NEWTON, ISAAC. - Scienziato, n. a Woolsthorpe, contea di Lincoln, Inghilterra, il 25 dic. 1642 (gen. 1643 secondo il calendario gregoriano). Mostrò, giovanissimo, particolari attitudini allo studio dei fenomeni naturali, come pure alla costruzione di ingegnosi meccanismi e di quadranti solari, perciò la madre consentì che egli si dedicasse alle scienze e si preparasse per l'ammissione al celebre Trinity College di Cambridge. Vi entrò per concorso nel giugno 1661, ed il noto J. Barron, professore di matematica, per otto anni lo confortò nei suoi studi e nel 1669 ottenne per lui la nomina a «Lucasian Professor of Mathematics », cedendogli il posto. N., che già aveva prima di allora pubblicato parecchi notevoli studi, fra i quali il famoso teorema per lo sviluppo del binomio per un esponente qualunque, poté dedicarsi senza altre preoccupazioni ai suoi studi preferiti.
Il ventennio fra il 1667, l'anno in cui ottenne il grado di «Fellow» al Trinity College, e il 1687, in cui pubblicò: *Philosophiae naturalis principia mathematica* fu senza dubbio il periodo del più intenso e fecondo lavoro di N. Alternò studi teorici e esperienze di ottica che espose nelle sue lezioni con i fondamentali studi sulla meccanica generale e sulla gravitazione dei corpi e attese insieme a studi di matematica e geometria; ma della loro distribuzione lungo quel periodo poco si sa. Coloro che allora
convissero con N. lo ricordano costantemente assorto nelle sue meditazioni, sovente dimentico del cibo e del sonno, alieno da ogni passatempo ma sempre costante in pratiche di religione e di carità. È però noto che nei primi anni di quel periodo N. inventò il suo telescopio a riflessione che ancor oggi si costruisce in enormi esemplari e ciò gli valse nel genn. del 1672 la nomina a socio della Royal Society di Londra, quantunque non gli mancassero le consuete critiche degli invidiosi. Di eccezionale importanza fra le altre, sono due scoperte: la sistemazione dei fondamenti della meccanica e la scoperta della legge di gravitazione universale esposte ampiamente nei Principia. Quelle scoperte per la loro concomitanza posero senz'altro N. fra i massimi geni. Quantunque sovente si accenni a una dinamica newtoniana, non si deve dimenticare che il concetto generale di essa è dovuto all'applicazione del criterio sperimentale di Galileo. La prima delle sue leggi, quella dell'inerzia, è dovuta senz'altro a Leonardo da Vinci e a Galileo; la seconda, quella dell'azione delle forze sui corpi materiali, è basilamentare dovuta a Galileo che largamente la applicò e ne riconobbe la grande portata; da N. essa fu solo formulata assiomaticamente in modo da farla servire agli ulteriori sviluppi sistematici. Poiché però l'applicazione delle forze (le azioni) su un dato corpo implica necessariamente l'intervento di un altro corpo, per la completa considerazione del fenomeno dinamico occorreva considerare anche gli effetti che esso subiva: di qui la terza legge assiomatica, ordinariamente detta dell'azione e della reazione, interamente dovuta a N. In base a queste tre leggi e a poche definizioni di concetti fondamentali egli riuscì a costituire sistematicamente la dinamica che ancor oggi soddisfa alla maggior parte delle esigenze della fisica.
La scoperta della gravitazione universale (v. GRAVITAZIONE), o meglio della sua legge, dato che della nozione generica si aveva già sentore, costò a N. alternative di speranze e delusioni. Le prime e forse ancora alquanto vaghe indagini risalgono al 1665, ed una leggenda le vuole provocate dalla fortuita caduta di una mela dall'albero, e dal pensiero che la forza che agiva sulla mela e la costringeva a cadere con moto uniformemente accelerata verso la terra dovesse esser di natura identica a quella che tratteneva la luna sulla sua orbita intorno alla terra. Furono riprese quattordici anni più tardi e poi di nuovo abbandonate perché, introducendo nei calcoli il valore assegnato al diametro della terra in base alle misure di Snellius, si riscontravano alcune divergenze numeriche alla definitiva ripresa degli stessi calcoli. Finalmente nel 1683, utilizzando per il diametro della terra le più precise misure dell'arco di meridiano eseguite da Picard, il N. raggiunse il risultato sperato, cioè la notissima legge univoca, che espresse nel terzo libro dei Principia. Nell'anno seguente il celebre astronomo Halley, visitando a Cambridge, fu informato della situazione e ne riferì alla Società reale di Londra la quale senz'altro lo incaricò di ottenere la comunicazione dell'opera insigne, che le fu presentata il 28 apr. 1685. L'autorevole sodalizio ne prese sotto il suo patronato la pubblicazione che avvenne nel 1687. In seguito, per oltre un secolo, i trionfi della meccanica celeste indussero la fisica a considerare solo ideale quello di sviluppare le sue teorie nel senso delle ipotetiche azioni a distanza di tipo newtoniano, non esclude nuove teorie elettriche, magnetiche ed elettromagnetiche della prima metà del sec. XIX, dimenticando che lo stesso N. aveva apertamente manifestato la sua repugnanza ad attribuire a quelle azioni qualsiasi carattere di realtà. Solo la reazione di Faraday-Maxwell modificò poi quella tendenza.
Negli anni immediatamente seguenti N., alquanto esaurito dall'immane lavoro, si occupò prevalentemente del perfezionamento e della pubblicazione dei suoi studi precedenti, quasi tutti già esposti nelle sue lezioni. Dal 1695, nominato ispettore e poi direttore della Zecca, rimase coinvolto nelle incresciose polemiche circa i suoi contributi alla creazione del calcolo infinitesimale in confronto con il Leibniz. Circondato da considerazione quale non ebbe alcun altro scienziato, in eminente situazione finanziaria, N. dedicò i suoi ultimi anni a studi biblici, frutto dei quali furono un commentario sull'Apocalisse e un'opera sul profeta Daniele. M. il 31 marzo 1727 e fu, con onori massimi, tumulato nell'abbazia di Westminster.