MORTO,

MORTO, - Veniva così chiamata una rappresentazione sacra che rievocava la Passione e Morte di Cristo. Adeguandosi ai gusti del tempo e ai vari ambienti, il m. assume talvolta aspetti letterari e spettacolari veramente notevoli. Particolare fortuna godé il Riscatto di Adamo del palermitano Filippo Orioles (m. a 106 anni nel 1793), ristampato più volte con il solo titolo di M. di Cristo. Ad Acireale (Sicilia) l'azione si svolgeva sopra un lungo palco ed aveva come scenario la piazza principale del paese: lo spet-

1451

MORTORIO - MOSCA

I. GEOGRAFIA.

Prima del 1147 M. non era neppure citata nelle crocachre russe; nel 1325 il metropolita Pietro stabiliva la sua residenza a Vladimir sulla Kijasma a M.; divenne poi capitale dello Stato russo nel sec. XVII, finché (1712) fu soppiantata da Pietroburgo. Il Cremlino rappresenta il centro della città; intorno ad esso, M. si è via via allargata in cinque zone concentriche, secondo il tipo caratteristico che meglio poteva rispondere alle esigenze militari dell'epoca. Oggi la città è punto di partenza di oltre dieci grandi linee ferroviarie. All'elemento quantitativo (le vie e le piazze sono di una vastità non comune) non corrisponde l'elemento qualitativo. Palazzi, teatri, musei e ville sorgono tra catecheche. Centro della città è la famosa Piazza Rossa, chiusa sul lato sud dalla chiesa di S. Basilio e fiancheggia sul lato ovest dal Cremlino; questo comprende numerosi palazzi, chiese e conventi, oggi uti

lizzati per gli alti uffici dello Stato e del Partito. M., che contava 150.000 ab. ca. alla metà del sec. XVIII, ne aveva ca. 380.000 nel 1861; subito dopo crebbe per l'afflusso di contadini che si occuparono nei mestieri più svariati. Nel censimento del 1897 su 1.035.000 ab. il 63% della popolazione era immigrata. Il numero ha oscillato intorno a questa cifra anche durante gli anni della guerra e della Rivoluzione salendo a 1.949.000 nel 1915, scendendo a 1.028.000 nel 1920, per elevarsi a 2.740.000 nel 1931. Un tale agglomeramento non si saprebbe spiegare che con i progressi delle comunicazioni, del commercio e dell'industria.

BIBL.: A. Ivanov e A. Borzov, Moskovskij Krai, Mosca 1925; Moscou, in Geographie Universelle, V. Etats de la Baltique. Russie, Parigi 1932; E. Lo Gatto, M., Milano 1934; G. Pulle, M. la capitale dell'U.R.S.S., in Le vie del mondo, 6 (1938, 11), pp. 190-207. Gastone Imbrighi

II. STORIA ECCLESIASTICA.

SOMMARIO:

I. Metropolita autocefala (1448-1589)

II. Patriarcato (1589-1721)

III. S. Sinodo (1721-1917). - IV. Patriarcato ristabilito (dal 1917).

I. METROPOLIA AUTOECFALA (1448-1589)

Le diocesi occidentali, Kiev (v.), si trovarono nel corso dei secc. XIII-XIV nell'ambito dello Stato polacco-lituano e ciò causò la sottrazione di esse alla giurisdizione del metropolita di Kiev e di tutta la Russia. Residente allora a M. La divisione - già prodottasi sporadicamente - divenne definitiva, quando in Polonia fu riconosciuta la giurisdizione del metropolita unito di Kiev, Gregorio, nominato nel 1458 dal papa Callisto III. D'allora in poi ciascuna delle due parti seguì la propria evoluzione storica.

Il metropolita Giona (1448-61), conservando ancora il titolo tradizionale, pretese anche il governo di tutta la antica metropolia; ma il suo successore Teodosio (1461-65) si chiamò soltanto metropolita di M. e di tutta la Russia, titolo corrispondente alla effettiva estensione della sua giurisdizione. Il metropolita Giona, e poi tutti i suoi successori, furono eletti ed insediati senza che se ne chiedesse, come fin'allora, almeno la ratifica dal patriarca costantinopolitano. Così ebbe inizio l'indipendenza o autocfalia della metropolia di M. Tra i metropoliti seguenti si distinsero Daniele (1522-39), scrittore e polemista; Macario (1542-63), scrittore, organizzatore, promotore della cultura religiosa; Filippo, (m. nel 1569), che pagò con la vita la sua coraggiosa condanna della crudeltà di Ivan il Terribile.

Nella metropolia il supremo potere legislativo e giudiziario spettava al concilio, che pure eleggeva e deponeva il metropolita. I vescovi - tutti obbligatoriamente monaci - erano nominati dal metropolita ed avevano pieni poteri amministrativi e giudiziari nelle proprie diocesi, anche sui monasteri, eccetto alcuni esenti (saturapigliati). Le diocesi - 10 nel 1448 - erano 13 alla fine del periodo. Il clero, decimato durante le invasioni tartare, crebbe rapidamente di numero. Il clero secolare, composto di sacerdoti, diaconi e chierici inferiori, poteva sposarsi, ma una sola volta e prima degli Ordini maggiori. Il Concilio del 1503 impose a tutti i sacerdoti e diaconi vedevoli o di farsi monaci o di rinunziare all'esercizio delle funzioni sacre per prevenire l'eventuale scandalo d'incontinenza. Questa ingiusta disposizione praticamente impediva l'esistenza del clero secolare anche volontariamente celibe. Quanto al diritto canonico, vigeva essenzialmente quello bizantino raccolto nella «Kormčia Kniga» (Libro timonier), che conteneva il Nomocanone con i commentari: completato dalle leggi dei concili locali e dagli statuti dei grandi principi. Il più importante dei concili è quello del 1551 (detto «Stoglav» a causa della divisione dei suoi decreti in 100 capitoli), che riordinò tutta la vita ecclesiastica (istruzione, liturgia, arte religiosa, amministrazione, di-

Article illustration

scipilina degli ecclesiastici e laici). I tribunali ecclesiastici
giudicavano tutti in materia di religione, il clero e i laici
dipendenti dalla Chiesa (contadini, impiegati) anche in
cause civili, eccetto quelle capitali. Le liti tra ecclesia-
stici e laici spettavano ai tribunali misti. I beni ecclesia-
stici consistevano principalmente in possedimenti fon-
diani esenti da molti contributi statali. Alcuni vescovi
e monasteri celebri ne possedevano diecime di migliaia
di ettari. Il metropolita e i vescovi percepivano inoltre uno
speciale tributo dai monasteri e dalle chiese e le numerose
tasse amministrative e penali. Anche il clero della città
era assai agiato, mentre il clero rurale era piuttosto povero
e viveva talvolta del proprio lavoro agricolo od artigiano.

La collaborazione tra lo Stato e la Chiesa era
strettissima. Lo Stato assumeva la difesa della Chiesa
contro i nemici interni ed esterni. Ma il gran principe
spesso influiva decisamente sulla nomina o deposi-
zione dei metropoliti e vescovi. Dal canto suo il me-
tropolita sosteneva i grandi principi di M., tendenti
a riunire i principati russi in uno Stato, vedendo
in ciò la migliore garanzia dell'unità della propria
metropolita. Il suo prestigio morale era senza pari.
Tutti gli importanti documenti dei principi — de-
creti, patti, trattati di pace, testamenti ecc. — sono
cediti «con la benedizione del padre nostro metro-
polita». Il clero mantenne lo spirito nazione le du-
rante il dominio dei Tartari, e incoraggia poi i gran-
di principi nelle lotte di liberazione (Demetrio Don-
skoj, Giovanni III). La Chiesa promuoveva la cul-
tura spirituale e materiale, assisteva i socialmente de-
boli, manteneva istituti di beneficenza, riscattava i
prigionieri.

L'atteggiamento di fronte alla S. Sede diventò
definitivamente ostile. La continua propaganda an-
tialitana condotta dai greci, i conflitti bellici con i
vicini cattolici — Ordini equestri al Baltico e Po-
lonia — crearono in Russia una profonda avversione
contro l'Occidente latino. Essa si manifestò spicca-
tamente nella deposizione del metropolita Isidoro,
(1441), perché al Concilio di Firenze si unì con Roma.
Né il matrimonio di Giovanni III con Zoe-Sofia
Paleologa nel 1472, né le legazioni pontifice a Ba-
silio III e Giovanni IV valsero a modificare questo
atteggiamento ostile, ravvivato continuamente dagli
ecclesiastici greci.

