PAOLO IV, PAPA

PAOLO IV, PAPA. - L'elezione al pontificato del card. Marcello Cervini (Marcello II), avvenuta il 10 apr. 1555, fu come una breccia aperta in favore della riforma cattolica. Il fatto, poi, che dopo la morte di lui fosse eletto a succedergli, il 23 maggio 1555, per intervento del card. Alessandro Farnese, non Ippolito d'Este, ma il card. decano Giampietro Carafa, dimostrava che l'idea della riforma cattolica non poteva più essere rattenuta.

Il Carafa, n. a Capriglio il 28 giugno 1476 dal ramo napoletano dei baroni Carafa, salì rapidamente, come nipoté del card. Oliviero Carafa, la scala delle dignità ecclesiastiche; nel 1505 ebbe il vescovato di Chieti, dove zelò la riforma; nel 1513 andò nunzio in Inghilterra; nel 1515 nella Spagna; nel 1518 fu eletto arcivescovo di Brindisi. Già in questo periodo della sua vita egli seppe congiungere insieme un tenore di vita severamente ascetico e una formazione umanistica, riconosciutagli anche da Erasmo. Il soggiorno nella Spagna gli fece conoscere gli sforzi che colà si compivano per la riforma, ma anche inasprirono in lui l'avversione, fondata su tradizioni di famiglia, contro il dominio spagnolo in Italia.

Dopo il suo ritorno a Roma, il Carafa entrò fra i membri dell'oratorio del Divino Amore, si consacrò alle opere di carità e alla riforma delle sue due diocesi di Brindisi e di Chieti. Scelto da Adriano VI a collaboratore della progettata riforma universale della Chiesa, prese, dopo la morte del Papa, la decisione di rinunciare ai suoi vescovati e fondò con s. Gaetano di Thiene l'Ordine dei Teatini, di cui fu il primo superiore. In questo Ordine erano attuati i principi fondamentali della riforma cattolica: farsi vivo esempio agli altri di condotta sacerdotale e di attività apostolica. Espulso dalla città dal Sacco di Roma, il Carafa negli anni seguenti visse la più parte del tempo a Venezia, donde nel 1532 inviò al papa Clemente VII un memoriale sulla riforma della Chiesa e la lotta contro la penetrazione dell'eresia in Italia (la migliore ed. in Concilium Tridentinum, XII, pp. 67-77).

Creato cardinale da Paolo III, il 22 dic. 1536, il Carafa fu membro della Commissione che nel 1537 conosce il celebre Consilium de emendanda Ecclesia e si occupò con il card. Contarini (1539-40), quale commissario, per la riforma della Penitenzieria. Fu, fin dal principio, membro della Inquisizione romana e ne diventò nel corso degli anni la vera anima. Dell'arcivescovo di Napoli, assegnatogli il 29 feb. 1549, non poté per molto tempo entrare in possesso per l'opposizione di Carlo V. Dal 1553 egli fu decano del S. Collegio.

Il Carafa, quantunque alla data della sua elezione contasse già 79 anni, bruciava ancora di zelo per la riforma; della quale la sua vita anteriore sembrava una anticipazione. Ma le intense aspettative degli amici della riforma si cambiarono ben presto in disillusioni, perché il Papa, nella sua profonda avversione contro gli Spagnoli, si lasciò impigliare dal suo indegno e intrigante nipote, Carlo Carafa, in una guerra disgraziata contro la preponderanza spagnola, conchiudendo per questo una lega con la Francia. Però l'irruzione del duca d'Alba negli Stati della Chiesa lo costrinse alla Pace di Cave (12 sett. 1557) e così andò a vuoto il tentativo di scalare il predominio spagnolo in Italia.

