PAZIENZA. - Virtù morale, che mira a far sopportare i mali presenti in modo da non lasciarsi dominare disordinatamente dalla tristezza (Sum. Theol., 2a-2a, q. 136); è pertanto una parte potenziale della fortezza.
C'è una tristezza cattiva e biasimevole; quella che deprime ed abbatte e spinge talora anche ad impreca-zioni e bestemmie; e c'è una tristezza buona e lodevole, appunto perché guidata e moderata dalla p.: «Beati quelli che piangono, perché saranno consolati» (Mt. 5,5). La p. può essere una semplice virtù naturale, quando il motivo per cui si esercita è un bene naturale (l'acquisto della scienza o della ricchezza, la pace in famiglia, la propria dignità morale); o anche soprannaturale, quando il motivo riguarda un bene soprannaturale (il merito, la riparazione, l'imitazione e l'amore del Salvatore, il possesso finale di Dio e i mezzi per conseguirlo). Per questo la S. Scrittura loda e inculca le molte volte la p. (Eccli. 2, 3-5; Lc. 21, 19; Rom. 9, 1; II Cor. 8-10) e ce ne offre un modello in tutto il libro di Giobbe e nei vari episodi della Passione di Gesù.
Oggetto della p. è tutto ciò che in qualunque modo ci contraria, ci fa soffrire, e cagiona tristezza; per cui la p. è necessaria per sopportare i rovesci della fortuna, i lutti di famiglia, le malattie, l'esilio; per sopportare se stessi con i propri mutevoli umori e debolezze, i difetti e i torti degli altri; per accettare le fatiche e le prove, inerenti ad ogni sforzo verso il bene e all'adempimento del proprio dovere; per sottomettersi ai disegni e alle disposizioni della Provvidenza.
L'esercizio della p. ammette poi vari gradi di perfezione secondo l'intensità del male che ci rattrista, non solo, ma anche secondo il modo con cui lo sopportiamo: a) accettando il calice che pure si vorrebbe allontanare, senza mormorazioni; b) immedesimandosi della volontà di Dio e volendo perciò il calice, che ci viene porto; c) desiderando, anzi, il calice della tribolazione per meglio imitare il Salvatore.
Alla p. si oppone: a) per difetto, l'impazienza, per cui l'uomo si abbandona senza controllo alla reazione della natura di fronte al male che lo rattrista e lo spinge alla mormorazione, al pessimismo, o anche a cercare consolazioni e soddisfazioni di cattiva lega; b) per eccesso, l'insensibilità o apatia, che rende freddi di fronte ai mali propri e altrui.