MONTAGNE, MICHEL, EYQUEM de. - Giurista,
filosofo, pedagogista, n. a Montaigne, presso Bordeaux,
il 28 feb. 1533, m. ivi il 13 sett. 1592. Era primo-
genito di una famiglia di nobili provenienti dalla
borghesia mercantile, proprietario del castello omo-
nimo (feudo ecclesiastico). Studiò nel Collegio di
Guyenne e nella Facoltà delle arti a Bordeaux
(1539-49), poi diritto all'Università di Tolosa. Fu
(1554) consigliere della Cour des Aides di Périgueux
e (1557) membro del Parlamento di Bordeaux. Nel
1562 prese parte a Parigi, e per la sua città, alla pro-
fessione di fede cattolica decisa da quel Parlamento
contro gli ugonotti. Nel 1570 lasciò la magistratura
per dedicarsi a studi letterari e a cariche di corte. Par-
tigiano cattolico nella prima guerra civile (1572-74),
nel 1577 fu gentiluomo di corte di Enrico di Na-
varra (Enrico IV), rimanendo tuttavia fedele a Enrico
III. Nel 1580-81 viaggiò per istruzione in Borgogna (Domrèmy), nella Germania renana, in Italia (nov. 1580-sett. 1581: Journal de voyage, ed. 1774). Fu sindaco di Bordeaux nel 1582-85. Nel 1590 rivolse a Enrico IV una sorta di testamento politico proponendogli la pace in nome del cattolicesimo.
Nel Journal des voyages (di cui si scoperse e pubblicò il manoscritto a Parigi nel 1774 [vers. II. di A. d'Ancona, L'Italie alla fine del sec. XVI: Giornale di viaggio di M. de M., Città di Castello 1895]) riferisce soltanto, senza alcun intento letterario, le sue impressioni di viaggio, specialmente sulla città di Roma, dove fu ricevuto dal Papa e frequentò i più illustri personaggi, antiquari e cortigiani, e su Loreto, dove si recò a sciogliere un suo voto alla Madonna. L'opera principale, dove si rivela il suo genio, tutto particolare, sono gli Essays (1a ed., in 2 voll., Parigi 1561; 2a ed. 1581; 3a ed. Bordeaux 1580; 4a ed. Parigi 1588) in cui, oltre a molti capoversi, qua e là, aggiunse al I. II l'Apologie de Raymond Sebonde (I, 12) di cui già aveva tradotto la Theologia naturalis, e un terzo libro. La 5a ed., postuma (Parigi 1595), reca le aggiunte annotate da M. stesso in una copia della edizione di Bordeaux. Gli Essays sono all'Indice (decr. 28 gen. 1676).
Il pensiero di M. è in sostanziale contraddizione con il suo provato cattolicesimo. È naturalistico e scettico. Il suo naturalismo ha per sfondo mistico la natura creata da Dio, ma che sta oltre la vita da essa generata e in cui l'uomo riconosce se stesso come senso e ragione. La ragione, per grazia naturale, può quindi fornire soltanto la materia della fede religiosa; la forma della fede è per grazia soprannaturale. La filosofia come esercizio dei poteri umani nello studio della felicità e della salvezza deve dunque concludere scetticamente che essi sono limitati sin nell'origine che nel fine, e mirare alla contemplazione della morte, che toglierà dal dolore: donde la superiorità del pirronismo e della dottrina dell'astensione dal giudizio (v. CARROLL, PIERRE [annice di M.]). Ma l'individuo, nel limitare le pretese della ragione, può sviluppare saggezza e virtù sufficienti per regolarsi nella vita terrena e formare una personalità «eroica». Questo avviene per opera dell'esperienza, che soccorre alle incertezze del pensiero, il quale non può modificare né inventare le leggi del mondo, ma solo constatare (III, 13); e dell'educazione, che ci nutre con la saggezza e l'eloquenza degli antichi per resistere alle avversità della natura (I, 26).
IL M. PEDAGOGISTA. — Gli Essays si possono dire un'opera unica nel suo genere: una raccolta svariatissima di massime, osservazioni, riflessioni, proverbi, aneddoti, su tutti gli argomenti che gli attraversavano la mente o gli fluivano sotto la penna, con altrettanta varietà di citazioni da Cicerone, Platon, Orazio, Marziale, Virgilio, Plutarco, Seneca, Diogene Laerzio, Livio a Boccaccio e Ariosto; non però accatastati alla rinfusa e con fatica, ma desunti da letture studiate e assimilate alla sua speciale forma mentis. Né mira ad altro intento che a mettere sotto gli occhi degli amici e conoscenti quello che egli è («mi sono presentato io stesso a me come argomento e come soggetto; io stesso sono la materia del mio libro») con le sue idee, le sue cadute, i suoi sentimenti, i suoi modi di vedere; il tutto in una forma non ricercata, ma semplice, che lo rende un letterato vivo, tagliente, efficace. Soprattutto gli Essays hanno un'importanza grande nella pedagogia; a questo argomento appartengono i tre saggi: Du pédantisme (I, 25), De l'éducation des enfants (I, 26); De l'affection des pères aux enfants (II, 8) per il suo spirito aperto a nuovi argomenti, antagonistici ai metodi molto in voga allora, senza d'altronde risalire a un vero trattatista.
