PAOLO V, PAPA

PAOLO V, PAPA. - N. a Roma il 17 sett. 1552, m. ivi il 28 genn. 1621. Camillo Borghese, di fa-

miglia oriunda di Siena, laureato in giurisprudenza, ebbe importanti uffici nella Curia, fu cardinale nel 1596, vicario di Roma nel 1603, eletto pontefice per un accordo tra le fazioni il 16 maggio 1605. Insigne per pietà, onestà, mittezza, larghezza di carità, amore per la giustizia, attività infaticabile, non fu immune dal «piccolo nepotismo»; al nipote Scipione Caffarelli Borghese diede il cognome, la porpora (1605), uffici e benefici in gran numero, e lo tenne per segretario di Stato, pur riservando a sé la trattazione degli affari importanti; agli altri congiunti diede cariche e ricchezze. Assai curante degli interessi dello Stato, confermò (30 dic. 1605) il divieto di smembramento del dominio papale; estese i poteri di una Commissione per il buon governo; assicurò la tranquillità pubblica; riformò la magistratura (1º marzo 1612), migliorando l'amministrazione della giustizia e provvedendo in particolare ai poveri e ai carcerati; curò l'approvvigionamento, la viabilità, l'igiene, l'edilizia di Roma; promosse l'agricoltura e il commercio, per il quale costruì un porto a Fano. Non seppe, o non volle impedire la progressiva eliminazione dei laici dalla burocrazia; né affrontò una radicale riforma dell'amministrazione finanziaria, ricorrendo invece troppo largamente al prestito.

Pose ogni studio per conservare in Europa e soprattutto in Italia la pace. Si tenne quindi neutrale tra Francia e Spagna, cercando di ravvicinarle, anche per mezzo di vincoli matrimoniali; avversò i disegni di espansione di Enrico IV di Francia e di Carlo Emanuele di Savoia; propugnò la pace tra Venezia e l'Austria nella guerra degli Uscocchi; non si lasciò trascinare a favore di nessuna delle due parti nella guerra di Valtellina, che pure aveva un pretesto religioso.

Evitò di pronunciarsi su questioni teologiche, come quelle relative alla dottrina molinista della Grazia e all'Immacolata Concezione di Maria, e impose ai disputanti silenzio e rispetto dell'opinione avversa. Fu sotto di lui condannato nel 1616 il sistema copernicano (v. GALILEI), e, nel 1622, portò all'Indice il De coelo del Cremonini.

Di quelli che riteneva diritti inalienabili della fede cattolica e della Chiesa, P. protestava di voler essere difensore «fino alla effusione del sangue». Rimase memorabile il conflitto con Venezia, cagionato da due leggi restrittive della proprietà ecclesiastica, promulgate dalla Repubblica prima che P. salisse al pontificato, e dalla violazione del privilegio del foro ecclesiastico con l'arresto e la citazione innanzi ai Dieci di due membri del clero. Il Papa condannò questi provvedimenti, minacciando censure (10 dic. 1605). La Signoria accentuò l'opposizione ai privilegi della Chiesa; e P. nel Concistoro del 17 apr. 1606 comminò la scomunica al Senato e l'interdetto su tutto il territorio. Seguirono una protesta violenta del Doge e un'aspra lotta contro quelle che erano considerate a Venezia pretensioni indebite della Chiesa e offese ai diritti dello Stato. La lotta fu combattuta sia con l'arma della penna, maneggiata abilmente da giuristi e teologi e in particolare dal teologo di Stato, ARPI (v.), che assalì fieramente quelli che asseriva abusi del potere pontificale, sia con mezzi di polizia, ordine di non dar valore alla scomunica e non rispettare l'interdetto, bando o gravi pene a chi disobbedisse: la sottomissione di molta parte del clero e del popolo alla volontà della Signoria fu per P. una grave delusione. Sembrò vicino il pericolo della unione di Venezia con i protestanti; l'annodarsi di interessi politici intorno alla contesa religiosa fece temere una conflagrazione europea. Per la mediazione della Francia, appoggiata dalla Spagna, si venne a un accordo e il Papa concedette l'assoluzione dalle censure (21 apr. 1607); gli era data qualche sodisfazione con il rilascio dei due ecclesiastici, la sospensione delle leggi, la revoca delle misure contro gli obbedienti all'interdetto; ma la questione giurisdizionale rimaneva insoluta; i Gesuiti restarono esclusi da Venezia ancora cinquant'anni. Se la Signoria non ot-