Da quel momento il Papa riconcentrò i suoi sforzi nella riforma della Chiesa. Già prima ancora

dello scoppio della guerra spagnuola, nel 1556, egli aveva istituito una speciale Congregazione, che fosse come la sostituzione del Concilio di Trento, non ancora finito, ma soltanto sospeso, e disegnava di ampliarla a Concilio romano con la chiamata di prelati stranieri. Ma questo disegno non fu attuato; e il Papa, dopo la Pace di Cave, si dedicò piuttosto e con tanto maggior premura, quanto maggiore era stato il ritardo, all’Inquisizione romana, di cui accrebbe straordinariamente le competenze e a capo della quale aveva posto Michele Ghisleri, il futuro papa Pio V. Nel suo zelo per il mantenimento della ortodossia andò così avanti, che fece imprigionare a Castel S. Angelo, su semplice sospetto di eresia, il card. Morone e destituì dalla carica di cardinale legato in Inghilterra, il card. Pole. L’Index librorum prohibitorum, da lui pubblicato sul principio del 1559 (cf. H. Reusch, Die Indices librorum prohibitorum des XVI. Jahrhunderts, Tubinga 1886, p. 176 sgg.) si dimostrò impossibile a mandarsi ad effetto, perché, p. es., proibiva tutte le edizioni della Bibbia e dei Padri pubblicate dagli editori protestanti, tanto che s. Pietro Canisio confessava «qui maxime catholici videbantur, severum iudicium improbare audent». Anche la severità draconiana usata contro i monaci apostati o vaganti fuori dei conventi (3 ag. 1558) fallirono allo scopo. Il tentativo di costringere la Compagnia di Gesù a introdurre mutamenti nelle sue Costituzioni e specialmente alle recita dell’Ufficio in coro, andò a monte solo per la morte del Papa.

Il pontificato di P. IV non apportò alla Chiesa la riforma universalmente attesa; tuttavia ne creò la premessa essenziale: l’energia del papa Carafa cambiò totalmente l’aspetto della città di Roma e della Curia romana. Grande coscienziosità usò egli nella scelta dei nuovi cardinali, tra i quali brillarono forti tempi di ecclesiastici, come Ghisleri, Scotti, Reumano, Alfonso Carafa. Quando il Papa venne a sapere dal teatino Geremia la verità circa la vita indegna e la corruzione di suo nipote, il card. Carlo Carafa, e del duca di Paliano, li cacciò ambedue da Roma nel genn. del 1559. Egli rinunciò ai proventi della Dataria quantunque le sue entrate subissero da questo notevoli perdite; proibì ai cardinali di procurarsi regressi ai benefici, perché per questa via indiretta si violavano le leggi canoniche sulla «cumulatio beneficiorum». Con un decreto del 6 marzo 1559 obbligò tutti i vescovi presenti a Roma, che non avessero alcuna carica curiale, ad andare nelle loro diocesi e di mantenervi la residenza. Per suo incarico il card. Scotti, il teatino Geremia Isachino e il Sirleto iniziarono la riforma del Messale e del Breviario Romano. Con numerosi altri decreti restaurò a Roma la dignità del culto e la pubblica moralità. L’erezione di 14 nuovi vescovati nei Paesi Bassi diede il 12 maggio 1559 migliore consistenza al cattolicesimo, seriamente minacciato in quelle regioni.

La posteriore riforma tridentina non si può concepire senza lo spirito severo ed energico di papa Carafa. Ma appunto questa severità e il contrastante governo dei nipoti furono la causa che, dopo la sua morte, il 18 ag. 1559, scoppiassero torbidi a Roma, fosse espugnato il Palazzo della Inquisizione, danneggiata la statua del Papa eretta sul Campidoglio, e poi gettata nel Tevere.

