PALLAVICINI (PALLAVICINO), FAMIGLIA. - Le prime notizie sicure si riferiscono ad Oberto, seguace di Enrico V, che nel 1143 divise tra i figli i possessi estesi dal Po alla Liguria: da questa divisione derivano anche i due rami dei P. di Genova e quelli di Lombardia.
Quest'ultimo ebbe maggiore fortuna come legato al partito ghibellino nell'Italia superiore: Oberto II fu vicario imperiale di Federico II, più volte podestà nella città. Aderà a Corrado IV e a Manfredi, entrò in lotta con Ezzelino da Romano e contribuì al crollo di lui nel giugno 1259. Crollò a sua volta egli stesso con la venuta di Carlo d'Angiò che lo cacciò da Milano dov'era capitano generale (n. 18 maggio 1269). Non crollò invece lo «Stato Pallavicino», feudo imperiale compreso nei territori di Parma, Piacenza, Cremona, con il nucleo maggiore a Busseto e che cadde solo con il frazionamento nei diversi rami e con il sovraccarico del potere visconteo-sforzesco, quando lo Stato divenne feudo camerale nello Stato milanese.
I P. di Genova fecero la loro fortuna sia al servizio della Chiesa sia a quello della loro Repubblica; in particolare, nei secoli XIV e XVII e ebbero vari incarichi diplomatici in Spagna, Francia ed Austria, oltre che a Roma e all'Aja, partecipando anche al Congresso per la Pace di Aquisgrana.
Al ramo genovese appartenero: ANTONIOTTO GENTILE, cardinale, n. nel 1441, m. a Roma il 10 sett. 1507, che trascorse gli anni della gioventù in Oriente, si stabilì a Genova dopo la caduta dell'Impero bizantino e si legò d'amicizia con il card. Cibo. Sisto IV lo nominò il 15 giugno 1484, vescovo di Ventimiglia. Il Cibo, eletto pontefice con il nome di Innocenzo VIII, lo nominò suo datario, vescovo di Orense il 27 genn. 1486, poi di Lamego in Portogallo dal 26 marzo 1492 al 1493; ebbe in commenda il vescovato di Tournay (1491-maggio 1494), poi quello di Pamplona il 31 ag. 1492, quando Cesare Borgia lo lasciò per avere quello di Valenza, e lo tenne sino alla morte insieme con altri benefici in Spagna. Intanto Innocenzo VIII l'aveva creato cardinale il 9 marzo 1489. Alessandro VI lo incaricò sulla fine del 1494 di trattare con Carlo VIII che scendeva contro Roma; l'11 maggio 1494 lo inviò come legato insieme con Bernardino Quirónes a Napoli presso lo stesso Re; ed il 27 maggio, lasciato dal Papa legato in Roma, condusse quel Re nel pa
lazzo di Scossacavalli che lasciò il 3 giugno. Giulio II, nel 1507, lo inviò legato a Savona, quando tra Luigi XII di Francia e Ferdinando il Cattolico si trattava della lega contro Venezia.
Silvio Furlani
CIPRIANO, arcivescovo di Genova, n. ivi nel 1510, m. ivi nel 1586, dopo avere rinunciato nel 1585. Protonotario e segretario apostolico, partecipò al Concilio di Trento, fu collettore e nunzio a Napoli dal 15 maggio al 23 nov. 1566; ebbe l'arcivescovo dal 14 nov. 1567.
Nell'esecuzione dei decreti del Concilio, ebbe controversie giurisdizionali con il governo della Repubblica e con la Compagnia di Gesù; a dirimerle, Gregorio XIII inviò col quale visitatore apostolico il vescovo di Novara, Francesco Bosio, che eseguì severamente l'incarico, prendeva provvedimenti anche contro il P. II P. fu protettore di artisti e a lui si deve la restaurazione di varie chiese di Genova.
Giovanni Battista, cardinale, nipote di Antonietto, fu scrittore delle Lettere apostoliche, abbreviatore di prima visione nel 1503, assiste al V Concilio Lateranense nel dic. 1516 quale vescovo di Cavallion, sede che tenne dal 22 nov. 1507 sino alla morte. Fu compreso nella grande creazione di cardinali compiuta da Leone X il 1° luglio 1517; m. a Roma il 13 ag. 1524.