Questa avversione a Roma e la stretta colla-
borazione della Chiesa con lo Stato trovò la sua
caratteristica espressione nella teoria «M.-terza
Roma» formulata nel sec. XVI dal monaco Filoteo
di Pskov. Secondo lui l'antica Roma cadde a causa
dell'eresia dei papi, la seconda, Costantinopoli, a
causa della sua unione con il papa nel Concilio di
Firenze. L'antico libero impero «ortodoso» che re-
stava era quello di M.-terza Roma custode della
purezza della fede cristiana fino alla fine del mondo.

L'espansione della Chiesa paralizzata dalle inva-
sioni tartare riprese, e nei sec. XIV-XV il cristianesimo
penetrò tra gli stessi Tartari; alcuni di questi conver-
titi divennero capostipiti di note famiglie russe: Aničkov,
Godunov, Stroganov ecc. La cristianizzazione siste-
matica dei Tartari cominciò dopo la conquista dei loro
Khanati di Kazan (1556) e di Astrachan (1563). Nel-
l'apostolato si distinsero il primo vescovo di Kazan,
Gurio (m. nel 1563), e i suoi collaboratori Barsonofio e
Germano, buoni conoscitori della lingua tartara. I mona-
steri di Valaam sul Ladoga e Murma sull'Omega furono
centri di attività missionaria in Carelia. Nell'estremo nord
diffusero la fede i monaci del monastero Soloveckij sulle
isole omonime del Mare Bianco, e altri missionari si sta-
bilirono alle foci del Kola (Teodoreto, m. nel 1577) e
presso il capo Nord (Trifone Pečengskij, m. nel 1583).
A nord-est proseguì la conversione dei Zyrjani — ini-

ziata da s. Stefano di Perm (m. nel 396) — e quindi la
predicazione si estese più all'est sui fumi Vjatka e Kama
(Trifone Vjatskij, m. nel 1612). Con la penetrazione russa
in Siberia, nel 1582, i missionari russi varcarono gli Urali.
Il governo favorì dappertutto i missionari e i convertiti,
talvolta reprimendo anche con la forza l'ostilità degli in-
fedeli, ma generalmente dalle autorità ecclesiastiche e ci-
vili venivano raccomandati ai missionari i mezzi paci-
fici: istruzione e carità. La lingua degli indigeni fu ado-
perata non soltanto nella predicazione, ma talvolta anche
nella liturgia. L'istruzione era impartita dagli ecclesia-
stici in misura più o meno larga, ma non si arrivava,
malgrado gli sforzi dei concili, ad istituire scuole siste-
maticamente organizzate, neppure per la formazione del
clero. Il livello culturale del clero secolare, specialmente
di quello rurale, era molto basso. Le biblioteche dei mo-
nasteri, dei vescovi e dei principi erano talvolta assai
ricche e si sviluppò il tipo di «načetčik», ossia autodi-
data. La letteratura consisté principalmente nelle versioni
dal greco in slavo-ecclesiastico. L'arcivescovo di Novgo-
rod, Gennadio (m. nel 1504), raccolse i libri già tradotti
nel Vecchio e Nuovo Testamento e procurò nuove ver-
sioni dei mancanti. La letteratura originale fu piuttosto di
carattere pratico: cronache, liturgia, discorsi sacri ed
istruzioni pie, agiografia, descrizione di pellegrinaggi in
Terra Santa. I più eminenti scrittori del periodo sono:
Giuseppe Volokolamskij (m. nel 1515), Nilo Sorskij (m.
nel 1508), i metropoliti Daniele e Macario, Pacomio
Serbo (m. nella fine del sec. XV), Zinobio Otenskij (m. nel
1568), Massimo Greco (m. nel 1556), il protopope Sil-
vestro (m. nel 1566). Ebbero larga diffusione gli «sborniki»,
ossia miscellanee di articoli di diversi argomenti e autori.
In generale la letteratura ebbe carattere compilativo con
scarsa critica delle fonti. Perciò si diffuse la letteratura apo-
crfica, condannata e combattuta dall'autorità ecclesiastica.

Ca. il 1474 apparve a Novgorod un movimento ere-
dico detto dei «giudaizzanti», che era un miscuglio di
giudaismo, di razionalismo umanistico e di astrologia.
Gli eretici negavano i principali dogmi cristiani e s'ab-
bandonavano a ributtanti profanazioni dei luoghi ed
oggetti sacri. Essi guadagnarono a M. anche alcuni ade-
renti tra laici e ecclesiastici: perfino il metropolita Zo-
sima (1490-94) fu sospettato di eresia. Gennadio, arci-
vescovo di Novgorod, e Giuseppe, abate del monastero
di Volokolamsk, combatterono energicamente le dottrine
dei giudaizzanti ed ottennero la condanna conciliare del-
l'eresia e la punizione dei principali eretici. Queste misure
condussero alla liquidazione — almeno esterna ed ufficiale —
dei giudaizzanti. Ma le loro idee, con l'aggiunta di ele-
menti protestanti, rivissero nelle dottrine di Matteo Ba-
kin e dell'ancona più radicale Teodosio Kosoj condannate
dal Concilio di M. nel 1553-54. Quanto al protestante-
simo, in Russia si tollerava allora l'esercizio di culto degli
stranieri protestanti, ma non era loro permessa alcuna
propaganda. L'apostasia dalla Chiesa ufficiale era un de-
litto punito anche dallo Stato.

Il culto veniva celebrato con crescente splendore
e il numero delle nuove chiese, riccamente decorate
ed arredate, divenne superiore al bisogno. Nell'arte
sacra si seguì la tradizione bizantina e nelle chiese
non erano ammesse le statue. Meta prediletta dei
pellegrinaggi erano i santuari dove si veneravano iconi
della Madonna (Vladimir, Kursk, Tichvin, Kazanč
ecc.) oppure reliquie, specie incorrotte, di santi.
Il Concilio del 1547 ne canonizzò 21 e 20 quello
del 1549. In liturgia regnava grande varietà, mal-
grado gli sforzi dei concili di unificare la prassi li-
turgica. Neppure la stampa dei libri liturgici (dal
1564) portò un rimedio efficace, causa la mancanza
di manoscritti corretti e dell'attaccamento ai testi
e alle cerimonie usuali.

L'insufficiente istruzione religiosa portò ad esa-
gerare l'importanza del culto esterno e favorì le pra-
tiche superstiziose. Le guerre quasi continue resero
i costumi rudi e il crescente benessere delle classi

superiori dette occasione alla pigrizia e alla lussuria, difetti duramente castigati — e talvolta anche esagerati — dai predicatori e dai moralisti. Malgrado ciò non mancarono illustri esempi di pietà e virtù cristiane tra ecclesiastici e laici. Come ideale della perfezione cristiana restò l’ascetismo monacale. Nel «Dostro» mostroj » del protopope Silvestro — un manuale ascetico-morale del pio laico — la famiglia cristiana diventa una specie di monastero secolarizzato. Tra i secolari era diffuso l’uso di pronunziare, almeno sul letto di morte, la professione religiosa. Perciò finirono numerosi monasteri: nel periodo 1450-89 ne sorsero 300 nuovi. I monaci conducevano sia vita eremitica — solitari e in piccoli gruppi («skity») — sia la via cenobitica nelle comunità rette da un superiore secondo un preciso regolamento. Si seguivano le regole degli antichi santi monaci (Basilico, Efrem, Giovanni Climaco, Teodoro Studita), compilate dagli asceti Russi (Giuseppe Volokolamskij, Nilo Sorskij). Il più attivo centro di rinnovamento della vita monastica fu il monastero della S. Trinità fondato da s. Sergio di Radončič (m. nel 1429) non lontano da M.

