OBITUARIO. - Registro per uso paraliturgico, assai diffuso nel medioevo e perpetuato in fondo agli oggetti, contenente la data di morte, il nome e la dignità dei defunti di cui presso le comunità religiose (capitoli, monasteri, collegiate, parrocchie) si fa la commemorazione nel giorno anniversario. A tal fine la data si limitava il più delle volte a indicare il nome e il giorno del trapasso, prescindendo dall'anno; in tempi più recenti ai dati schematici suddetti si sono aggiunte notizie sulla vita e i meriti del trapassato.
Ognuno ha unanzi una.
b, c, d, e, f, g, h, i, k, l, m, n, o, p, q, r, s, t, u, v, w, x, y, z.
Hanno un'eccezionale quantità di lettere.
OBLATI E OBLATE
Rev. egyptologique, 6 [1891], pp. 30-35, 150-53; 7 [1892], pp. 199-200, 146-49, articolo punteggiato da H. Leclercq, Oblats, in DACL, XII, 11, 1867-71).
b) In Occidente. È questione della presenza di bambini nei monasteri e della loro carta di oblazione, che ratificheranno quando ne avranno l'età, sia negli Statuta Sanctorum Virginum di s. Cesario d'Arles (§§ 6-7: ed. G. Morin, S. Caesarii opera omnia, II, Maredsous 1942, pp. 103-104) sia nella Regula ad monachos di s. Aureliano d'Arles (§§ 17, 22: PL 68, 390, 392). Anche la Regula Magistri (cap. 91: PL 88, 2042-45) tratta di giovani nobili che desiderano entrare nel monastero e che devono essere come offerti dai genitori e da loro diseredati. Però le norme che regolarono l'oblazione dei «pueri» per tutto il medioevo furono dettate da s. Benedetto (Regula, cap. 59): il donatore deve presentare la «petitio» e offrire il bambino all'altare; se l'oblatore è nobile o possidente deve diseredare l'o., se povero l'offerta va fatta innanzi a testimoni. Il rito dell'oblazione venne in seguito così stabilito: dopo il Vangelo della Messa dell'abate, il bambino era accompagnato all'altare tenendo in mano l'ostia, l'ampolla del vino e la «petitio», il tutto involto dal corporale o dalla tovaglia (cf. il commento alla Regola attribuito a Paolo Diacono, cap. 59: Biblioth. Casinensis, IV, Montecassino 1880, Florilegium, pp. 151-52; B. Albers, Consuetudines monasticae, II, Stoccarda 1900, p. 157; III, Montecassino 1907, pp. 180, 185). L'oblazione fu stimata irrevocabile sia nell'ambiente benedettino (Riepenhoff, cit. in bibl., nega che fosse tale per s. Benedetto) come fuori (cf., ad es., per le bambine il can. 19 [irrevocabile dopo un anno o tre anni a seconda dei casi] del Concilio di Orléans del 549 e il can. 12 [più severo del precedente] del Concilio di Mâcon del 583: Mansi, IX, 133, 934), e per buona parte del medioevo (fino al sec. XIII) si ripeterà al riguardo la norma dettata nel can. 49 del IV Concilio di Toledo del 633 che: «monachum aut paterna devotio aut propria professio facit: quidquid horum fuerit, alligatum tenebit. Proinde his ad mundum reverti intercludimus aditum et omnem ad saeculum interdicimus regressum» (Mansi, X, 631; cf. Decretum Gratiani: causa XX, q. 1). Però sin dal sec. VII si notano qua e là tentativi di temperare questa severa disciplina, come si rileva, ad es., dal can. 6 del Concilio X di Toledo del 656 (Mansi, XI, 36-37), dal Capitolare di Aquisgrana dell'817, redatto sotto l'influsso di s. Benedetto di Aniane (§ 36: ed. A. Boreti, in MGH, Capitularia, I [1883], p. 346), dal Concilio di Magonza dell'820 che discusse e risolse in senso affermativo il caso della professione forzata del giovane monaco Gottescalco (ed. A. Werninghoff, in MGH, Concilia aevi Karolini, II [1906-1908], p. 205), contro cui protestò con vivacità l'abate Rabano Mauro, colpito dalla decisione conciliare, con il suo opuscolo Contra eos qui repugnant institutis beati Patris Benedicti (PL 107, 419-40). Solo sul finire del sec. XI alcune decisioni pontificie, accolte poi nelle Decretali di Gregorio IX (1234), mitigarono la durezza legislativa precedente e garantirono la libertà personale del giovane o, portando l'età della professione a 12 e a 14 anni compiuti a seconda se donne o uomini (X, III, 31 de regul.).; tale norma cooperò praticamente ad accelerare la scomparsa dell'oblazione, già del resto ripudiata da alcune riforme monastiche dei secc. XI-XII, come da Cluny (in un secondo tempo), Hirsau, la Grande Chartreuse ecc. Spesse volte gli o., che normalmente costituivano la parte intellettuale del monastero, formavano in esso un gruppo in contrapposizione a quello dei «conversi», entrati adulti nel monastero e per lo più «illitterati». Quel poco che si sa della vita che i giovani o. conducevano nei monasteri nell'alto medioevo è contenuto nel Commento alla Regola benedettina attribuito a Paolo Diacono (cf., ad es., il commento al cap. 37: ed. cit., p. 124).
