OTTONE III, IMPERATORE e re di Germania. - O. III, quando succedette al padre, Ottone II, non

(da G. Ladner, I ritratti dei Papi nell'antichità e nel medioevo, Città del Vaticano 1911, p. 187, fig. 185)
La corona di O. III fu salvata grazie all'abilità della reggente, sua madre, Teofano, donna intelligente e avveduta, che con la sua prudenza seppe riparare ai difetti del marito e compensare l'impopolarità che godeva in Germania. La morte inaspettata di Lotario, l'appoggio dell'episcopato, la fedeltà dinastica, che mise in scacco l'opposizione bavarese, rappresentarono altrettante circostanze favorevoli. Teofano rinuncia saggiamente alle avventure siciliane e dà prova di moderazione negli affari di Roma, lasciando che i Romani si scegliessero da sé il papa Giovanni XV e che i Crescenzi ricuperassero la loro dignità di patrizi. Sa inoltre pacificare i confini slavi sull'Elba e limitare le ambizioni cèche, sostenendo il Duca di Polonia. In realtà il merito della sua politica va attribuito al suo consigliere, l'arcivescovo di Magonza, Willigiso, grazie al quale la medesima linea di condotta poté sopravvivere alla morte di Teofano, sotto la reggenza della suocera, l'imperatrice Adelaide, con la quale Teofano aveva strettamente cooperato in vita. La lotta contro gli Slavi resta all'ordine del giorno fin alla maturità di O. III (966).
Al quale bastano sei anni di governo personale (996-1002) per portare all'apogeo le ambizioni della dinastia
sassone, e anche comprometterle con la loro ampiezza temeraria. Figlio di una greca e di un sassone eccezionalmente colto, O. III non esita a lungo tra i sogni mediterranei ed orientali di suo padre e la politica antislava di sua madre. Nutrito di cultura classica, formato sotto il benefico influsso di persone sante, come Gerberto, s. Adalberto, s. Nilo, O. è un mistico, sognante un impero universale, dove farebbe progredire il Regno di Cristo. Roma esercita su di lui un'attrattiva irresistibile. Sedotto da essa, la vuole dominare; ma l'atavismo germanico riprende i suoi diritti e la brutalità di Ottone I riappare nel suo metodo con fasi alternanti di ascetismo e di mansuetudine. Pochi caratteri sono così complessi come quello di O. III. Egli impone ai Romani un papa tedesco, Gregorio V, da cui riceve la corona imperiale il 21 maggio 996. Infrange con il massimo rigore una rivolta fomentata dai Crescenzi e poco manca che la sua politica confusionaria nell'Italia del sud non gli procuri altrettante disdette che a suo padre, che mirava più alto e aveva una visione più ampia.
L'Imperatore trova in Gerberto di Aurillac, che elegge papa, con il nome di Silvestro II, senza avvisare i Romani, un collega adatto alla sua misura. Di comune accordo, Papa e Imperatore, i due soli del mondo, lavorano alla instaurazione dell'Impero cristiano. L'Ungheria, battezzata e unita direttamente a Roma, diventa la «Corona apostolica». L'autonomia delle Chiese polacca e ceca attesta al carattere universale, sempre più romano e sempre meno tedesco, dell'ideale di O. III, il quale si dà il titolo di: «romano, sassone, italiano, servo degli Apostoli, per grazia di Dio, imperatore augusto del mondo». Intende aderire a tutte le tradizioni; procede solennemente all'esumazione del corpo di Carlomagno, ad Aquisgrana, il 19 maggio dell'anno 1000, giorno di Pentecoste; prende su di sé, si dice, la croce d'oro del grande Imperatore, e si sparge la leggenda di un misterioso messaggio di Carlo al suo imitatore. O. III voleva sposare anch'egli una principessa greca e così concentrare in sé i diritti dell'Impero d'Oriente e dell'Occidente. Sogna soprattutto la grandezza di Roma, dove risiede abitualmente dal 999; rinnova alla corte il cerimoniale antico e bizantino. Servo degli Apostoli, si considera come il luogotenente di s. Pietro.
Ma dalla fine del regno già si manifestano i preludi di un'inevitabile competizione tra i due capi del mondo cristiano. Roma stessa, ingrata, ostile soprattutto alla influenza tedesca, si solleva e costringe l'Imperatore a ritirarsi al Monte Gargano, donde non uscì che per morire (24 genn. 1002). Gli insulti, con cui i Lombardi salutarono la sua spoglia, erano i rintocchi funebri del sogno di dominazione universale, ad attuare il quale O. non lasciava eredi.