Gli eremiti guidati da Nilo Sorskij condannavano le proprietà fondiarie dei monasteri come ostacolo alla perfezione della povertà religiosa. Invece Giuseppe Volokolamskij, il rappresentante del severo cenobitismo, con i suoi seguaci sosteneva l’utilità di tali proprietà come base dell’attività culturale e sociale dei monasteri cenobitici, nei quali la perfetta povertà individuale è garantita dalla rigorosa osservanza della vita comune. Il Consiglio del 1503 si pronunziò per la legittimità dei possedimenti dei monasteri lasciando la libertà di seguire l’uno o l’altro indirizzo ascetico. Malgrado i difetti infiltratisi in talune comunità — dispotismo dei superiori, spirito mondano, disobbedienza e vagabondaggio dei monaci — i monasteri furono generalmente veri focolai di vita religiosa-culturale. Essi hanno dato alla Chiesa russa non pochi eccellenti vescovi, scrittori ed asceti, innalzati anche da essa all’onore degli altari: oltre i già ricordati Giuseppe Volokolamskij e Nilo Sorskij, Zosimo Soloveckij (m. nel 1478), Pafunzio Borovskij (m. nel 1478), Germano Soloveckij (m. nel 1484), Alessandro Svirskij (m. nel 1533), Cornelio Komelskij (m. nel 1537), Antonio Sijskij (m. nel 1556), Nicandro Pskovskij (m. nel 1581). Inoltre si incontrano anche speciali forme di ascetismo come i reclusi (Arsenio di Novgorod, m. nel 1570), gli stilisti (Saba Višerskij, m. nel 1461) e i «jurodivyje» (pazzi per amore di Cristo): Michele Klopskij (m. nel 1452), Simone Jurjevskij (m. nel 1584).

Questo periodo ricco di forti personalità ha il carattere dinamico di ricostruzione spirituale tendente a riparare i danni dell’invasione e dominazione tartara. La metropolia di M., resasi autocfela, si sforza di divenire autonoma anche nella sua vita religiosa e culturale e incomincia a prestare aiuto alle altre chiese orientali oppresse dai Turchi. Purtroppo nello stesso tempo si separa nettamente dall’Occidente latino. L’isolamento la preserva dalla bufera della riforma protestante, ma pure la priva di contatti fecondi con la vita della Chiesa cattolica.

Il Patriarcato (1589-1721) — Il 26 genn. 1589 il patriarca costantinopoliano Geremia II, allora in visita a M., elevò il metropolita Giobbe (1586-1605) alla dignità di «patriarca di M. e di tutta la Russia». Pure quattro tra i vescovi (di Novgorod, Rostov, Kazan, Kruticy) ricevettero il titolo di metropolita, ma senza alcuna giurisdizione speciale. Questa elevazione, ratificata dai Sinodi patriarcali tenutisi nel 1590 e 1593 a Costantinopoli, aumentò il prestigio più che i reali diritti del supremo capo della Chiesa russa, essendo egli già dal 1448 pienamente indipendente dal patriarcato costantinopoliano.

Nel XVII sec. nella curia patriarcale, seguendo l’esempio dell’amministrazione statale, si organizzarono progressivamente speciali uffici («prikaz»): giudiziario, del tesoro, palatino, della disciplina ecclesiastica. Pure nelle curie vescovili vennero istituiti simili «prikaz», generalmente due: del tesoro e della disciplina ecclesiastica. Le diocesi restavano troppo vaste; verso la fine del periodo se ne hanno soltanto 23. I Concili si riunivano frequentemente. Il più grande, nel 1666-67, ritardando le posizioni dello «Stoglav» (1551), emanò nuovi decreti circa la composizione dei tribunali ecclesiastici, la formazione morale e istruzione dei candidati al sacerdozio, la disciplina del clero (vestito, commercio e professioni inconvenienti, divertimenti mondani, chierici vaganti) e autorizzò di nuovo i sacerdoti e i diaconi vedovi a continuare il loro ministero sacro. Ma non si pervenne allora all’istituzione dei seminari lasciando agli ecclesiastici stessi la cura dell’istruzione dei loro figli, tra i quali si reclutava quasi esclusivamente il clero secolare.

Il codice dello zar Alessio («Uloženje», 1649) affidò allo speciale «Monastyrskij prikaz» tutte le cause civili degli ecclesiastici e dei loro contadini. Ciò suscitò grande malcontento e, condannato dal Concilio del 1666-1667, il «Monastyrskij prikaz» fu soppresso nel 1675.

Nel resto la posizione economico-sociale del clero rimase nelle grandi linee quella del periodo precedente. Lo Stato tendeva a limitare l’accrescimento dei possedimenti fondiari ecclesiastici e le loro esenzioni dagli oneri pubblici. Stato e Chiesa praticamente si compenetrarono. Lo zar conservò l’influsso decisivo sulla scelta della persona del patriarca, ma la dignità patriarcale divenne quasi sovrana agli occhi del popolo. Durante il periodo dei torbidi che seguì all’estinzione della casa regnante dei Rurikidi (1598), i patriarchi Giobbe e Ermogene (1606-1612) appoggiarono validamente l’autorità degli zar legittimi (Boris Godunov, 1598-1605, e Basilio Sijskij, 1606-1610). I vescovi e monasteri sostenerono materialmente e moralmente il movimento nazionale, che sotto la guida di Cosma Minin e del principe Požarskij portò alla liberazione di M. dai polacchi (1612) e al ristabilimento della legalità con l’elezione del nuovo zar Michele Romanov (1613). Il nuovo patriarca Filarete (1612-13), padre dello zar Michele (forzato dallo zar Boris Godunov a farsi monaco nel 1601) ebbe il titolo di «gran sovrano» come lo zar, e la sua parola fu decisiva anche negli affari di Stato. I suoi successori Giosaf (1634-40) e Giuseppe

Article illustration

(1642-53) furono più modesti e remissivi verso gli zar. Il prestigio del patriarca raggiunse il suo apogeo ai tempi di Nicone (1652-66), il quale riprese il titolo di «gran sovrano» e affermò la superiorità della dignità patriarcale sopra quella dello zar. Il conflitto aperto scoppiò nel 1658, e si trascinò fino al Concilio del 1666-67, il quale, con la partecipazione dei patriarchi orientali, condannò, depose e degradò Nicone. Ma questo conflitto latente tra l'autorità dello zar e del patriarca, assopito sotto il successore di Nicone, Gioasaf II (1667-72), si ravvivò sotto Gioacchino (1674-90) e specialmente sotto Adriano (1690-1700) che si oppose alle riforme di Pietro il Grande. Perciò dopo la sua morte Pietro non permise l'elezione di un nuovo patriarca, ma nominò soltanto un vicario patriarcale (Stefano Javorskij), che resse il patriarcato fino alla sua soppressione nel 1721.

Quanto alle relazioni con Roma, il periodo patriarcale significa l'irrigidimento dell'atteggiamento antiromano. L'intervento della cattolica Polonia in favore dello Pseudodemetrio, trasformato poi nell'occupazione militare di M., diede alla seguente lotta di liberazione il carattere di difesa dell'«ortodossia» russa contro l'Occidente latino.

L'attività missionaria tra i Tartari di Kazan fu de-bole, più viva tra i Mordvini nelle regioni di Tambov e Riazan, specialmente grazie all'arcivescovo Misale, morto vittima del fanatismo pagano nel 1654. In Siberia l'istituzione delle diocesi di Tobolsk (1620) e la fondazione di monasteri intensificarono l'attività dei missionari, i quali nella seconda metà del sec. XVIII penetrarono nella Siberia meridionale e al di là del lago Bajkal. Nel 1680 la Polonia cedette definitivamente alla Russia la città di Kiev con le terre sulla riva sinistra del Dniepr e nel 1687 il patriarca costantinopolita consentì che la metropolia di Kiev fosse incorporata nel patriarcato di M.

