**MUSOLINO DA PANICALE - Affreschi nel battistero di Castiglione Olona.**
nobile *Pietà* nella collegiata sempre ad Empoli (databile tra la fine del 1424 e il principio del 1425), per influsso del genio di Masaccio, di cui forse M. era stato occasionale maestro in Firenze e che, comunque, allora egli aveva compagno nella decorazione pittorica della cappella Brancacci. Forse nello stesso 1423 o all'inizio del 1424 da solo, egli decorò le vele della volta della cappella Brancacci con i quattro *Evangelisti* (perduti nel 1746 nel rifacimento di essa nella quale V. Meucci dipinse il *Beato Simone Stock* che riceve lo scapolare della Madonna), ai quali forse Francesco d'Antonio s'ispirò nelle ante d'organo di Orsanmichele (1429), oggi nella Galleria dell'Accademia fiorentina. Nei due lunettoni delle pareti di lato M. condusse la *Voca-zione di Andrea e di Pietro*, di cui una copia settecentesca si trovava nella collezione Giovannielli di Venezia, e il *Naufragio degli Apostoli*, derivato dalla *Navicella* di Giotto in S. Pietro in Vaticano a Roma, bensì con varianti probabilmente rimaste in un affresco del Mezzastri e di un suo collaboratore in S. Maria in Campis a Foligno (dopo il 1452). Nella lunetta di fondo, a lato del finestrone (trasformato in finestra nel 1746), M. dipinse *Pietro che rinnega Gesù*; ma accanto a lui compariva Masaccio nella storia con il *Santo che resuscita i morti*, a dimostrare una collaborazione che già si era affermata, con una parte secondaria per M., nella tavola di Masaccio agli Uffizi, con *S. Anna, la Madonna, il Bambino e cinque angeli*. In quei primi affreschi (distrutti nel sec. XVIII ed allora sostituiti dagli ornati architettonici dipinti da C. Sacconi), è da presumere che una accentuata spazialità e la concretezza della illuminazione alludessero già all'influsso di Masaccio. Però il distacco fra le due personalità è visibile negli affreschi superstiti della Cappella. I *Progenitori tentati* di M. dicono il persistere di lui nel gotico tardo: sono figure poco consistenti dalle carni rostrate che restano in una grazia generica, prive di personalità di fronte a quelle tragiche e scattanti della *Cacciata*, così cariche di ethos, dipinte da Masaccio nel pilastro opposto. Anche i personaggi che assistono genu-flessi alla *Predica di S. Pietro*, in un paesaggio montano, a riscontro con il *Batte-simo* dei neofiti di Masaccio, mancano di caratteri individuali, sono di una amabile superficialità rivestita di bei colori, anche se i borghi e i carmelitani in piedi emulano, senza raggiungerla, la costruttività propria al giovane compagno. Nella *Resur-rezione di Tabita* e nel *Miracolo dello storpio*, tipica grande composizione di M., divisa dalle figure di due eleganti giovani che passano in una piazza fiorentina, la distanza dalla «classica» tessitura del *Tributo*, che le sta di fronte, è profonda. Sembra che Masaccio (v.) possa essere intervenuto nei particolari, cioè nello storpio, nei casamenti e in tre figurine del fondo, mentre le altre più deboli, di un esteriore descrittivismo, spettano a M., così sgraziato d'altronde nelle sproporzionate architetture che chiudono dai due lati lo scenario. Il superficiale ma amabile e recettivo pittore di Valdelsa dovette trovarsi a suo agio nel profano clima gotico internazionale in Ungheria. Prima di partire dovette dipingere, per l'altare dei Carnesecchi in S. Maria Maggiore, un trittico di cui vennero ritrovati tre pezzi cospicui (una *Madonna* con un robusto Bambino, già a Novoli, poi trafugata; un *S. Gi-liano* cavaliere, già nella pieve a Settimo, ora agli Uffizi; una *storia* dello stesso Santo nel Museo di Montauban). Nulla si sa della attività di M. in terra ungherese; però dopo il suo ritorno (ca. nel 1427) lo si trova in Roma, quando vi venne pure Masaccio, ad affrescare per il card. Branda da Castiglione, diplomatico e umanista conosciuto da M. in Ungheria, la cappella di S. Caterina in S. Clemente. Quando fu dato principio all'opera, per la quale forse si sarebbe ripetuta una collaborazione, M. era forse ancora vivo e gli echi dei suoi modi figurativi attraverso suoi disegni affiorano nei restaurati *Evangelisti* e nei *Dottori della Chiesa* che, abbinati, decorano le quattro
