MESA (ebr. Měša', II Reg. 3; stele: Meša'). - Re di Moab, figlio di Kēmōš [bānāh?], originario di Dibon; intraprendente e tenace, è celebre per la stele nella quale descrisse le sue imprese. Suo padre, AMORI (v.), pagava ad Israele l'annuo tributo di 100.000 agnelli e altrettanti montoni da lana (II Reg. 3, 4; cf. stele, linn. 4 sg., 7 sg.). Alla morte di Achab (854 a. C.), M. si ribellò ad Israele (II Reg. 1, 1), sfruttando la situazione precaria di Ochozia. Insieme agli Ammoniti e agli abitanti di Maon, attaccò di sorpresa Iosaphat re di Giuda, già alleato di Achab; ma furono sbaragliati da un intervento del Signore (II Par. 20, 1-30). Dalla stele (linn. 10-21) si apprende che M. riuscì a conquistare l'indipendenza. Liberò tutta la regione dal Nebo all'Arnon. Conquistò le città moabite Medaba, Baalmeon; le israelite Ataroth, Nebo. Muni Baalmeon, Cariathaim e Kerak a sud dell'Arnon. Uccise la popolazione di Nebo (7000 persone), votata alla morte (herem) in onore della dea 'Aštar-Kēmōš, portando ai piedi di Chamos gli oggetti del culto colà esistenti.
Ioram, re d'Israele (853-842 a. C.), in guerra con i Siri, non potendo intervenire, pose per il momento una guarnigione a Iahas, che doveva servire come testa di ponte per l'attacco futuro; ma dovette ritirarla e M. vi si istallò con 200 uomini (linn. 18-21). Finalmente, un po' più libero a nord, Ioram pensò di colpire risolutamente M. Con l'aiuto di Iosaphat, re di Giuda, e con gli Edomiti, verso l'840 a. C. mosse contro Moab dal sud, attraversando il deserto di Edom e aggirando la punta meridionale del Mar Morto. Superata, con l'intervento del profeta Eliseo, la sete, gli alleati sconfissero i Moabiti, devastarono tutto il paese di Moab a sud dell'Arnon e assediarono Harešeth, l'odierna Kerak, che M. per la posizione elevata (ca. 1000 m. sul mare) aveva incominciato a fortificare, scegliendola a sua residenza. Vista l'impossibilità di sostenere un assedio prolungato, M. tentò una sortita con 700 uomini per aprirsi un varco verso il nord, e unirsi ai Siri di Damasco; ricacciato però dagli assedienti, ricorse come espediente estremo al sacrificio del suo primogenito ed erede, immolandolo a Chamos sul muro della città, sia per impressionare gli attaccanti, sia per consacrare con quel sangue le mura. «E si scatenò una grande collera (da parte di Jahweh; cf. Num. 1, 53; 18,5; ecc.) contro gl'Israeliti, che si allontanarono da lui (M.) e fecero ritorno alla loro terra» (II Reg. 3, 4-27). Comunque si spieghi questa frase misteriosa, essa attesta il fallimento della campagna di Ioram e la salvezza di M., che rimase indipendente.
È perfetto pertanto l'accordo con quanto è narrato nella stele; la quale, se non descrive le devastazioni, lo scacco iniziale e l'assedio, come avviene naturalmente nei
documenti aulici, i quali esaltano le vittorie e tacciono le sconfitte, ha riferimenti abbastanza significativi (linn. 3-4, 21-26). I preparativi fatti da M. a Keral, specialmente per l'approvvigionamento dell'acqua, sono in tutto analoghi a quelli eseguiti da Ezechia a Gerusalemme, sotto l'incombente minaccia di Sennacherib (II Par. 32).
La stele, che ha reso tanto celebre M., fu vista nell'ag. 1868 a Dibon dal tedesco F. A. Klein; Ch. CLERMONT-GANNEAU, CHARLES (v.) ne fece eseguire dei calchi e quindi riuscì (1869) ad acquistarne i pesci; chè i Beduini, nel frattempo, l'avevano frantumata. Attualmente è al Louvre, con i calchi che ne permisero e facilitarono la ricostruzione e la lettura. È una stele di basalto, grande m. 1 x 0,60; inizialmente era (Klein) m. 1,13 x 0,70, con 0,30 di spessore. La parte superiore è arrotondata. Fu scritta probabilmente dopo la distruzione della dinastia di Amri compiuta da Iehu (cf. lin. 7); è in lingua moabitica, che differisce pochissimo dall'ebraico; la forma delle lettere è quella dell'antica scrittura alfabetica fenicia. È il documento semitico più antico ritrovato in Palestina; notevole per la storia (costumi e religione), la lingua e la scrittura.