MILETO, DIOCESI DI

MILETO, DIOCESI di. - Città e diocesi in provincia di Catanzaro. Ha una popolazione di 400.000 ab., tutti cattolici, distribuiti in 133 parrocchie, servite da 240 sacerdoti diocesani e 47 regolari, un seminario, 10 comunità religiose maschili e 42 femminili (1949).

Non ne ricorre memoria né presso gli storici né presso i geografi antichi; non esistono resti archeologici, che ne attestino l'esistenza in epoca magnogreca o romana.

Non va però dimenticato che vari perturbamenti tellurici l'hanno interamente distrutta, sicché la città attuale sorge a più di 2 km. dall'antica, rassa al suolo dal terremoto del 1783. La sua storia sorge e si afferma nel periodo normano, allorché il conte Ruggero ne fece la capitale della sua contea nel 1063 e nel 1075 vi trasferì la sede episcopale di Vibona, ridotta ad un cumulo di rovine dalle invasi di beni barbari. Questa traslazione ebbe conferma da S. Gregorio VII con bolla del 4 febb. 1081, ricordate dagli storici militesi, sull'autenticità della quale è tuttavia lecitato avanzare dubbi, se non altro perché il Papa vi dice di aver consacrato il primo vescovo Arnoldo e vuole che i suoi successori siano immediatamente soggetti alla S. Sede, mentre in altra bolla dello stesso anno dichiara di non voler derogare ai diritti metropolitani di Reggio, rimettendosi all'arbitrato di un suo delegato, dell'arcivescovo di Bari e del vescovo di Fermo. La sede di M. risulta però immediatamente soggetta alla S. Sede fin dalle origini. Lo stesso conte Ruggero, dopo il 1081 e prima del 1090, ne accrebbe il territorio, aggregandovi la diocesi di Tauriano, ridotta nelle stesse condizioni di quella di Vibona. In tal modo M., per estensione e per abitanti, tiene il primato nella Calabria. Il fondatore l'archidi sibito di una magnifica cattedrale, in cui furono utilizzate le colonne del vecchio tempio greco di Vibona; in essa riposarono per secoli le sue spoglie mortali insieme con quelle della seconda moglie. Il sarcofago però si trova attualmente a Napoli. Vi eresse anche l'abbazia benedettina della S.ma Trinità, rivestita di giurisdizione episcopale, la quale per ricchezza e potenza superò ogni altra nella regione.

Quantunque M. sia il primo episcopato latino fondato dai Normanni in Calabria, tuttavia il vasto territorio conservò per secoli un'impronta bizantina, per i molti monasteri greci che vi prosperarono, tra i quali vanno ricordati quello dei SS. Elia e Filarete, sul Monte S. Elia, tra Palmi e Seminara, che conservava il corpo di S. Filatrete, ascesa calabro-greco del sec. XI; di S. Elia di Galatro, che aveva un'insigne reliquia di s. Elia Speleota; di S. Maria di Rovito presso Rosarno; di S. Onofrio del Cao, presso Vibo Valentia; di S. Pietro Spina e di S. Lorenzo, presso Arena; di S. Elia di Melicuccà; di S. Giorgio Morgeto; di S. Costantino di Briatico; di S. Eufemia di Aspromonte e di S. Bartolomeo di Trigonio, presso Sinopoli, fondato da S. Bartolomeo di Simeri, al quale si deve pure la fondazione del Patrizio di Rossano e di S. Salvatore di Messina. Delle fondazioni latine, oltre l'abbazia della S.ma Trinità, sono da ricordare i moltissimi conventi francescani, agostiniani, dei Minimi e dei Gesuiti, sparsi un po' dappertutto nella diocesi e soprattutto i conventi di S. Giorgio Morgeto e di S. Domenico di Soriano, dei Frati Predicatori, l'ultimo dei quali fu santuario celeberrimo, che attirò pellegrini fin dalla Francia e dalla Spagna, e le cui immense costruzioni, con quattro chiostri, ospitavano ca. 200 frati. Il terremoto del 1783 lo distrusse; ma i religiosi anche oggi vi mantengono un fiorente collegio. Altri santuari della diocesi sono quelli della Madonna di Vallelunga, della Madonna dei Poveri di Seminara e di S. Elia, presso Palmi.

Onorano la diocesi di M. i santi calabro-greci Onofrio ed Elena, sua sorella; Fantino di Tauriano; Leoluca di Corleone, le cui reliquie si venerano a Vibo Valentia; Luca di Melicuccà, vescovo di Isola, ecc., e, fra i latini, il benedettino B. Randisio di Borrello, il b. Paolo di M. Domenicano, il b. Paolo da Sinopoli, che fu uno degli artefici dell'Osservanza. Fra gli ecclesiastici, risplendettero per opere e per dottrina: i cardd. Filippo Spinelli di Seminara, Francesco Maria Pignatelli di Rosarno e Luigi Ruffo-Scilla di S. Onofrio; il monaco Barlaam di Seminara, il più grande controversista del sec. XIV, e Leonzio Pilato, maestro del Boccaccio; il sac. Gabriele Barrio, di Francia, considerato come l'Erodoto della Calabria; il franciscano Girolamo Marafioti di Pollstena e il sac. Giuseppe Gatti di Vibo Valentia, storici regionali; Andrea Serrao di Castelmonardo, vescovo di Potenza, morto assassinato, e il canonista Domenico Cavallari di Garopoli, ambedue di tendenze gianseniste; mons. Domenico Taccone-Gallucci, vescovo di Nicotera e Tropea. Ad essi si associa il conte

Vito Capialbi di Vibo Valentia, il quale nel secolo scorso apportò il più notevole contributo storico e documentario alle vicende ecclesiastiche della Calabria.