a due che fiancheggiavano uno di essi; come restano gli altri due scomparti, da poco ritrovati e acquisiti alla Galleria nazionale di Londra. M., eseguita l'Annunciazione oggi Goldmann a Nuova York, il cui impianto prospettico sviluppa quello dell'affresco nella chiesa di S. Clemente, e l'Arcangelo annunciante e l'Annunciata nella Galleria nazionale di Washington (collezione Kress), lasciò a Todi (1432) una purissima Madonna ed un latteo Bambino fra due soavi angeli in preghiera, nella chiesa francescana di S. Fortunato; quindi rivalò l'Appennino per dipingere, al servizio del card. Branda, nel borgo nativo di lui, elevato sulla stretta ma amena valle dell'Olona (Varese). M. decorò prima le sei lunghe vele della volta (da altri erroneamente supposte del 1423 ca.), poi l'intero battistero (la data 1435 è ridipinta ma giusta). Nelle prime (rappresentano, senza seguire l'ordine della leggenda, l'Annunciazione, lo Sposalizio, la Natività del Bambino, l'Adorazione dei Magi, l'Assunzione, l'Incoronazione; nelle pareti poi Paolo Schiavo, in parte allievo di M., e il Vecchietta esposto le Storie di s. Stefano e di s. Lorenzo), per adattarsi alla forma delle vele, e forse anche per trovarsi in ambiente tardo gotico. M. tornò ad eleganti arcaismi formali, bensì ricchi di reminiscenze romane e di riscontri di stile con i dipinti del battistero; pertanto di modellazione ferma e di maturata esperienza che si trovavano anche nella stilizzatissima e raffinata Madonna dell'umiltà, già Contini Bonacossi, migrata in Germania. Nel battistero, la cui facciata conserva i resti di una eterea Annunciazione, M. affrescò gli Evangelisti nelle vele di una volta e Profeti e Dottori della Chiesa dipinse nell'intradosso dell'arco che divide il vano bipartito. Il resto, perfino gli strombì delle finestre, il loquace pittore ricoprì con Storie del Battista. E, nel narrare con un linguaggio piano, pacato e un po' timido, espresse finalmente se stesso, rievocando, da artista recettivo, il passato, rappresentando la Città eterna in una fedele attenta veduta, mostrando nei suoi poetici sfondi (Battesimo di Cristo; Festino di Erode e Presentazione della testa di Giovanni a Erodiae) sensibilità allo spazio in una commistione di gotico e di rinascimento, ma restando nella esaltazione del colore e nelle gracili figure idealizzate e di scarsa consistenza plastica, sempre legato alla tradizione. Così nelle tre tappe essenziali della sua arte, Firenze, Roma, Castiglione Olona, nel notare gli aspetti esteriori della vita con un suo lieto oscillante linguaggio, potenziato prima dalla vicinanza di Masaccio, attraverso nuovi influssi e risonanze, anziché procedere verso l'ordine nuovo. M. si raccoglie entro i gorghi affascinati del gotico internazionale. Appartenendo al gran ceppo fiorentino egli poté sembrare in Lombardia artista costruttivo e persino plastico; a Venezia fu inteso nella sua più poetica qualità: nel colore chiaro, tenero e luminoso che avviene Antonio Vivarini; a Firenze fu solo un limitato episodio di cui in parte profittarono due minori, in sostanza, ritardatari: Francesco d'Antonio e Paolo Schiavo. - Vedi tav. XXIII.