Il progresso dell'istruzione era ostacolato dalla mancanza di maestri ben formati. Perciò nel 1649 il boiari Teodoro Ritsëev con il consenso dello Zar e del Patriarca chiamò a M. 30 monaci formati nell'Accademia di Kiev, affinché si occupassero di tradurre libri ed insegnassero ai desiderosi il greco, il latino, la retorica e la filosofia. A questi si aggiunse Epifanio Slavennickij (m. nel 1675). Se Slavennickij rappresentava ancora la cultura greco-slava, Simeone Polockij, venuto nel 1664, era già rappresentante della tendenza latino-scolastica data all'Accademia di Kiev dal metropolita Pietro Moghila, e in più punti, specialmente sul momento della transustanziazione, sosteneva la dottrina dei teologi cattolici. Nella lotta ingaggiata tra le due tendenze prevalse quella greco-slava, sostenuta dal patriarca Gioacchino, dal monaco Eutimio (1705) e dall'Accademia teologica di M. diretta da due greci, i fratelli Giovanicchio (m. nel 1717) e Sofronio (m. nel 1730) Lichudi. Nel 1690 un Concilio condannò le dottrine di Simeone Polockij (m. nel 1680) e degradò il suo discepolo Silvestro Medvëdëv (giustiziato poi nel 1691). Ma in breve tempo, a causa degli intrighi, anche i fratelli Lichudi furono allontanati dall'Accademia di M., che poi rapidamente decadne per mancanza di professori adatti. Nel 1627 fu pubblicata la versione del catechismo di Lorenzo Zizania e nel 1696 quella della «Confessione ortodossa» di Pietro Moghila; uscirono anche versioni di opere polemiche greche contro le dottrine occidentali protestanti e cattoliche.

L'opera di correzione ed unificazione dei libri liturgici ripresa dal patriarca Filarete, e continuata dal patriarca Giuseppe II, fu condotta a termine dal patriarca Nicone. Egli corresse i testi e la prassi liturgica russa secondo i libri liturgici usati allora dai Greci, sopprimendo anche le particolari usanze russe consacrate da una lunga e legittima consuetudine. Ciò destò una sempre più crescente opposizione da parte dei conservatori. Il Concilio del 1666-67 approvò definitivamente la riforma liturgica di Nicone e condannò tutti gli avversari. Ma questi, sotto la guida del protopope Avvakum, non si sottomisero, erigendosi in difensori della «antica fede» e così ebbe inizio il movimento noto sotto il nome di «starovëri» o «vecchi credenti». Essi rimasero nell'opposizione malgrado le scomuniche del Concilio e le repressioni, spesso drastiche, del governo. Dividendosi in più sette i «vecchi credenti» costituirono da allora in poi il più grave problema della vita interna della Chiesa russa (v. RASKOL).

Article illustration

irono da allora in poi il più grave problema della vita interna della Chiesa russa (v. RASKOL).

(ftd. Ene. Catt.) Mosca - De Concilio Florentino, deque rebus gestis post id. Concilium; nec non de Theodoro metropolita, excerpto ex chronicis neocovitis (sec. xv) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. slavo 12, f. 7 f.

Ma anche la Chiesa ufficiale restava ancora molto attaccata alle forme tradizionali della vita religiosa e civile. Per molti la vita religiosa consisteva principalmente nella rigida osservanza delle cerimonie e delle austerità esterne. Malgrado l'isolamento geloso dall'estero, i costumi e divertimenti «mondani» penetrarono in Russia dall'Occidente, perfino nella corte del «piissimo zar». Ma non mancarono anche manifestazioni di sincera fede cristiana. Furono molto praticate le opere di misericordia, specie l'elemosina e le visite a carcerati. Il Concilio del 1682 diede norme speciali per l'organizzazione della beneficenza ecclesiastica.

La vita ascetico-monastica era considerata sempre la forma più elevata della perfezione cristiana. Nel sec. XVII sorsero 220 nuovi monasteri. Il Concilio del 1666-67 diede più severe disposizioni per ricevere i novizi, proibì di ammettere alla professione religiosa senza un tempo sufficiente di prova, condannò le forme stravaganti di prassi ascetica. Tra i monaci di quel periodo, dei quali non pochi furono elevati agli altari, si distinsero: Basilio Mangazjeskij (m. nel 1660), Giuseppe Vologodskij (m. nel 1612), Irinarco Rostovskij (m. nel 1616), Adriano Monzenskij (m. nel 1619), Irinarco Soloveskij (m. nel 1628), Dionigi Troickij (m. nel 1633), Eleazar Azerskij (m. nel 1656), Macario Konevskij (m. nel 1678). Oltre ai monaci viventi in comunità s'incontrano anche gli eremiti e i «jurodivyje» (Procopio Vjatskij, m. nel 1627).

Questo periodo è meno movimentato di quello precedente. La vita della Chiesa tende a fossilizzarsi un po' nelle sue forme tradizionali. L'«ortodossia» è considerata come elemento caratteristico della nazionalità russa, benché non molti saprebbero indicare in che cosa essa precisamente consista e perciò viene facilmente identificata con le forme rituali esteriori. Si cerca di organizzare una sistematica istruzione religiosa. Ma anche in questo periodo l'istruzione, specialmente del clero secolare e delle masse dei fedeli, resta il punto più debole della vita ecclesiastica russa.

III. S. SINODO (1721-1917). - Nel periodo della vacanza del trono patriarcale maturò nella mente di Pietro il Grande la riforma radicale della struttura della Chiesa russa. Pietro nella sua giovinezza non aveva ricevuto la tradizionale educazione, essenzialmente ecclesiastica, che inculcava il diffidente isola-

mento da tutti gli stranieri considerati come eretici. Anzi, allontanato dalla corte nel villaggio Preobrazenskoje, egli si era abituato alla familiarità con i protestanti della colonia tedesca nei sobborghi di M. Divenuto poi zar scelse tra gli stranieri, anche protestanti, i suoi intimi collaboratori. Il protestante-giante Teofano Prokopovič (m. nel 1736), nonostante l'opposizione del vicario patriarcale Stefano Javorskij, fu da Pietro nominato vescovo di Pskov (nel 1718) e divenne il principale collaboratore dello Zar nella riforma ecclesiastica codificata nel «Regolamento spirituale» (m. nel 1744). Il 14 febbr. 1721 al posto del soppresso patriarcato fu istituito il S. Sinodo, un collegio di vescovi e sacerdoti nominati dallo Zar ed aventi tutti uguale voto. Da quel momento il S. Sinodo, riconosciuto nel 1723 dai patriarchi orientali, esercitò sulla Chiesa russa il supremo potere legislativo, amministrativo e giudiziario. Il S. Sinodo era sottomesso direttamente allo Zar, che in ultima istanza ne ratificava le decisioni e ne controllava l'attività per mezzo del laico allo procuratore del S. Sinodo. Questa struttura del S. Sinodo non subì modificazioni essenziali. Dal 1885 esso si componeva di soli vescovi generalmente 7 - e comprendeva: cancelleria sino-dale, comitato per l'istruzione religiosa, consiglio per le scuole ecclesiastiche, sezione economica, ufficio di controllo, direzione delle tipografie sinodali, e due uffici delegati (a M., per l'amministrazione della diocesi già patriarcale, e a Tiflis per la Chiesa georgiana, dal 1783 dipendente dal S. Sinodo). L'alto procuratore aveva la propria cancelleria alla stessa maniera degli altri ministri.

Si conservò la tradizionale divisione in diocesi. I nuovi vescovi furono scelti dallo zar, al quale il S. Sinodo presentava tre candidati. I trasferimenti dei vescovi alla maniera dei funzionari statali, divennero poi frequentissimi, intralciando seriamente la loro attività pastorale. Direttamente dal S. Sinodo dipendevano il clero palatino con a capo il confessore dello zar, il Protopre-sbitero-capo dei cappellani militari, e qualche monastero. I beni ecclesiastici, amministrati dal S. Sinodo, restarono giuridicamente proprietà della Chiesa fino al 1764, quando Caterina II si selezionò tutti indennizzandone i possessori con una pensione annua, la quale non rappresentava che una minima parte delle effettive rendite dei beni incamerati. Arsenio Macevič (m. nel 1772), metropolità di Rostov, protestò, ma fu deposto e imprigionato. La situazione economica del basso clero, specialmente di quello rurale, peggiorò e negli anni 1862-1865 una speciale commissione mista studiò questo problema. Ma non si arrivò ad assicurare al clero rurale una sistemazione economico-sociale corrispondente alla sua dignità e missione.