Di nessun papa del sec. XVI si ha una così viva descrizione del carattere, come quella che di P. IV ha lasciato l’ambasciatore veneto, Bernardo Navagero, nel 1558 dopo il suo ritorno a Venezia (cf. E. Alberti, Relazioni degli ambasciatori veneti, 2ª serie, III, Firenze 1848, p. 379 sgg.). Il suo temperamento vulcanico e l’incapacità a tenere la giusta misura non solo hanno spesso privato di efficacia le misure ecclesiastiche da lui prese, ma anche condotto ad un pericoloso isolamento politico del papato. Ne resta

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24. - ENCICLOPEDIA CATTOLICA. - IX.
PAOLO V, PAPA - Busto di P. V, opera di Gian Lorenzo Bernini - Roma, Galleria Borghese.

miglia oriunda di Siena, laureato in giurisprudenza, ebbe importanti uffici nella Curia, fu cardinale nel 1596, vicario di Roma nel 1603, eletto pontefice per un accordo tra le fazioni il 16 maggio 1605. Insigne per pietà, onestà, mitezza, larghezza di carità, amore per la giustizia, attività infaticabile, non fu immune dal «piccolo nepotismo»; al nipote Scipione Caffarelli Borghese diede il cognome, la porpora (1605), uffici e benefici in gran numero, e lo tenne per segretario di Stato, pur riservando a sé la trattazione degli affari importanti; agli altri congiunti diede cariche e ricchezze. Assai curante degli interessi dello Stato, confermò (30 dic. 1605) il vìeto di smembramento del dominio papale; estese i poteri di una Commissione per il buon governo; assicurò la tranquillità pubblica; riformò la magistratura (10 marzo 1612), migliorando l'amministrazione della giustizia e provvedendo in particolare ai poveri e ai carcerati; curò l'approvvigionamento, la viabilità, l'igiene, l'edilizia di Roma: promosse l'agricoltura e il commercio, per il quale costruì un porto a Fano. Non seppe, o non volle impedire la progressiva eliminazione dei laici dalla burocrazia; né affrontò una radicale riforma dell'amministrazione finanziaria, ricorrendo invece troppo largamente al prestito.

Pose ogni studio per conservare in Europa e soprattutto in Italia la pace. Si tenne quindi neutrale tra Francia e Spagna, cercando di ravvicinarle, anche per mezzo di vincoli matrimoniali; avversò i disegni di espansione di Enrico IV di Francia e di Carlo Emanuele di Savoia; propugnò la pace tra Venezia e l'Austria nella guerra degli Usocchi; non si lasciò trascinare a favore di nessuna delle due parti nella guerra di Valtellina, che pure aveva un pretesto religioso.

Evitò di pronunciarsi su questioni teologiche, come quelle relative alla dottrina molinista della Grazia e all'Immacolata Concezione di Maria, e impose ai disputanti silenzio e rispetto dell'opinione avversa. Fu sotto di lui condannato nel 1616 il sistema copernicano (v. GALLIA, 1617), e, nel 1622, portò all'Indice il De coelo del Cremonini.

Di quelli che riteneva diritti inalienabili della fede cattolica e della Chiesa, P. protestava di voler essere difensore fino alla effusione del sangue. Rimase memorabile il conflitto con Venezia, cagionato da due leggi restrittive della proprietà ecclesiastica, promulgate dalla Repubblica prima che P. salisse al pontificato, e dalla violazione del privilegio del foro ecclesiastico con l'arresto e la citazione innanzi ai Dieci di due membri del clero. Il Papa condannò questi provvedimenti, minacciando censure (10 dic. 1605). La Signoria accentuò l'opposizione ai privilegi della Chiesa; e P. nel Concistoro del 17 apr. 1606 comminò la scomunica al Senato e l'interdetto su tutto il territorio. Seguirono una protesta violenta del Doge e un'aspra lotta contro quelle che erano considerate a Venezia pretensioni indebite della Chiesa e offese ai diritti dello Stato. La lotta fu combattuta sia con l'arma della penna, maneggiata abilmente da giuristi e teologi e in particolare dal teologo di Stato, ARPI (v.), che assalì fieramente quelli che asseriva abusi del potere pontificale, sia con mezzi di polizia, ordine di non dar valore alla scomunica e non rispettare l'interdetto, bando o gravi pene a chi disobbedisse: la sottomissione di molta parte del clero e del popolo alla volontà della Signoria fu per P. una grave delusione. Sembrò vicino il pericolo della unione di Venezia con i protestanti; l'annodarsi di interessi politici intorno alla contesa religiosa fece temere una conflagrazione europea. Per la mediazione della Francia, appoggiata dalla Spagna, si venne a un accordo e il Papa concedette l'assoluzione dalle censure (21 apr. 1607); gli era data qualche soddisfazione con il rilascio dei due eccle- siastici, la sospensione delle leggi, la revoca delle misure contro gli obbedienti all'interdetto; ma la questione giurisdizionale rimaneva insoluta; i Gesuiti restarono esclusi da Venezia ancora cinquant'anni. Se la Signoria non ot- tenne l'appoggio sperato dalle potenze contro il Papato, nemmeno l'autorità di questo ne ebbe vantaggio.

