OROSCOPO (ὈΣΚΟΠΌΣ)

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OROSCOPO (ὀσκοπός). – Il termine o. designa in astrologia il momento preciso (ὄσχι) in cui si osserva (ὄσχιεν) la posizione degli astri, che spuntano all’orizzonte nell’istante della nascita di un individuo. La determinazione esatta di tale momento è necessaria per stabilire il futuro dell’individuo; e anche per interrogare nel corso della sua vita gli astri, sempre però subordinatamente alla posizione che questi ebbero al momento della sua nascita.

Come si vede, l’o. è saldamente collegato con l’astrologia divinatoria, la quale poggia sui seguenti principi: a) gli astri hanno azione preponderante nell’equilibrio dell’universo, il quale è influenzato dalle qualità caratteristiche ognuno di essi; b) tale influsso è determinato dalla posizione, a un dato momento, degli astri nel cielo e può essere positivo o negativo, cioè favorevole o avverso. Ognuno dei 7 pianeti (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno) ha una sua casa (ὁλκος, mansio) in uno dei 12 segni dello zodiaco dov’esso attinge la sua più grande energia (Firmico) e dalla quale esercita il proprio influsso. Inoltre, una volta identificati questi pianeti con determinate età della vita (ad es., Luna = prima infanzia, Mercurio = giovinezza, ecc., fino a Saturno = decrepitezza [Tolomeo, IV, 9]) e attribuite ai segni zodiacali certe caratteristiche buone o cattive, si ritiene che esistesse un’analogia e un legame fortissimo tra il fanciullo che nasce e l’astro che in quel momento si alza nel cielo; all’orizzonte, perciò, dove gli astri possono tutto il vigore della giovinezza, l’astrologia collocò l’o., cioè il punto preciso in cui il momento della nascita è collegato con il destino.

L’o., come l’astrologia, è originario della Babilonia, donde si propagò; esso fu molto in uso fra i regnanti microasiatici, taluni dei quali scolpirono il loro tema di ge

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(da H. Haas, Bilderatlas zur Religions Geschichte, Lipsia 1926, p. 115)

OROSCOPO - O. di Antioco di Commagene.

all'accusa dei pagani, che il cristianesimo era colpa delle calamità dell'Impero, aveva risposto nel I. III che i mali di quei giorni non erano superiori a quelli passati nei tempi precristiani. Questa fu per O. l'idea direttrice delle sue Historiae adversus paganos (a. 418). In esse, lasciando agli altri storiografi la narrazione delle guerre, egli espone i mali che ne derivano: illi bella, nos bellorum miserias evolvamus; e con esse, peste, fame, terremoti, inondazioni, tempeste, eruzioni di vulcani: Moesta mundi, secondo il titolo che la sicura paleografia medioevale dette a quest'opera. Però il cammino dell'umanità non è abbandonato al caso e qui entra il provvidenzialismo di O.: il fluire delle età è un complesso armonico saggiamente governato dalla Provvidenza. Nulla è casuale nel quadro. Perfino i fatti apparentemente più lontani e sconnessi si corrispondono come membri di un unico insieme intenzionalmente preordinato. L'opera, sommario di storia universale, è divisa in quattro periodi e in sette libri; da Adamo all'anno 417. Fonti: la S. Scrittura in primo luogo, poi Tito Livio, i commentari di Cesare (O. li attribuisce a Svetonio), Tacito, Giustino, Floro, Eutropio, la Chronica di Eusebio nella traduzione e rifusione geronimiana, Rufino e s. Agostino. Valore più personale acquista con il 378. Tipico è l'ottimismo di O. nella valutazione storica: le invasioni dei barbari sono avvertimenti della bontà divina. Da buon spagnolo, nell'ultimo capitolo, consacrato alla storia patria, pone la Spagna al centro dei destini del mondo giacché essa per mezzo di Ataulfo e Walia sostenta la stessa saldezza dell'Impero romano. Però, nel medesimo tempo, sente e celebra con entusiasmo l'unità ecumenica creata da Roma e dal Vangelo. «Sono tra i romani, romano, cristiano tra i cristiani, tra gli uomini, uomo... Ubique patria ubique lex et religio mea est» (5, 2). È uno dei primi a chiamare con il termine di Romania il dominio della cultura romano-cristiana. La sua fervorosa eloquenza e l'imitatzione virgiliana alla quale obbedisce assicurarono alle Historiae di O. una brillante sopravvivenza nel medioevo: 200 ma-noscritti ce la trasmettono; Isidoro, Beda, Gregorio di Tours sino a Dante ne profittarono; Alfredo il Grande la tradusse in anglosassone; l'imperatore di Costantinopoli la inviò ad 'Abd ar-Rahmān III di Cordova per la traduzione in arabo: è qualificata da Dante di «altissima prosa» pari a quella di Tito Livio.

BIBL.: opere: Historiae e Liber apologeticus, CSEL, 5, ed. C. Zangemeister, Vienna 1882; Commemoratorium, CSEL, 18, ed. G. Scheps, 1889, pp. 149-57. Studi: F. Wotke, Orosius, in Pauly-Wissowa, XXIII, 1, coll. 1183-95; E. Amann, Orosius, in DThC, XI, 1602-11; J. A. Davids, De O. et sancto Augustino Pri-sciilianistarum adversarii commentatio historica et philologica, L'Aja 1930; R. Garcia de Castro, Paulo O. discípulo de s. Agustin, in Bo-letin de la Universidad de Granada, 3 (1931), pp. 3-38; R. Menéndez Pidal, Historia de España, II, España Romana, Madrid 1935, introd. pp. XXXIII-XXI; B. Altaner, Avitus von Braga, in Zeitschr. f. Kirchengesch., 60 (1941), 458; J. Madox, Epistolario de S. Braulio de Zaragoza (Estudios Oniense, 1ª serie, vol. I), Madrid 1941, pp. 204-206; J. Madox, Escritores de la época visigótica, in G. Díaz Plajas, Historia general de las literaturas hispánicas, Barcelona 1949, pp. 108-112.