L'istituzione del S. Sinodo assicurò allo zar il completo predominio sulla Chiesa. Il «Regolamento spirituale» motivò la soppressione del patriarcato con il fatto che il semplice popolo era portato a considerare il patriarca uguale e perfino superiore allo zar e in caso di conflitto tra di loro era disposto a seguire il patriarca, convinto di fare così la volontà di Dio. Invece il nuovo Regolamento sottometteva la Chiesa economicamente e amministrativamente allo Stato e un energico alto procuratore, servendosi abilmente della legislazione burocratica, poteva rendersi padrone incontrastato del S. Sinodo sfidando anche l'opposizione dell'esposito (ad es., N. Protasov [1838-55], K. Pobédonosev [1880-1905]). Non si trattò più della stretta collaborazione della Chiesa con lo Stato nel senso bizantino, ma della semplice subordinazione della Chiesa allo Stato nello spirito dell'assolutismo illuminato e poi del giuseppinismo penetrati in Russia dall'Occidente. Tale subordinazione non poté che rinforzare l'atteggiamento ostile verso Roma. Ne è prova la stretta collaborazione delle autorità ecclesiastiche e statali nel disporre la forzata sottomissione al S. Sinodo dei cattolici di rito orientale (nel 1839 e 1875), entrati nell'ambito dell'Impero russo dopo le spartizioni della Polonia. Si limitò anche la libertà dei cattolici di rito latino, malgrado una specie di concordato concluso nel 1847 tra lo zar Nicola I e la S. Sede. Il passaggio dalla Chiesa ufficiale alle altre confessioni era proibito e punito fino all'Editio di tolleranza del 1905, che lo permise riguardo al protestantesimo e alla Chiesa cattolica. Ma nella sua applicazione pratica non riconosceva i cattolici di rito orientale. Malgrado ciò si faceva strada tra i fedeli della Chiesa russa una corrente di pensiero unionistico (Vladimiro Soloviev, m. nel 1900) ed anche incominciarono a formarsi piccoli gruppi di cattolici di rito orientale (a Pietroburgo, a M. e nella Russia bianca).

Il movimento rivoluzionario-riformista del 1905 sollevò anche la questione del riordinamento dell'amministrazione ecclesiastica della Chiesa russa per mezzo di un concilio, mai convocato dopo l'istituzione del S. Sinodo. Venne istituita una commissione preconciliare, ma alla convocazione effettiva si giunse solo nel 1917. L'attività missionaria continuò a svilupparsi, benché talvolta contraria dall'indirizzo politico-ideologico dominante nelle sfere governative (volterianismo sotto Caterina II, pseudomisticismo sotto Alessandro I). Le missioni tra i Tartari ricevettero nuovo impulso dall'istituzione della sezione missionaria dell'Accademia teologica di Kazah (nel 1854) e dalla fondazione della Confraternita di S. Guro (nel 1867), che assicurarono l'aiuto materiale e la versione dei libri in lingua tartara. Nelle steppe sud-orientali s'intensificò dal 1725 la cristianizzazione dei Calmuchi e per i convertiti venne fondata la città di Stauropol (nel 1738). Tra il 1821 e il 1830 fu convertita quasi la totalità dei Samoiedi (ca. 30.000) nella regione di Archangelsk.

In Siberia progredì la cristianizzazione grazie alle nuove diocesi man mano istituite: Irkutsk nel 1707, Kamčatka nel 1743, Jakutsk nel 1869, quella di Aleute nel 1870, con sede a S. Francisco, comprendente le isole Aleutine, Alaska ed anche i fedeli residenti in America. Oltre l'attività missionaria delle parrocchie normali, per la popolazione mista s'istituirono speciali missioni nei centri indigeni, per lo più nomadi. Ad es., nel 1897 la missione di Altaj contava 70 missionari, 56 catechisti, 13 stazioni, 45 chiese e cappelle e 30.000 cristiani; quella di Irkutsk: 20 stazioni, 64 missionari, 17 scuole e ca. 35.000 cristiani; quella di Transbaikal: 23 stazioni, 20 missionari, 29 scuole e ca. 30.000 cristiani. La missione in Cina (Pekino) era più un centro di studi sinologici che di attività propriamente missionaria. Invece la missione in Giappone, iniziata nel 1861 dal sacerdote, poi vescovo, Nicolò Kassatkin, contava nel 1897 già 225 comunità con 23.800 cristiani, 1 vescovo, 35 sacerdoti (30 indigeni), 16 maestri, 156 catechisti. Nelle regioni caucasiche furono convertiti quasi totalmente gli Osseti (60.000 fedeli in 67 parrocchie nel 1823) e tra il 1840-50 ogni anno si contavano 1000-2000 conversioni tra le popolazioni locali. I missionari adoperarono le lingue indigeni non soltanto per l'istituzione religiosa (prediche e stampa) ma anche nella liturgia. Inoltre bisogna notare che in Russia non si distingueva generalmente il territorio metropolitano da quello coloniale (neppure in Asia) e che quindi gli indigeni godevano di tutti i diritti della nazionalità russa. Nel 1865 sorse l'Associazione missionaria ortodossa, i cui comitati diocesani dovevano provvedere alla propaganda in favore delle missioni e al raccoglimento dei fondi necessari.

Ebbe anche successo il lavoro tra i protestanti lettoni ed estoni per i quali fu istituita la diocesi di Riga (1850). Nel corso del sec. XIX si ebbero anche trattative

di avvicinamento con i « vecchi cattolici » e contatti con i protestanti (anglicani), ma senza risultati concreti.

L'istruzione religiosa fece grandi progressi. Il « Regolamento spirituale » prescrive l'istituzione in tutte le diocesi di scuole per la formazione del clero, che furono riformate nel 1808; si contavano 4 accademie teologiche destinate agli studi superiori di teologia, 36 seminari maggiori, 115 seminari inferiori e in tutto 29.000 studenti. Lo studio nei seminari era allora obbligatorio per tutti i figli degli ecclesiastici, anche non aspiranti al sacerdozio.

Sotto Pietro il Grande l'insegnamento passò di nuovo nelle mani degli ecclesiastici formati all'Accademia di Kiev. Però l'indirizzo scolastico-cattolico rappresentato da Stefano Javorski (m. nel 1722), Demetrio di Rostov (m. nel 1709) e Teofilatto Lopatinskij (m. nel 1741) venne sopraffatto dalla corrente protestantizzante di Teofano Procopovič (m. nel 1736) che predominò nelle scuole teologiche russe fino ai primi decenni del sec. XIX (Giorgio Konnisskij, m. nel 1834; Gabriele Petrov, m. nel 1807; Teofilatto Gorskij, m. nel 1788; Plato Levšin, m. nel 1812; Silvestro Lebedinskij, m. nel 1808; Irenco Falkovskij, m. nel 1827). Le riforme dell'insegnamento teologico nel XIX sec. diedero impulso al grande sviluppo delle scienze sacre coltivate da eminenti professori e scrittori: I. Borisov (m. nel 1857), Filarete Gumilevskij (m. nel 1866); Filarete Drozdov (m. nel 1867); A. Gorskij (m. nel 1875); G. Sokolov (m. nel 1869); A. Amfiteatrov (m. nel 1879); M. Bulgakov (m. nel 1882); P. Uspenskij (m. nel 1885); A. Pavlov (m. nel 1898); V. Bolotov (m. nel 1900); L. Janyšev (m. nel 1900); A. Bélajev (m. nel 1903); A. Lebedev (m. nel 1908); S. Malevanskij (m. nel 1908); N. Malinovskij (m. nel 1917); E. Golubinskij (m. nel 1912); S. Mansuetov (m. nel 1885); N. Krasnoselcev (m. nel 1898); M. Suvorov (m. nel 1909); P. Solarskij (m. nel 1890).

Nel 1751 uscì la nuova edizione della Bibbia in lingua slavo-ecclesiastica corretta secondo i Settanta con l'aiuto di altri testi greci, latini ed ebraici. Nel periodo 1818-25 la Società biblica (fondata nel 1813 a Pietroburgo alla maniera di quella britannica) pubblicò la versione russa del Nuovo Testamento e di una parte del Vecchio, senza annotazioni, alla maniera protestante. Negli anni 1860-75 sotto l'autorità del S. Sinodo fu tradotta in russo l'intera Bibbia.

La Chiesa ebbe nel sec. XIX da lottare contro le diverse correnti filosofiche penetranti in Russia dall'Occidente: idealismo, positivismo, materialismo e marxismo, specialmente ad opera di numerosi studenti russi, che frequentavano le università francesi e tedesche. Inoltre si diffusero le idee eterodose di alcuni teologi laici e pensatori religiosi russi (Chomjakov [m. nel 1860], L. Tolstoj [m. nel 1910]). Così la società russa colta, restando ufficialmente « ortodossa », si allontanava in realtà dallo spirito e dalla prassi religiosa della sua Chiesa.