L'istituto dell'oblazione fu in vigore anche presso i Canonici Regolari e presso i Mendicanti, Domenicani e Francescani. Con il decreto del Concilio di Trento, che dichiarò nulla la professione fatta prima dei 16 anni, le ultime vestigia dell'oblazione dei bambini scomparvero (cf. sess. XXV, de regularibus, cap. 15).
2. L'oblazione degli adulti
Sin dal sec. VII e perOblati e Oblate - Il piccolo Mauro offerto a s. Benedetto dai genitori e ammesstato dal Santo. Miniatura del cod. Vat. lat. 1202, f. $114^{2}$ (II metà sec. xI), contenente la Vita s. Benedicti, s. Mauri et s. Scholasticae, sotto forma di lezionario.
tutto il medioevo si hanno esempi di pic donne (« Deo dedicata, Deo sacrata, Deo devotae») che si offrivano non solo a monasteri femminili ma anche maschili. A S. Gallo, p. es., nel sec. x, le o. tessevano, lavoravano alla rilegatura dei codici, confezionavano ostie per l'abbaia (cf. G. de Valous, cit. in bibl., I, 46). La loro abitazione era posta fuori della cinta monastica e gli abati Ulrico e Pietro il Venerabile di Cluny (m. nel 1156) insistono molto perché tale norma precauzionale fosse strettamente osservata (cf. PL 149, 637 [lettera di Ulrico]; ibid., 189, 1038 [Statuta Congreg. Cluniac., 47]).
Maggior importanza assunse l'oblazione degli uomini i quali donavano se stessi, il loro lavoro e le loro sostanze a un monastero, sia entrando via vivendo nel mondo, ritenendo talvolta l'usufrutto dei beni offerti. Di tale oblazione si hanno esempi sporadici sin dal sec. VIII; si trattava allora di «hospites» che chiedevano di poter lavorare alla loro «conversio morum» nel monastero, senza assumersi gli obblighi monastici. L'oblazione degli adulti, che rivestì le forme più svariate nell'attuazione della donazione, ebbe però la sua prima forte affermazione nel sec. XI, epoca in cui presso i monaci si accentuava la tendenza di abbandonare il lavoro manuale per dedicare maggior tempo alla preghiera liturgica ed alla cultura intellettuale. Essa cominciò a fiorire a Cluny, a Camaldoli, a Vallombrosa, poi prese, sul finire del secolo e agli inizi del sec. XII, più ampio sviluppo a Hirsau, per opera dell'abate Guglielmo, a Citeaux, alla Grande Chartreuse e a Prémontré; ma in ognuno di questi centri ebbe regolamentazione e fisionomia propria. Oltre l'oblazione individuale si davano anche casi di oblazioni di intere famiglie i cui membri diventavano servi del monastero. In quanto al rito della oblazione esso era simile a quello in uso per l'oblazione dei fanciulli: l'oblazione avveniva nelle mani dell'abate e si badava molto ad avvolgere la mano dell'o. che reggeva la carta dell'oblazione, firmata dall'interessato e da testimoni, con la tovaglia dell'altare. Con questi o. adulti, chiamati nei documenti con i nomi più vari («donati, devoti, commissi, offerti, monaci laici, conversi» ecc.) e reclutati, in un primo tempo, fra i «famuli», gli «hospites», i «nutriti» e i «monaci ad succurrendum», le congregazioni monastiche dei secc. XI e XII poterono liberarsi in buona parte dei «famuli» mercenari che l'abate di Cluny, Pietro il Venerabile, chiamava a buon diritto «quorum domini monastico» rum premisi destructores» (Statuta Congr. Cluniacensis, 48: PL 189, 1038).
A Camaldoli, a Vallombrosa, alla Grande Chartreuse, a Citeaux la posizione canonica degli o., che entravano a far parte del monastero, detti poi comunemente «conversi», si andò vieppiù precisando: «essi divennero veri religiosi (cf. il can. 7 del Concilio Lateranense II, del 1139, dove si parla di «conversi professi»; Mansi, XXI, 527) pur rimanendo separati dai monaci ai quali prestavano i loro umili servigi. A Cluny tale «evoluzione appare completa negli Statuta già ricordati di Pietro il Venerabile. Con la fine del secc. XII sono di preferenza chiamati o., «donati», «recepti» ecc. (la nomenclatura varia a seconda degli Ordini) quelli che, pur offrendo se stessi e le loro sostanze a un monastero e promettendo obbedienza all'abate, conservavano una certa libertà di azione (cf. il concetto di o. nel can. 57 del Concilio Lateranense del 1215: Mansi, XXII, 1046; e quello di «donati» di Umberto di Romanis: Creytens, art. cit. in bibl., p. 12). A questi o. si possono riallacciare gli odierni o. «regolari» sacerdoti o laici, accolti in alcuni monasteri dopo una semplice promessa di vivere secondo la regola. Per gli attuali o. «secolari» benedettini, che però nulla hanno di comune con gli o. antichi: V. Benedettini, V. Oblati.
Oltre che negli ordini monastici, si trovano o. adulti, appartenenti alle due grandi categorie sopra ricordate, negli ospedali, negli ospizi caritativi, nei Capitoli, nelle chiese parrocchiali, negli Ordini Mendicanti; e come i monasteri maschili avevano le loro o., così i femminili possedevano i loro o.