ottenne l'appoggio sperato dalle potenze contro il Papato, nemmeno l'autorità di questo ne ebbe vantaggio.

Anche nel resto dell'Europa, il Pontefice volle conservare alla Chiesa le posizioni, che essa teneva, e riconquistare le perdute; ma, alieno da conflitti armati, procedette in generale con una prudenza, che ad alcuni parve allora eccessiva, ed ebbe risultati non sempre felici. Nella contesa per la successione al Ducato di Jülich-Clèves, pure sforzandosi di impedire che questa toccasse a protestanti, volle evitare che ne sortisse una guerra. Nell'Impero procurò di assicurare la successione a casa d'Austria e in particolare a Ferdinando II, cattolico fervente, e di evitare che si facessero ai protestanti concessioni pericolose; ma tollerò che fosse mantenuta la Pace religiosa di Augusta del 1555 e soltanto quando fu inevitabile la guerra indisse un giubileo per implorare l'aiuto di Dio contro i nemici della vera fede (1620), accordò decime e sussidi all'Imperatore e alla Lega cattolica, attese alla conclusione di una lega di potenze cattoliche. In Francia P. contrastò i progressi degli ugonotti; e poté considerare come vittoria del Papato l'allontanamento dalla carica di sindaco della Sorbona di Edmondo Richer, avversario del potere pontificale, il ritiro di un decreto del Parlamento di Parigi, che negava al Papa il diritto di scomunicare e deporre un re divenuto eretico, la cancellazione dai cahiers degli Stati generali del 1614 di una proposta della deputazione parigina del Terzo Stato, che fosse dichiarato per legge che il re teneva la corona da Dio ed era affatto indipendente da qualsiasi potenza straniero spirituale o temporale; si dovette però contentare che i decreti tridentini fossero pubblicati soltanto dal clero, non dall'autorità politica. In Inghilterra il divieto fatto da P. ai cattolici d'insorgere contro Giacomo I non impedì che il Re traesse pretesto dalla partecipazione di alcuni di loro alla famosa congiura delle polveri (5 nov. 1605) per coinvolgere i loro correligionari e il Pontefice stesso e imporre ai cattolici un giuramento di fedeltà, che P. condannò con un breve (22 sett. 1606) come contrario alla fede e alla salute dell'anima; nonostante gli sforzi del Papa, le condizioni del cattolicesimo nelle isole britanniche, come nella vicina Olanda, restarono molto difficili. In Russia le speranze riposte da P. nell'avventuriero Demetrio per l'adesione alla Chiesa di Roma si rivelarono fallaci e provocarono più fiera ostilità contro i Latini. Né la concessione fatta da P. ai Ruteni di conservare il loro rito valse a vincere la violenta opposizione degli scismatici all'unione con Roma.