Queste correnti toccavano meno le masse popolari a causa della insufficienza istruzione scolastica, resa possibile in grande misura soltanto dopo la liberazione dei contadini dalla servitù della gloria. Tra il 1859-65 il clero organizzò 21.400 scuole. Ma la burocrazia scolastica statale impedì il loro sviluppo e praticamente ostacolò anche l'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche. La situazione migliorò soltanto quando nel 1884 le scuole dirette dal clero passarono di nuovo alla dipendenza diretta del S. Sinodo. L'insufficiente istruzione del popolo favorì la diffusione della falsa dottrina. Il movimento dei « vecchi credenti » restò ancora ben vitale benché diviso in diversi gruppi e tendenze. Inoltre apparvero nuove sette più radicali: i « Chlysti » (Ivan Suslov, m. nel 1716) credenti in altre reincarnazioni di Cristo, e gli « Skopcy » (cosacco Kondratij Selivanov, m. nel 1832), che condannavano il matrimonio fino alla castrazione obbligatoria. Nella Russia meridionale, sotto l'influsso del protestantesimo, si formò la setta dei « Duchobory », che nell'assoluto soggettivismo religioso rigettavano la S. Scrittura e il culto esterno, e quella dei Molocani, che ammetteva la S. Scrittura e l'obbligatorietà di tutte le prescrizioni mosaiche, rigettavano ogni autorità ecclesiastica e civile. Nella seconda metà del sec. XIX

Article illustration

---

cenza divennero di nuovo importanti centri di vita religioso-culturale. Di pari passo andò la riforma della vita interna dei monasteri, specialmente ad opera del monaco russo Paisio Veličkovskij (m. nel 1794) stabilitosi nella Moldavia. Paisio insisteva sulla meditazione, sullo studio delle opere dei Padri, e sulla direzione spirituale dei monaci più progrediti («starets» [v.]). Egli direttamente per corrispondenza influì sulla formazione della nuova generazione dei monaci russi, i quali poi nello spirito di Paisio riformarono numerosi monasteri. I venerati «starets», ricercati dal clero e dai laici per la direzione spirituale, resero celebri i loro monasteri (Zosima in Siberia, m. nel 1833; in Sarovskaja Pustyš Serafino Sarovskij, m. nel 1833; in Optina Pustyš Ambrosio Grenkov, m. nel 1891; in Valaamo sul Ladoga Alessio Blinov, m. nel 1900). Tra i vescovi, sempre tutti monaci, si distinsero come modelli e maestri di vita ascetica Ticone Zandonskij (m. nel 1783), Ignazio Brjancanin (m. nel 1866), Teofane Zatvornik (m. nel 1894). Tra il clero secolare divenne celebre per il suo apostolato e la fama di santità l’arciprete Giovanni di Kronstadt (m. nel 1908).

Il periodo sinodale è caratterizzato da una parte dell’oppressione sofferta dall’autorità ecclesiastica per opera di quella statale e dall’altra dal grande progresso della cultura religiosa. Nel corso del sec. XIX la Chiesa russa, con le sue accademie teologiche, biblioteche e tipografie, contribuì anche all’elevazione culturale-religiosa delle altre Chiese «ottodosse» progressivamente liberate dal giogo turco. Il clero ebbe la possibilità di una più seria formazione e poté meglio provvedere all’istruzione religiosa del popolo, ancora sempre molto deficiente. Verso la fine del periodo la classe colta si allontanò dalla Chiesa cedendo alle correnti anticristiane penetrate dall’Occidente. L’isolamento diffidente verso l’Occidente latino impedì allora alla Chiesa russa di approfittare delle esperienze e dei metodi già acquisiti dalla Chiesa cattolica nella lotta contro le medesime tendenze atee. Numerosi ecclesiastici e laici cercarono sinceramente una profonda riforma della vita ecclesiastica e la liberazione della Chiesa dalla burocrazia statale. Le menti più illuminate, come V. Soloviev, scorrono il migliore mezzo di rinvigorimento della Chiesa russa proprio nel rompere l’isolamento fatale inserendosi nell’attività cristiana mondiale mediante l’unione con la Chiesa romana.

IV. PATRIARCATO RISTABILITO (dal 1917)

Il 15 ag. 1917, nel tumulto della Rivoluzione, si riunì a M. il tanto atteso Concilio panrusso, che ristabilì il patriarcato e il 15 nov. elesse a questa dignità il metropolità di M., Tichone. Fino al sett. 1918 il Concilio discusse tutti gli aspetti della vita ecclesiastica russa e tracciò un piano di profonde riforme. Ma la realizzazione di esse fu impedita dall’arrivo al potere del Partito bolscevico, che il 23 gen. 1918 proclamò la separazione della Chiesa dallo Stato e della scuola dalla Chiesa, sequestrò tutti i beni ecclesiastici, anche gli edifici e arredi sacri. Nulla valsero le proteste del Patriarca, che fu arrestato il 9 maggio 1922. Rilasciato nel 1923 egli riconobbe ufficialmente l’autorità del governo sovietico, il quale però non cambiò il suo atteggiamento ostile verso la Chiesa. Durante l’arresto del Patriarca e dopo la sua morte (1925) la Chiesa fu retta da vicari e vice-vicari patriarcali, a più riprese arrestati e liberati.

Nel frattempo anche le scissioni interne, fomentate dai bolscevichi, dilaniarono la Chiesa patriarcale. Tra le varie correnti si affermò la «Chiesa vivente» con un sinodo capeggiato da Vvedenskij («Chiesa sinodale»), che rigettava in più punti le dottrine e la disciplina trardizionale (celibato dei vescovi, regime patriarcale ecc.). Nel 1923 fu riconosciuta dal patriarca costantinopolitano e sostenuta dal governo sovietico contro la Chiesa patriarcale. Del tutto radicale era la «Chiesa ortodossa panrucciana» organizzata da Lipkivskij, «ordinato» metropolità per l’imposizione delle mani dei sacerdoti e dei fedeli anziani.

Nel 1927 il governo sovietico riconobbe di fatto il metropolita Sergio come vicario patriarcale, ma ciò non impedì nuove ondate di violente persecuzioni tra il 1927 e il 1932. Numerose chiese furono distrutte o destinate a usi profani, molti vescovi e sacerdoti fucilati o deportati. L’organizzazione degli «atei militanti» fu incaricata di sradicare dovunque la religione già bandita dalle scuole e dalla vita culturale. Nel 1929 e 1931 il governo emanò nuove disposizioni, con le quali ordinò unilateralmente gli affari ecclesiastici imponendo alla Chiesa ogni sorta di limitazioni nella sua attività e la sottomise a un innumissimo controllo poliziesco. Malgrado ciò nel censimento del 1936 molti ancora si dichiararono credenti, tanto che il governo non pubblicò mai interamente quelle statistiche.

Durante l’invasione tedesca dell’Unione sovietica (1941) il metropolita Sergio, l’episcopato, e il clero, solidali con il popolo, diedero prova di leale patriottismo. Allora il governo, stretto dalle difficoltà esterne ed interne, riconobbe ufficialmente l’amministrazione ecclesiastica e autorizzò l’elezione del patriarca, che fu fatta l’8 sett. 1943 nella persona del metropolita Sergio. A questo, il 15 maggio 1944, succedette il metropolita di Leningrado, Alessio, eletto il 1° febbr. 1945 dal Concilio a M.

Il giorno precedente il Concilio approvò un nuovo statuto della Chiesa patriarcale russa, adattandolo in tutto alla legislazione sovietica. Secondo questo statuto, capo della Chiesa è il patriarca «di M. e di tutta la Russia», che la governa assistito da un sinodo composto di 6 vescovi. La suprema autorità legislativa e giudiziaria risiede nel concilio, al quale appartengono, oltre ai vescovi, anche i sacerdoti e i laici, ma non si precisa se essi hanno voto deliberativo. Il vescovo, nominato dal patriarca con il sinodo, governa la sua diocesi divisa in decanati e rispettivamente in parrocchie. Per costituire una parrocchia — o una associazione religiosa secondo la terminologia del Codice sovietico — i fedeli (almeno 20) devono chiederne l’autorizzazione al Soviet comunale; ma neppure una parrocchia così istituita gode di tutti i diritti di persona giuridica. Il parroco, nominato dal vescovo, è assistito dal comitato esecutivo, eletto dai fedeli, che amministra i beni del culto. L’autorità civile può concedere ai fedeli l’uso degli edifici e oggetti di culto precedentemente razionalizzati o autorizzarne la costruzione o l’acquisto.