LAZZARO, n. a Genova nel 1603; chierico di Camera, fu creato cardinale da Clemente IX il 29 nov. 1606. Fu legato a Bologna; morì a Roma nel 1680.
OBIZZO, n. a Genova il 13 ott. 1632; fu nunzio in Toscana e Colonia; poi in Polonia nel 1680-86, quando fervevano i maneggi per la lega antirurca tanto caldeggiata da Innocenzo XI; il P. vi si adoperò con fervore. Fu creato cardinale il 2 sett. 1686. Vescovo di Spoleto il 28 nov. 1689, poi di Osimo (8 ag. 1691), m. a Roma l'11 febbr. 1700.
LAZARO-OPIZIO, cardinale, n. a Genova il 30 ott. 1719, m. a Roma il 23 febbr. 1785. Fu nunzio in Spagna (1760-67), ma non soddisfece molto, per l'eccessiva devozione a quel sovrano. Fu creato cardinale da Clemente XII il 26 sett. 1766. Clemente XIV lo costituì cardinale segretario di Stato il giorno stesso della sua elezione e la senza tenere poi conto della sua collaborazione. Per infuenza del card. de Bernis conservò l'ufficio anche sotto Pio VI, pur essendo ritenuto uomo di poca capacità. Dalla Spagna aveva portato quell'avversione alla Compagnia di Gesù che accompagnò i suoi atti. Nel Concilio del 1775 fu sostenuto dalla Spagna, ma senza risultato.
RANUZIO, cardinale, n. a Piacenza il 17 ott. 1632. Fu governatore di diverse città dello Stato Pontificio, in quistore a Malta nel 1672, segretario della Congregazione del Concilio, quindi governatore di Roma, fu creato cardinale da Clemente XI il 17 maggio 1706. M. a Roma il 30 giugno 1712.
Colui che più illustrò nel campo ecclesiastico la famiglia P. fu certamente PIETRO P. SFORZA, gesuita, cardinale, del ramo di Parma, n. a Roma il 28 nov. 1607, m. ivi il 5 giugno 1667. Compiuti brillantemente gli studi filosofici, giuridici e teologici nel Collegio Romano e ordinato sacerdote, entrò nella carriera amministrativa della Curia romana, fu referendario delle due Segnature e membro della Congregazione del buon governo e dell'immunità ecclesiastica; ma caduto in disgrazia di Urbano VIII, nel 1632, insieme con il suo amico Giovanni Ciampoli, segretario dei Brevi, dové andare governatore

Pallio - Pio XII con fanone e p. I tre spilloni (acicular o spinulae), ornati di pietre preziose e posti davanti, dietro e sulla spalla sinistra, hanno ora una funzione puramente ortomentale.
a Jesi, poi a Orvieto e Camerino. Superata l'opposizione del padre, il 21 giugno 1637 entrò nella Compagnia di Gesù; e già nel 1639 era professore di filosofia, nel 1643 di teologia (succedendo al suo maestro De Lugo) nel Collegio Romano, dove ebbe a discepolo Paolo Segneri. Come teologo fu incaricato di esaminare la teoria di M. de Barcos, condannata il 24 genn. 1647 (Denz-U, n. 1091) e dall'autunno del 1652 prese parte con L. Wadding e altri 11 consultori alle sedute intorno alle cinque proposizioni di Giansenio. Il P. si schierò per la corrente più mite, la quale giudicava le proposizioni soltanto come erronee e prossime all'eresia (v. PASTORE, XIV, I, p. 204 sgg).