Tra i presuli più recenti meritano distinto ricordo V. M. Armentano, F. Mincione, G. Morabito e P. Albera, particolarmente benemerito per i provvedimenti in favore dell'intera diocesi e del seminario, dopo le distruzioni del terremoto del 1908.

BIBL.: Ughelli, I, coll. 1330-39; G. Fiore, Calabria illustrata, II, Napoli 1743, pp. 352-56; V. Capialbi, Memorie per scrivere alla storia della S. Chiesa militare, Napoli 1835; D. Di Francia, s. V. in Enciclopedia dell'ecclesiastico, IV, pp. 700-701; D. Taccone-Gallucci, Monografia della città e diocesi di M., Napoli 1881, e in Monografia di storia calabra ecclesiastica, Reggio Calabria 1900, pp. 3-152; C. Naccari, Cenni storici intorno alla città di M., Lucerna di Borrello 1931; Cottineau, II, coll. 1833-54; D. Vendola, Rationes Decimarum Italiae nei secc. XIII e XIV, Città del Vaticano 1939, p. 277.

Francesco Russo

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MILITARI-

SMO. - Il m. si può definire: la stabile, attuale disposizione di uno Stato alla guerra con il simultaneo decisivo influsso della organizzazione militare sulla direzione dello Stato stesso. Il suo fondamento non è nella immediata minaccia di uno Stato estero o nella necessità di una guerra di difesa imposta da attuali pericoli che mettano a repentaglio la sicurezza dello Stato, ma nel principio che la pace può essere assicurata solo quando si è in assetto di guerra. Da ciò segue che il m. non è altro che una filosofia politica che considera il conflitto sociale come inevitabile e la pace come qualche cosa di irraggiungibile e sporadico. Il principio che solo la forza può risolvere i contrasti politici sprona le nazioni alla gara degli armamenti: se uno Stato è dominato dal principio del m., anche gli altri Stati, per provvedere alla propria sicurezza, sono spinti ad assicurarsi un armamento che possa tener fronte allo sviluppo dimensionale dell'altro. Tale bellicosa dinamica si ripercuoterà nella vita nazionale ed internazionale. La storia dell'Europa, dal sec. XVII - in cui furono introdotti gli eserciti permanenti - narra le tristi conseguenze del m. che condusse alle due grandi guerre mondiali del 1914 e del 1939. Anche nell'antica Sparta e in Roma si trovano i principi del m., ma il suo pieno sviluppo si ebbe solo nei tempi moderni con conseguenze deleterie ancora maggiori per il sistema di guerreggiare che mobilità tutta la vitalità della nazione e non soltanto gli eserciti.

Il m. - specialmente quello prussiano ed hitleriano - non riuscì mai ad appianare i contrasti politici, ma solo li assopì sotto l'egida della forza: questo fallimento va ricercato nella radice del m. che non è altro che nazionalismo ad oltranza, il quale non affretta, ma divide i popoli, rinchiudendoli egoisticamente nel proprio territorio.

Il m. moderno considera, come centro di gravità della vita statale, il costante armamento per la guerra, a cui sacrifica le migliori energie della nazione e conduce inevitabilmente al centralismo statale per coor

dinare tutte le energie della nazione alla massima produzione militare. Di conseguenza si ha un costante influsso nella direzione statale: aumento enorme delle imposte per coprire gli elevati bilanci dello Stato, che chiedono continui sacrifici alla nazione con rallentamento del benessere materiale; incremento delle industrie militari e degli studi e delle ricerche che promuovono il progresso della scienza militare; generale obbligo del servizio militare; aspirazione all'autarchia dell'economia nazionale. Anche l'educazione non rimane esente dall'influsso del m. che vuol fare del cittadino un valente soldato, con conseguente glorificazione della guerra, come indispensabile in d. diventa così parte integrante della convivenza statale, pervertendo: il fine della società che si racchiude in una permanente disposizione di guerra e di educazione alla guerra; le alte virtù militari che vengono esaltate in funzione del m. e non in relazione al fine della stessa società; l'istituzione stessa dello Stato che dà maggior peso al sistema militare, che alle necessità ed esigenze dei popoli.

Il sistema contrario a questa dottrina è l'antimilitarismo che si può dividere in due classi: alla prima appartengono coloro che promuovono il disarmo generale di tutte le nazioni come unico rimedio per salvaguardare la pace; nella seconda classe sono coloro che, pur non condannando la tesi del disarmo, ne vedono la sua impossibile realizzazione, ed allora sostengono che le nazioni si debbono armare solo per una eventuale aggressione. Le armi non debbono essere lo sprovo della politica dello Stato o impedire il progresso materiale dei popoli: la pace nella convivenza sociale non si conquista con la forza materiale, ma con la reciproca comprensione e distribuzione delle ricchezze e del lavoro.

BIBL.: V. CATHREIN, VIKTOR, Filosofia morale, trad. it., II, Firenze 1920, pp. 701-702; I. Messner, Das Naturrecht, Innsbruck-Giuseppe Damizia