Le associazioni religiose possono procurarsi i mezzi necessari per il mantenimento del clero e per l’esercizio del culto soltanto con libere offerte dei fedeli fatte in denaro o in natura. L’istruzione religiosa è proibita in tutte le scuole private e pubbliche; anche fuori di esse può essere impartita ai minorenni (fino a 18 anni) esclusivamente dai loro genitori. Non è lecito organizzare l’insegnamento pubblico del catechismo o istituire le biblioteche di letteratura religiosa. È autorizzata solo la predica come parte integrante delle funzioni sacre. Neppure è lecito alla Chiesa istituire organizzazioni culturali, sportive, caritatevoli essendo tutte queste attività riservate alle organizzazioni statali. Quanto alla stampa religiosa, essa è ridotta alla pubblicazione mensile del bollettino del patriarcato e a qualche raro libro. Difatti l’art. 124 della Costituzione sovietica garantisce la libertà di propaganda atea, ma non di quella religiosa.

L’esercizio del culto è autorizzato soltanto negli edifici di culto; ogni parrocchia può disporre a questo scopo di un solo locale. Le diocesi sul territorio dell’Unione sono 83. Non si conosce il numero delle parrocchie. Notizie ufficiali nel 1946 parlavano di 22.000 chiese funzionanti, che supporrebbero necessariamente altrettante

parrocchie senza contare quelle che ne sono sprovviste. Sul numero dei fedeli non si hanno dati ufficiali, perché nei censimenti adesso non si registra la religione. Nel volume della ufficiale Grande Enciclopedia sovietica uscito nel 1948 (articolo «La religione e la Chiesa nell'U.R.R.S.») si dice soltanto, che «i pregiudizi religiosi sono ancora considerevolmente diffusi tra la popolazione» e che la «ben maggior parte» dei credenti appartiene alla Chiesa patriarcale.

Nelle sue relazioni con il governo la Chiesa patriarcale continua ad affermare la più schietta lealtà. Ciò è stato riconosciuto dallo stesso governo che ha decorato numerosi ecclesiastici per i loro meriti patriottici. Difatti i più alti rappresentanti della Chiesa in patria e all'estero non tralasciano alcuna occasione per elogiare i capi del governo e per raccomandare ai fedeli la docile sottomissione alle autorità civili. Pure, nel suo atteggiamento ostile contro Roma, la Chiesa patriarcale evidenziere le sue regole e le direttive della politica sovietica. Le autorità ecclesiastiche hanno prontamente collaborato alla liquidazione della Chiesa cattolica di rito orientale in Ucraina, che fu nel 1946 ufficialmente «riunita» al patriarcato di M. I vescovi e i sacerdoti rimasti fedeli a Roma furono arrestati e deportati e i loro posti furono presi da vescovi e sacerdoti della Chiesa patriarcale.

Article illustration

no prontamente collaborato alla liquidazione della Chiesa cattolica di rito orientale in Ucraina, che fu nel 1946 ufficialmente «riunita» al patriarcato di M. I vescovi e i sacerdoti rimasti fedeli a Roma furono arrestati e deportati e i loro posti furono presi da vescovi e sacerdoti della Chiesa patriarcale.

Malgrado tutto ciò il governo sovietico, attraverso il consiglio per gli affari ecclesiastici ortodossi, esercita un minuzioso controllo di tutta l'attività della Chiesa patriarcale. Lasciando alla Chiesa l'esistenza legale e l'esercizio di culto, la priva di tutti i mezzi di propaganda e eccettuata la predica in Chiesa – con i quali essa potrebbe opporsi alla propaganda ufficiale di marxismo ateo, fatta sistematicamente nella scuola, per mezzo della stampa, della radio e del cinema. Inoltre la direzione del «Kommunismo» organizzazione ufficiale della gioventù sovietica – ha proibito nel 1947 ai suoi membri di frequentare le chiese e di entrare in relazione con il clero. Così la stessa esistenza della Chiesa è fortemente compromessa per l'avvenire, giacché le stelle praticamente la possibilità di formare le generazioni giovani.

Negli anni seguenti la Rivoluzione bolscevica, numerosi russi, laici ed ecclesiastici, emigrarono all'estero. Una parte di essi riconosceva l'autorità del Sinodo dei vescovi all'estero, presieduto dal metropolita Antonio Chrapovickij (m. nel 1936) con sede a Karlovci in Jugoslavia. Un altro gruppo, diretto dal metropolita Eugenio, residente a Parigi, si sottometteva alla giurisdizione del patriarca costantinopolitan. Il metropolita Eugenio riuscì pure ad aprire nel 1925 a Parigi un Istituto teologico «ortodosso». Dopo la guerra (1945) alcuni vescovi russi all'estero si sottometteva alla giurisdizione del patriarca di M. Ma altri continuarono a riconoscere l'autorità del Sinodo dei vescovi russi a Monaco di Baviera o il successore del metropolita Eugenio (m. nel 1946), l'arcivescovo Vladimiro, oggi a Parigi.

Pare all'estero, uscirono importanti pubblicazioni di autori ecclesiastici e laici. N. Glubokovskij (m. nel 1937), S. Bulgakov (m. nel 1944), Sergio Starogrodskij (m. nel 1944), N. Berdjaev (m. nel 1948), N. Arseniev, G. Fedotov, V. Višeslavcev, N. Losskij, G. Florovskij, V. Zenkovskij ecc.

Valutando storicamente la vita e l'attività della Chiesa russa appare chiaramente la parte importante che essa ebbe nella diffusione del cristianesimo, difendendolo e propagandolo dal Mar Nero fino all'Oceano Glaciale, dal Baltico fino al Pacifico. Ma la sua attività missionaria non poté, a causa dello scisma, svolgersi in stretta collaborazione con i missionari cattolici, con grave danno dell'Asia. La lunga separazione dalla Chiesa cattolica indebolì internamente la vitalità della Chiesa russa e non le permise di portare allo sviluppo della cultura e della vita cristiana universale quel contributo che le imponevano la sua importante posizione geografica e il numero considerevole dei fedeli.

Statistica. – Ecco il quadro dell'evoluzione della Chiesa russa dalla seconda metà del secolo ufficiali del 1914 e Fedeli: 98.363.874 fedeli; 98.363.874 passarono nel 1842-1849; la Chiesa cattolica cristiana (cattolica, protestante, armena) 582.954; dai vecchi credenti 1.179; dagli ebrei, musulmani, pagani 267.872; in tutto: 1.172.758; chiese: 54.174 (34.049); cappelle: 23.593 (93.053); diocesi: 68 (49); sacerdoti in servizio: 51.105 (36.563); diaconi in servizio: 15.035 (16.024); monasteri maschili: 550 (435); monaci: 11.845 (5112); novizi: 948 (3259); conventi femminili: 475 (112); monache: 1448 (2287); novizie: 56.016 (4583); scuole: accademiche teologiche: 4 (3); insegnanti: 164 (53); studenti: 995 (372); seminari maggiori: 57 (45); insegnanti: 1448 (501); studenti: 22.734 (16.204); seminari minori: 185 (175); insegnanti: 2374 (822); studenti: 29.419 (26.513); scuole dipendenti dal S. Sinodo: 3.824 (2700); con scolari: 2.144.742 (25.000); biblioteche popolari presso le chiese: 33.497 (11.170); istituti di beneficenza: ospedali: 291 (53), ricoveri per i poveri: 1113 (522). – Vedi tav. XCVIII.