Anche nel resto dell'Europa, il Pontefice volle conservare alla Chiesa le posizioni, che essa teneva, e riconquistare le perdute; ma, alieno da conflitti armati, procedette in generale con una prudenza, che ad alcuni parve allora eccessiva, ed ebbe risultati non sempre felici. Nella contesa per la successione al Ducato di Julich-Cleves, pure sforzandosi di impedire che questa toccasse a protestanti, volle evitare che ne sortisse una guerra. Nell'Impero procurò di assicurare la successione a casa d'Austria e in particolare a Ferdinando II, cattolico fervente, e di evitare che si facessero ai protestanti concessioni pericolose; ma tollerò che fosse mantenuta la Pace religiosa di Augusta del 1555 e soltanto quando fu inevitabile la guerra indusse un giubileo per implorare l'aiuto di Dio contro i nemici della vera fede (1620), accordò decime e sussidi all'Imperatore e alla Lega cattolica, attese alla conclusione di una lega di potenze cattoliche. In Francia P. contrastò i progressi degli ugonotti; e poté considerare come vittoria del Papato l'allontanamento dalla carica di sindaco della Sorbona di Edmondo Richer, avversario del potere pontificale, il ritiro di un decreto del Parlamento di Parigi, che negava al Papa il diritto di scomunicare e deporre un re divenuto eretico, la cancellazione dai calviers degli Stati generali del 1614 di una proposta della deputazione parigina del Terzo Stato, che fosse dichiarato per legge che il re teneva la corona da Dio ed era affatto indipendente da qualsiasi potenza straniera spirituale o temporale; si dovette però contentare che i decreti tridentini fossero pubblicati soltanto dal clero, non dall'autorità politica. In Inghilterra il divieto fatto da P. ai cattolici d'insorgere contro Giacomo I non impedì che il Re trasse pretesto dalla partecipazione di alcuni di loro alla famosa congiura delle polveri (5 nov. 1605) per coinvolgere i loro correli- gionari e il Pontefice stesso e imporre ai cattolici un giura- mento di fedeltà, che P. condannò con un breve (22 sett. 1606) come contrario alla fede e alla salute dell'anima; nonostante gli sforzi del Papa, le condizioni del cattolice- simo nelle isole britanniche, come nella vicina Olanda, restarono molto difficili. In Russia le speranze riposte da P. nell'avventuriero Demetrio per l'adesione alla Chiesa di Roma si rivelarono fallaci e provocarono più fiera ostilietà contro i Latini. Né la concessione fatta da P. ai Ruteni di conservare il loro rito valse a vincere la violenta opposizione degli scismatici all'unione con Roma.