Dopo l'elezione a pontefice del suo amico di gioventù Fabio Chigi (7 apr. 1655) il P. fu creato cardinale in pectore il 9 apr. 1657 e pubblicato il 10 nov. 1659. Quanto strette fossero le sue relazioni personali con Alessandro VII, durante tutto il pontificato, lo dimostra la vivace corrispondenza scambiata con lui (gli originali nel Cod. Chig. C III 63 della Bibl. Vaticana; un parere del P. sui benefici dei nipoti del Papa in Pastor, XIV, II, pp. 518-19). Frutto della dottrina filosofica del P. sono i quattro libri Del Bene (Roma 1644; in latino con il titolo: Philosophia moralis, Colonia 1646); della dottrina teologica le Observationes Theologicae (8 voll., Roma 1649-52) e le Disputationes in Primam Secundae s. Thomae (ivi 1653). Nello stesso tempo il P. compose una tragedia: Ermenegildo (ivi 1644) e un'opera di stilistica: Considerazioni sopra l'arte dello stile e del dialogo (ivi 1646). Contro le accuse dell'ex-gesuita Clemente Scotti difese con molta abilità il suo Ordine nelle Vindiciae Societatis Jesu (ivi 1649). Queste sue molteplici prove come scrittore, e non già lavori di storico, indussero il Generale, sugli inizi del 1652, ad affidargli la confutazione della storia del Concilio Tridentino del servita Paolo Sarpi, uscita nel 1619. Materiale per una simile con-
futazione era già stato raccolto fin dal 1625 dal gesuita Terenzio Alciati, ma questi morì il 12 nov. 1651, senza aver compiuta la stesura. Il P. prese la raccolta dell'Alciati, l'accresce con materiale attinto dai manoscritti delle Biblioteche Barberini, Borghese, Spada, Medici e da altri, messi a sua disposizione, e ottenne da Innocenzo X di dare un'occhiata agli Atti del Concilio, custoditi a Castel S. Angelo. In tre anni di lavoro l'assatura dell'opera era già pronta; il P. attese un anno ancora a limarla a perfezione e finalmente nel 1656 l'Istoria del Concilio di Trento uscì in 2 voll. in-fol. con la dedica al nuovo papa Alessandro VII. L'opera ebbe un successo straordinario; nel 1663-64 si rese necessaria una seconda edizione (3 voll., in 4°) e nel 1666 ne usciva un compendio in latino, sotto il nome del suo segretario, p. Giampietro Cataloni, nella quale sono tralasciate le parti polemiche e quindi la lettura ne diventa più facile. Una versione dell'opera completa in latino compare ad Anversa (1670) sotto il nome del p. G. B. Giattino; versioni in francese, spagnolo e tedesco comparvero, la prima volta, nel sec. XIX. L'edizione migliore del testo italiano è quella curata da F. A. Zaccaria (6 voll., Faenza 1792-99). Lo stesso P., in una lettera al marchese Durazzo del 2 giugno 1657, ha definito la sua opera come una «Istoria mista di apologia; anzi più veramente un'apologia mescolata d'istoria». Egli volle, infatti, difendere il papato dalla calunnia lanciata dal Sarpi, di essersi servito del Concilio di Trento solo per restaurare il suo potere e ampliarlo. Quali mezzi di dimostrazione il P. si serve semplicemente dei fatti storici attinti alle fonti; egli si sente come un avvocato, che deve esporre una difesa, ma si trattiene da ogni svisamento volontario, e parla anche così apertamente di fatti spiacevoli, che fu mosso rimprovero alla sua franchezza. Le assai numerose e migliori fonti, di cui si serve, gli resero possibile dimostrare molti errori del Sarpi: ciò nonostante non gli riuscì di liberare il campo dall'opera di lui, perché gallicani e protestanti e, più tardi, anche i liberali, ne avevano fatte proprie le concezioni fondamentali. Lo stile artisticamente rifinito e sentenzioso del P. non raggiunse la tagliente concisione del Sarpi.
Il P. scrisse anche dal 1656 al 1659 una vita di Alessandro VII, lasciata però incompiuta e rimasta a lungo inedita; se ne fece l'edizione completa in 2 voll. a Prato nel 1839, ristampata a Milano nel 1843 e più correttamente, ma solo parzialmente, da O. Gigli (Roma 1849 [cf. Pastor, XIV, 11, pp. 523-27]).
Nel P. i talenti molteplici erano uniti ad una grande diligenza, ma anche ad una profonda umiltà e a sincero studio della perfezione. Ancora due anni prima della sua morte pubblicò un'opera ascetica: Arte della perfezione cristiana (Roma 1665). Ma quella che propriamente si può dire l'opera della sua vita e che gli ha assicurata per secoli la fama rimane l'Istoria del Concilio di Trento, che egli stesso dichiarò: «un vivo ritratto mio». Morì nel noviziato di S. Andrea al Quirinale, dove lo ricorda una lapide sul pavimento.