BIBL.: oltre alle storie civili ed ecclesiastiche della Russia, cfr. P. Pierling, La Russie et le Saint-Siège, 5 voll., Parigi 1896-1912; J. Gehring, Die Sekten der russischen Kirche, Lipsia 1898; S. Runkevič, Russkaja cerkov v XIX veke, Pietroburgo 1901; K. Plomikov, Istorija russkogo raskola staroobrazdeštva, 1911; N. Glubokovskij, Russkaja bogoslovskaja nauka v jeja istorijeskom razvitii i novijem sotsijani, 1917; B. Titilnov, Duchotovaja škola v Rosti v XIX stolteii, 2 voll., Vilno 1908-1909; A. Eggers, Die evangelisch-lutheranischen Gemeinden in Russland, Pietroburgo 1909; P. Peeters, La canonisation des saints dans l'Eglise russe, in Analecta Bollandiana, 33 (1914), pp. 380-420; P. Verchovskij, Urešdenie duchovnoj kolegij i Duchotovoj reglament, 2 voll., Rostov 1916; F. Haase, Die religiöse Psyche des russischen volkes, Berlino-Lipsia 1921; R. Lübeck, Die russischen Misionen, Äquigrania 1922; A. Boudou, Le Saint-Siège et la Russie, 2 voll., Parigi 1922-25; G. Schweigel, Die Hierarchien der errenten Orthodoxie im Sovjet. Russland, 2 voll., Roma 1928-29; M. d'Herbigny-A. Deubner, Evéques russes en exil, 1913; G. Fedotov, Sviatye drevnej Rusi, Parigi 1931; A. Eck, Le moyen-âge russe, 1913; I. Smolitsch, Leben und Lehren der Starzen, Vienna 1936; R. Stupperich, Staatsgedanke und Religionspolitik.

Moscati, Giuseppe. - Medico, n. a Benevento il 25 luglio 1880, m. a Napoli il 12 apr. 1927. A 17 anni fece il voto di perpetua castità; abbracciò la carriera medica con il solo scopo di glorificare in essa il Signore e salvare anime. Conseguite la laurea con somma lode nel 1903 fu subito nominato coadiutore straordinario degli Ospedali Riuniti di Napoli.

In casi di pubblica calamità, come durante l'eruzione vesuviana del 1906, in cui estrasse dalle macerie e portò in salvo i vecchi degenti nell'ospizio di Torre del Greco, e durante il colera del 1911, fu sempre al suo posto, anche quando altri colleghi si assentavano, sostenendo con abnegazione eroica i compiti più difficili, nelle zone più colpite della città. Nel 1911 divenne primario agli Incurabili e docente di chimica fisiologica all'Università, di là passò ordinario agli Ospedali Riuniti; nel 1919 fu eletto ordinario di chimica clinica all'Università; nel 1922 conseguiti una nuova libera docenza in clinica medica generale. Per incarico del governo partecipò ai Congressi medici internazionali di Budapest (1911) ed Edimburgo (1923).

Dotato di straordinario acume diagnostico, curò con particolare abilità e carità i suoi malati, studiandosi di guarire le infermità con il minor peso pecuniario, tanto da giungere spesso a rifiutare ogni compenso e a fornire il denaro per l'acquisto dei rimedi, e di riportarli alla fede e alla pratica della vita cristiana. Dette agli studenti ogni cura per ben formarli alla futura professione. Di profonda vita spirituale, il M. dimostrò sempre di fronte a tutti la sua fede con fierezza e gioia, conquistando alla pratica cristiana colleghi, alunni e ammalati.

Come aveva preveduto e annunziato morì il 12 apr. 1927. La sua salma dal 1930 è stata trasferita nella chiesa del Gesù Nuovo, in Napoli, e molte guarigioni prodigiosi vengono attribuite alla sua intercessione; la sua causa di beatificazione è stata introdotta nel 1949.

Tra le sue opere, 32 pubblicazioni scientifiche.

BIBL.: E. Marini, Vita del servo di Dio prof. G.M., Napoli 1930; C. Testore, Il professore G.M., Napoli 1937; A. De Marsico, G.M., Napoli 1939.

Moscica. - Edificio per il culto musulmano, che nel suo tipo primitivo deriverebbe, secondo alcuni, dalla casa di abitazione araba. La più antica m. fu quella fondata a Medina dallo stesso Maometto, poi completamente ricostruita nel sec. XIII.

Al sec. VII risale la m. di 'Amr al Cairo, che mostra, nonostante i rifacimenti, qual era la disposizione originaria di tali costruzioni: un cortile rettangolare (sahn), circondato da portici aperti, ha nel centro un bacino per le abluzioni di rito; nella parte più profonda del portico è la sala di preghiera, entro la quale il mihrab, specie di nicchie preziosamente adorna, indica la qiblah, cioè l'orientazione verso la Mecca. Questo tipo più semplice si venne in seguito complicando quando l'islamismo, nel suo diffondersi, utilizzò materiali provenienti da altre costruzioni, o adattò a m. basiliche cristiane (specialmente a Costantinopoli e in Siria) mutandone l'orientamento e sistemandovi sui dinanzi un cortile, o ne imitò le forme. Esempio di m. derivata dalle basiliche occidentali è quella di Cordova (poi passata al culto cristiano dopo la cacciata degli Arabi dalla Spagna), la cui costruzione, iniziata sul finire del sec. VIII, proseguì con aggiunte e ampliamenti fino alla fine del sec. X. È un edificio a pianta rettangolare, a più navate, di cui la centrale più larga; in esso la magiura (parte riservata al sovrano), separata da una chiusura e con la parte centrale coperta a cupola, e il mihrab, corrispondono al transetto con l'iconostasi e all'abbide delle chiese cristiane. Altre volte invece vennero imitati le chiese a pianta centrale, come nella m. di 'Omar a Gerusalemme (sec. VII-VIII).

I caratteri architettonici e decorativi delle m. variano nelle varie località, a seconda delle influenze locali. Nell'interno della m. la suppellettile di culto è costituita dal minibar (pulpito per predicare), dalla dikkah (palchetto per i lettori del Corano) e dal leggio per il Corano stesso. Le maggiori m., nelle quali solo si può recitare la preghiera del venerdì, si chiamano gami; ad esse sono di solito annesse una cucina per i poveri e una scuola o collegio. L'accesso alle m. è vietato nel modo più assoluto ai non musulmani.

BIBL.: M. Diculafoy, L'arte in Spagna e Portogallo, Bergamo 1931, p. 27 sgg. (con bibl. prec.); F. Kühnel, s. V. ENOCH. II. XXIII, pp. 922-1940.

Moscò, Giovanni. - Monaco e agiografo, detto anche è exeracta ( = astinente), n. probabilmente a Damasco ca. la metà del sec. VI, m. a Roma nel 1619.

Visse, da monaco, nel monastero di S. Teodosio a Gerusalemme; indi tra gli eremiti della valle del Giordano; poi nella nuova «laura» di S. Saba, presso Betlemme. Ca. il 570 passò in Egitto con il monaco Sofronio (futuro patriarca di Gerusalemme); tornato, rimase dieci anni sul Monte Sinai (583-93), di là passò di nuovo in Egitto, finché nel 614 partì per Roma, dove scrisse la sua opera e morì. Ebbe agio, durante questi molteplici viaggi, di visitare i numerosi monasteri e le colonie ermetiche dell'Egitto e della Palestina ed ascoltare i più celebri asceti. Sofronio ne trasportò il corpo a Gerusalemme nel monastero di S. Teodoro.

L'opera di M., intitolata Λειμών ο Λειμωνάριον ( = prato spirituale) e chiamata spesso Παρθέσιος ο Νέος Παράθεσος ( = giardino, nuovo giardino) formò la lettura ascetica ed edificante più diffusa nel medioevo. M. vi narra, in maniera semplice e in lingua popolare, una serie di episodi concernenti la vita dei monaci, o visti direttamente o sentiti narrare dagli asceti che aveva incontrato; e quantunque vi abbondino le estasi e i miracoli e manchi un esatto criterio di cernita, tuttavia l'opera rimane assai importante per le notizie sul culto e le cerimonie liturgiche nei monasteri e sulle varie eresie, minaccianti allora l'unità della Chiesa. M. scrisse anche, in cooperazione con Sofronio, una vita di s. Giovanni l'Elemosiniere, di cui rimane un tratto nel primo capitolo della Vita s. Johannis Eleemosynarii di Leonzio di Napoli, sotto il nome di Simeone Metafraste.

BIBL.: una Vita anonima, ma contemporanea, formò il prologo del Prato spirituale (conservata nella vers. latina in PL 74, 119-22). Opere: del Prato spirituale, testo greco in PG 87, III.