei SS. Apostoli a Parigi era ornata da musaici anche all'esterno). Qualcosa rimane della scultura, che si vede caratterizzata dall'abbandono dell'effetto plastico e ridotta a un rilievo piatto o addirittura a un disegno inciso su pietra. La figura, umana e animale, viene poco a poco deformata fino a diventare arabesco; predomina il gusto per l'ornamentazione, geometrizzata e stilizzata (p. es., sarcofagi d'Aquitania, capitelli delle chiese di Grenoble e Jouarre). Anche nei riguardi della scultura, i rapporti con l'arte orientale sono stati variamente valutati, e così pure per la miniatura e per l'oreficeria di cui resta grande abbondanza di materiale rinvenuto nelle tombe (p. es., Tesoro di Childerico [481] al Cabinet des Médailles; Tesoro di Pouan [451] al Museo di Troyes; Tesoro di Gourdon [ca. 527]). Quello dell'oreficeria è il capitolo più importante della storia dell'arte merovingia, anche per la presenza di alcune personalità definite tra cui S. Eloi (588-665), l'orafo più celebre del tempo di Dagoberto, e Dadillo ed Ello (reliquario firmato nel Tesoro di S. Maurizio d'Agauno).

BIBL.: N. Prou, La Gaule mérovingienne, Parigi 1897; P. Leprieur, L'art de l'époque mérovingienne et carolingienne en Occident, in A. Michel, Histoire de l'art, I, ivi 1905, p. 303 sgg., 395 sgg., 405 sgg.; L. Bréhier, L'art en France des invasions barbares à l'époque romane, ivi 1930; E. Knogel, Schriftquellen zur Geschichte der Kunst der Merowingerzeit, Darmstadt 1936; J. Baum, La sculpture figurale en Europe à l'époque mérovingienne, Parigi 1937; J. Hubert, L'art préroman, ivi 1938; W. Holmqvist, Kunstprobleme der Merowingerzeit, Stoccolma 1939; J. Verrier, Les arts primitifs français, Art mérovingien ecc., Parigi 1939; N. Åberg, The Occident and the Orient in the art of the seventh century, Stoccolma 1943-47; E. Salin - A. France-Lanord, Traditions et art mérovingiens, in Gallia, 4 (1946), pp. 199-289. Per la bibliparticolare cf.: P. Lavedan, Histoire de l'art. Moyen-âge et temps modernes, Parigi 1944, pp. 28-31, 63-64, 66-67. Elsa Gerlini
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“MEROVINGI.” Enciclopedia Cattolica, vol. VIII (1952), p. 444. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/merovingi.