PARABOLA (ΠΑΡΑΒΟΛΉ DA ΠΑΡΑΒΌΛΛΟΙ «PORRE VICINO, CONFRONTARE, PARAGONARE»)

PARABOLA (παραβολή da παραβόλλοι «porre vicino, confrontare, paragonare»). - Genere letterario non ignoto agli autori greci e romani (cf. Aristotele, Rhetoricorum libri, II, 20; Cicerone, De inventione, I, 30; Epist. ad Lucil., 59,6; Quintiliano, Iristitutiones orat., VIII, 3), usato da scrittori rabbinici ed in maniera insuperabile da Gesù Cristo nel suo inse-gnamento. Consiste in un paragone o similitudine, che si estende per tutto un breve racconto, desunto da un avvenimento ordinario per inculcare una verità morale o spirituale. Esso si distingue da un puro esempio per la sua forma letteraria, imperniata sul paragone, e spesso per la sua ampiezza.

Il soggetto del paragone o dell'immagine sviluppata, in sé molto verosimile, di solito è desunto dalla vita umana; nella favola invece si dà la preferenza alla rappresentazione fantastica del regno animale o vegetale. La p. si distingue dall'allegoria in quanto quest'ultima è basata su una metafora ed in quanto segue principi diversi nell'inter-pretazione. Difatti, mentre in un'allegoria perfetta ogni elemento metaforico ha un suo corrispondente nel mondo morale o ideale, nella p. pura solo l'oggetto formale od idea centrale lumeggiata nel racconto costituisce l'ele-mento dottrinale da riportare in un ordine superiore. Spesso, però, in pratica la distinzione dei due generi non è semplice, essendo frequente la presenza di elementi alle-gorici in una p. e particolari puramente integrativi od esor-nativi in un'allegoria. In tal caso nell'interpretazione della p. bisogna tener conto di questi insegnamenti spe-ciali inerenti alle parti allegoriche, mentre si deve tra-scurare quanto risulta solo accenno integrativo nell'alle-goria.

L'origine della p. biblica si trova in un genere lette-rario più semplice, usato nel Vecchio Testamento, in modo particolare nei libri sapienziali, ossia nel mōšēl, reso generalmente con παραβολή in greco. Di solito con tale termine si indicava una massima breve, atta ad esprimere in modo efficace una verità generale. Si presenta come un proverbio popolare e non raramente sotto forma di para-gone. Ma vere p. non figurano nel Vecchio Testamento, pur non mancando allegorie con elementi parabolici. Raro parimenti è tale genere nella letteratura profana. Confrontando con l'uso fattone dai rabbini, tutti ricono-scono che le p. più belle si leggono nei Vangeli sinottici, decantate spesso come veri «miracoli», per finezza let-teraria e per forza istruttiva. Già rétori romani (cf. Cice-rone, De oratore, III, 38; Quintiliano, op. cit., VIII, 3, 15) riconoscono nel linguaggio metaforico di una similitudine

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PARABOLA - Figliuol prodigo. Incisione di A. Dürer (sec. XVI).
la caratteristica di mezzo efficace per conferire bellezza ed attrattiva ad un componimento letterario, oltre che a rendere più accessibile e perspicuo l'insegnamento morale.

Si agita ancora un'importante questione circa lo scopo propostosi da Gesù nell'abbondante uso della p. Dalla diversa interpretazione di un testo famoso (Mt. 13, 10-15; cf. Mc. 4, 10-12; Lc. 8, 9 sg.) si ha la teoria di una giustizia vendicativa oppure quella della misericordia. Alcuni affermano che Gesù ricome a tale linguaggio per castigare con una cecità morale ed intellettuale, causata dalla nebulosità o difficoltà della p., l'incredulità colpevole dei Giudei: avrebbe avuto di mira l'induramento del loro cuore, predetto da II. 6, 9 sg.; la luce, offerta sotto il velo di un linguaggio metaforico, in intellettuali maldisposti avrebbe prodotto un accedimento sempre maggiore; così si esprimono non pochi esegeti cattolici (Maldonato, Knabenbauer, Fonck, Durand, Skrinjar, ecc.). Tale interpretazione poggia sull'esegesi più probabile del testo di Isaia, ma sembra poco consona al carattere intrinseco della p., che mira ad una semplificazione di un concetto astruso, ed a tutta la missione di Gesù: per ciò M.-J. Lagrange, F. Prat, J. Huby, J.-M. Vosté, U. Holzmeister, H. Höpfl, L. Pirot, ecc., vedono nella p. un mezzo dettato da bontà e da intuito pedagogico, per illuminare le menti degli ascoltatori. L'oscurità dell'espressione sarebbe occasionata dalla difficoltà dell'idea da inculcare e dal desiderio di eccitare maggiormente la curiosità di quanti ascoltavano.

Gesù era sempre pronto a spiegare le sue p. a spiriti docili e desiderosi di apprendere (cf. Mt. 13, 36 sg.; Mc. 4, 10 sg.). Avrebbe adottato volentieri il medesimo metodo con tutti, ma a causa della indifferenza della folla la p., mezzo opportunissimo per illustrare una verità, produsse in pratica un accedimento intellettuale colpevole con la sua inevitabile oscurità. Quello che era una manifestazione di bontà e misericordia divine, non di una volontà punitrice o vendicativa, solo per colpa degli ascoltatori si trasforma in occasione di tenebra spirituale e di peccato. Si tratta di una grazia divina respinta da una volontà perversa. È l'interpretazione dettata da tutto il contesto

storico dei Vangeli, anche se incontra non lievi difficoltà nel testo sopra citato.

BIBL.: H. Lesêtre, Parabole, in DB, IV, coll. 2106-18; A. Plummer, Paraboles in the New Test., in Dict. of the Bible, III, pp. 662-65; D. Buzy, Introduction aux paraboles évangéliques, Parigi 1912; L. Fonck, Le p. del Signore del Vangelo, trad. it., Roma 1924, pp. 3-36; J.-M. Vosté, Parabolae selectae Domini nostri Jesu Christi, I, 2ª ed., ivi 1933, pp. 1-163; J. Pirot, Allégories et paraboles dans la vie et l'enseignement de Jésus-Christ, Marsiglia 1943, pp. 11-42; id., Paraboles et allégories évangéliques, Parigi 1949, pp. 1-9; M. Hermanink, La parabole évangélique, Enquête exégétique et critique, Lovanio 1947. Angelo Penna
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“PARABOLA (ΠΑΡΑΒΟΛΉ DA ΠΑΡΑΒΌΛΛΟΙ «PORRE VICINO, CONFRONTARE, PARAGONARE»).” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 504. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/parabola-parabole-da-parabolloi-porre-vicino-confrontare-paragonare.