Ma l'operosità di P. nel campo religioso si manifestò soprattutto nel promuovere l'attuazione della riforma cattolica. Diede come esempio al clero e ai fedeli Carlo Borromeo e Francesca Romana canonizzati; Tommaso di Villanova, Pasquale Baylon, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Filippo Neri, Teresa di Gesù, ch'egli proclamò, con altri, beati. Rinnovò (19 ott. 1605) l'obbligo della residenza ai vescovi, non ammettendo eccezioni. Riformò Ordini religiosi; elevò a Ordini i Fatebenefratelli di Giovanni di Dio e i Camilliani, a Congregazioni autonome i Cappuccini e gli Scolopi; diede una nuova approvazione agli statuti della Compagnia di Gesù e la favorì largamente. Conferì ai sacri riti regolarità e maestà con la pubblicazione e l'imposizione del Rituale Romanum (20 giugno 1614); provvide alla migliore conservazione dei documenti della S. Sede, raccogliendoli in un Archivio segreto; per suo impulso il Bellarmino compose il catechismo per la gioventù. L'effetto dell'opera sua fu notevole, anche se non in tutto rispondente ai suoi desideri. Rifiò in Roma e in molti paesi cattolici la vita religiosa: per la Francia ebbero particolare importanza la fondazione (1618) della nuova Congregazione benedettina di S. Mauro, a cui appartennero quei Maurini, che lasciarono ormai così profonda anche nel campo degli studi, la diffusione delle Orsoline, la fondazione dell'Ordine della Visitazione.

Larghissimo appoggio diede P. all'attività missionaria: fa testimonianza della sua larghezza di vedute in questo campo la concessione da lui fatta ai Cinesi di usare nel breviario, nella liturgia, nell'amministrazione dei Sacramenti la loro lingua. Per le missioni dei Carmelitani Scalzi P. fondò a Roma un seminario e una scuola superiore. Sotto il suo pontificato fu riorganizzata la gerarchia

cattolica nell'America e sorsero le prime Riduzioni gesuitiche nel Paraguay.

Il mecenatismo larghissimo di P. si volse soprattutto al campo dell'arte. Mentre era demolito quanto restava dell'antica basilica di S. Pietro, minacciante rovina, e raccolta nelle Grotte la maggior parte dei suoi monumenti e ricordi preziosi, fu trasformata su disegno del Maderno la costruzione michelangiolesca a croce greca nell'attuale, assai più vasta, a croce latina, fabbricata la volta delle navate, decorata la cupola, aperta la Confessione; furono eretti l'atrio e la facciata, sulla quale campeggia il nome di Paolo V Borghese. A S. Maria Maggiore P. fece edificare e adornare di affreschi del Reni e di altri pittori celebrati la Cappella che ha il nome della famiglia, e dov'è il suo sepolcro; innanzi alla Basilica fece inalzare la colonna tolta della basilica di Massenzio e sormontata dalla statua della Vergine. In Vaticano furono erette la Cappella Paolina e quella della S.ma Annunziata, ampliata e abbellita la Biblioteca, aperte fontane, collocato il portone di bronzo: nel Palazzo del Quirinale, residenza estiva del Pontefice, furono, fra altri lavori, eseguiti la Cappella e il portale. L'acquedotto di Traiano, restaurato e chiamato «Acqua Paola», alimentava la monumentale fontana del Gianicolo, l'altra presso Ponte Sisto e quella del Maderno in Piazza S. Pietro. In Campo Marzio P. acquistò e fece ingrandire un palazzo, mentre altro palazzo, ora Rospigliosi, presso S. Pietro, e la villa Borghese sorgevano per opera del cardinale nipote.

Non segnalato per avvenimenti clamorosi, il pontificato di P. V lasciò tuttavia tracce profonde nella vita della Chiesa e nella creazione della Roma papale.

BIBL.: Pastor, XII, e opere ivi citate. V. anche l'articolo di L. Marchal, in DThC. XII, coll. 23-37 e relativa bibl.: inoltre C. P. De Maqueris, Per la storia del componimento della contea tra la Repubblica veneta e P. V (1605-1607), Torino 1941; L. Lopetegui, La secretaria de Estado de Paulo V y la composición del «Defesio Fides» de Suárez, in Gregorianum, 27 (1946), pp. 584-595; J. Pou y Marti, La intervención española en el conflicto entre Paulo V y Venecia (1605-1607), estratto da Miscellanea Pio Paschini, Roma 1949; cf. pure le voci GALILEI, GALILEO; MOLINISMO: SARPI, PAOLO. Giovanni Battista Picotti
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“PAOLO V, PAPA.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 467. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/paolo-v-papa.