I punti principali possono raccogliersi nei seguenti principi: a) bando al pedantismo, cultura formata di parole e di formole, di regole grammaticali e logiche, piuttosto saccentere che vera scienza, inutili alla vita: come le piante soffocano per troppa abbondanza di umori e la lampada per eccesso di olio, così l'intelligenza per la troppa quantità della materia. b) Bando alla mania libera: bisogna educare non tanto sui libri, quanto sul gran libro della natura, sempre aperto allo sguardo, sempre vario negli spettacoli: «Noi non ci affanniamo che a riempire la memoria e lasciamo vuote l'intelligenza e la coscienza... sapere a memoria non è sapere... è capacità soltanto libera. Giovèà quindi l'esperienza degli uomini, lo studio delle lingue straniere delle nazioni vicine, le visite ai paesi stranieri; così si allargano le prospettive e non si giudica più da un punto di vista meschino e campanilistico, ma ci si abitua a considerarci cittadini della terra». c) Mirare alla vita: «Se la scienza non deve giovare a dare una tempra migliore all'animo del fanciullo e più sanità al giudizio, preferire che esso occupasse il tempo a giocare al pallone; almeno il suo corpo diventerrebbe più snello e forte». Ogni altra conoscenza è di danno a chi non possiede quella della bontà. d) Metodo attivo, oggettivo: si deve suscitare nel fanciullo la sana curiosità: «Veda tutto ciò che di singolare trova intorno a sé; un edificio, una fontana, un uomo, un campo di battaglia, la direzione dei venti, l'indole delle persone». Così il sapere diventa interiore al fanciullo, il quale non saprà solo la definizione delle virtù, ma le attuerà nella propria condotta, diventando serio, prudente e virtuoso. e) Il maestro si una «testa ben fatta» piuttosto che «una testa ben piena», perché non deve mirare a infarcire la memoria, ma a formare il giudizio. Abitui perciò l'alunno a non accettare frasi e giudizi fatti, formole vuote e a odiare il convenzionalismo; ma a ragionare, a farsi un'idea delle cose e delle persone. f) Lo sforzo personale deve essere promosso ad ogni costo: «Il maestro si faccia ripetere sotto cento aspetti ciò che l'alunno ha imparato, per vedere se ha ben compreso l'idea e l'ha saputa far sua. Le api suggono qua e là i fiori, ma dopo fanno il miele, che è produzione loro propria, e non è né timo né maggiore. g) La disciplina ci vuole, ma non quella della verga, e delle sole punizioni; ma quella che ha per fondo la dolcezza. Metodo vero: «una severa dolcezza». h) Curare l'educazione fisica, essendo l'uomo composto di anima e di corpo: «Non basta rinvigorire l'anima, bisogna rinvigorire anche il corpo». Quindi abituare il fanciullo al freddo e al caldo, alla fatica e al dolore, alla ginnastica e al gioco. Allevare non un bel damerino, ma un giovane virile.
Non bisogna, però, tralasciare di rilevare alcune zone di ombra nelle osservazioni pedagogiche del M. Troppo

Montague. Michel, Eyquem de Ritratto. Inciatone da un dipinto contemporaneo.
1335 MONTAIGNE MICHEL - MONTALEMBERT CHARLES-RENÉ 1336
tra le diocesi di Grosseto, Chiusi ed Arezzo. Tuttavia fin dal sec. XI i pontefici avevano concesso agli abati del monastero di S. Antimo, a otto chilometri da M., una giurisdizione quasi vescovile sulle chiese di M. e dintorni. Infatti la pieve del S. mo Salvatore, poi eretta in cattedrale, venne da Pio II qualificata fra quelle nullius dioecesis. La medesima giurisdizione esercitavano sui paesi dell'Amata gli abati di Abbadia S. Salvatore.
M., insieme a Corsignano sua patria, da lui riedificata con il nome di Pienza, fu elevata a diocesi da Pio II con bolla del 15 febbr. 1462, data dai Bagni di Petriolo presso Siena, dove il P. p. cercava ristoro alla malferma salute. Il Pontefice umanista amava questo colle, dove nella sua gioventù aveva più volte soggiornato, ospite dei Frati di s. Francesco, e dove contava qualche dotto amico, come Bernardo Lapini, commentatore del Petrarca. Nei suoi Commentarii chiama M. amplum et nobile oppidum. Un sole vescovo governò in origine le due diocesi di Pienza e di M.; in seguito furono separate, poi di nuovo riunite, poi di nuovo, e definitivamente, separate nel 1600.
Primo vescovo delle due diocesi unite fu Giovanni Cinughi, trasferito da Chiusi; primo della diocesi montalcinese, separata nel 1600, fu Camillo Borghese, poi arcivescovo di Siena. La diocesi tuttavia, così da sola, risultava piuttosto piccola, e perciò nel 1772 le furono assegnate dal papa Clemente XIV altre 14 parrocchie, quelle cioè che la diocesi di Grosseto aveva al di qua del fiume Ombrone. Il numero delle parrocchie salì in tal modo a 35, qual'è attualmente.
Tra i 29 vescovi che hanno seduto sulla cattedra di M. meritano di essere specialmente ricordati Agostino Patrizi Piccolomini, il papa Pio III, che da cardinale ne fu amministratore apostolico, Antonio Bichi, poi cardinale, Fabio De Vecchi, al quale si deve l'ingrandimento dell'episcopio e il Palazzo campestre di Castelnuovo dell'Abbate, Giuseppe-Maria Borgognini e Bernardino Ciani, dottori canonisti, Giuseppe Pecci, che nel 1788 istituì il Seminario, Paolo Bertolozzi, letterato e filosofo rosminiano, e Donnino Donnini, che passò alla sede di Arezzo. - Vedi tav. XCI.