Ma l'operosità di P. nel campo religioso si manifestò soprattutto nel promuovere l'attuazione della riforma cattolica. Diede come esempio al clero e ai fedeli Carlo Borromeo e Francesca Romana canonizzati; Tommaso di Villanova, Pasquale Baylon, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Filippo Neri, Teresa di Gesù, ch'egli proclamò, con altri, beati. Rinnovò (19 ott. 1605) l'obbligo della residenza ai vescovi, non ammettendo eccezioni. Riformò Ordini religiosi; elevò a Ordini i Fatebenefratelli di Giovanni di Dio e i Camilliani, a Congregazioni auto- nome i Cappuccini e gli Scolopi; diede una nuova appro- vazione agli statuti della Compagnia di Gesù e la favorì largamente. Conferì ai sacri riti regolarità e maestà con la pubblicazione e l'imposizione del Rituale Romanum (20 giugno 1614); provvide alla migliore conservazione dei documenti della S. Sede, raccogliendoli in un Archivio segreto; per suo impulso il Bellarmino compose il cate- chismo per la gioventù. L'effetto dell'opera sua fu notevole, anche se non in tutto rispondente ai suoi desideri. Riformò in Roma e in molti paesi cattolici la vita religiosa: per la Francia ebbero particolare importanza la fondazione (1618) della nuova Congregazione benedettina di S. Mauro, a cui appartenero quei Maurini, che lasciarono ormai così profonda anche nel campo degli studi, la diffusione delle Orsoline, la fondazione dell'Ordine della Visitazione.

Larghessimo appoggio diede P. all'attività missio- naria: fa testimonianza della sua larghezza di vedute in questo campo la concessione da lui fatta ai Cinesi di usare nel breviario, nella liturgia, nell'amministrazione dei Sa- cramenti la loro lingua. Per le missioni dei Carmelitani Scalzi P. fondò a Roma un seminario e una scuola supe- riore. Sotto il suo pontificato fu riorganizzata la gerarchia

cattolica nell'America e sorsero le prime Riduzioni gesuitiche nel Paraguay.

Il mecenatismo larghissimo di P. si volse soprattutto al campo dell'arte. Mentre era demolito quanto restava dell'antica basilica di S. Pietro, minacciante rovina, e raccolta nelle Grotte la maggior parte dei suoi monumenti e ricordi preziosi, fu trasformata su disegno del Maderno la costruzione michelangiolesca a croce greca nell'attuale, assai più vasta, a croce latina, fabbricata la volta delle navate, decorata la cupola, aperta la Confessione; furono eretti l'atrio e la facciata, sulla quale campeggia il nome di Paolo V Borghese. A S. Maria Maggiore P. fece edificare e adornare di affreschi del Reni e di altri pittori celebrati la Cappella che ha il nome della famiglia, e dov'è il suo sepolcro; innanzi alla Basilica fece inalzare la colonna tolta dalla basilica di Massenzio e sormontata dalla statua della Vergine. In Vaticano furono erette la Cappella Paolina e quella della S.ma Annunziata, ampliata e abbellata la Biblioteca, aperte fontane, collocato il portone di bronzo: nel Palazzo del Quirinale, residenza estiva del Pontefice, furono, fra altri lavori, eseguiti la Cappella e il portale. L'acquedotto di Traiano, restaurato e chiamato "Acqua Paola", alimentava la monumentale fontana del Gianicolo, l'altra presso Ponte Sisto e quella del Maderno in Piazza S. Pietro. In Campo Marzio P. acquistò e fece ingrandire un palazzo, mentre altro palazzo, ora Rospighi, presso S. Pietro, e la villa Borghese sorgevano per opera del cardinale nipote.

Non segnalato per avvenimenti clamorosi, il pontificato di P. V lasciò tuttavia tracce profonde nella vita della Chiesa e nella creazione della Roma papale.

BIBL.: Pastor, XII, e opere ivi citate. V. anche l'articolo di L. Marchal, in D'ThC, XII, coll. 23-37 e relativa bibl. : inoltre C. P. De Magistris, Per la storia del componimento della contesa tra la Repubblica veneta e P. V (1605-1607), Torino 1941; L. Lopetegui, La secretaria de Estado de Paulo V y la composición del "Defensio Fidei" de Suárez, in Gregorianum, 27 (1946), pp. 584-596; J. Pou y Marti, La intervención española en el conflicto entre Paulo V y Venecia (1605-1607), estratto da Miscellanea Pio Paschini, Roma 1949; cfr. pure le voci GALLIEI, GALLIEO; MOLINISMO; SARPI, PAOLO. Giovanni Battista Picotti