PIPINO III, IL BREVE

PIPINO III, il BREVE. - N. nel 714, figlio di Carlo Martello e considerato figlio adottivo di Liutprando in segno di amicizia fra Longobardi e Franchi, con il titolo di maior domus dux et princeps Francorum divise, insieme ai fratelli Carlomanno e Grifo, i regni sui quali aveva già governato l'avo Pipino di Herstal. A P. toccarono la Borgogna, la Neustria e la Provenza, fino a quando nel 747, ritirati Grifo e poi Carlomanno, riunì ogni potere, per quanto la dignità regia fosse ancora in possesso del re legittimo Childerico III.
Eletto re dall'Assemblea franca a Soissons nel nov. 751, in base all'approvazione di papa Zaccaria, P. si trovò a dover prendere posizione nella lotta fra Astolfo e il Papato. Stefano II (v.), dopo aver invano cercato un accordo con il Re longobardo, costretto dall'aggressiva politica di questo, sollecitò l'aiuto franco; e, di fronte alle esitazioni di P., per la prima volta nella storia della Chiesa si recò in Francia, nell'inverno 753-754. Nel convegno di Ponthion si concretava il destino della Chiesa e dello Stato temporale, mentre la supremazia dell'Impero in Italia e le sorti del Regno longobardo declinavano. La rivendicazione delle giustizie di S. Pietro, la difesa della Chiesa, la restituzione dell'Esarco e degli altri territori occupati da Astolfo costituirono le promesse del Re franco, mentre l'incoronazione ed il titolo di patricius Romanorum concessogli (St-Denis, 28 luglio 754) furono la manifestazione conclusiva dell'alleanza. Atto rivoluzionario (Cage) rese al stato il passaggio della dignità regia nel maior domus, nuovo indirizzo politico (Bertolini) fu la rivendicazione pontificia sulle terre dell'Italia bizantina occupata dal longobardi e la sostituzione del Papa all'Esarco; solo motivi superiori come la salvezza di Roma e del popolo romano, cui si collegava la missione universale della Chiesa, di fronte all'eresia che minava la legittimità del potere imperiale, potevano giustificare l'uno e l'altro. Così, dal momento in cui venne attribuito al Re franco, il titolo di patricius non si collegò più alla Sancta Respublìca cioè all'Impero: specificatosi in quello di patricius Romanorum venne ad indicare appunto il difensore della nuova Respublica Romanorum, cioè dello Stato della Chiesa. La sua efficacia non tardò a manifestarsi: vinto Astolfo, P. rifiutò la restituzione all'Impero delle terre che un ambasciatore bizantino venuto a Pavia gli richiedeva in nome dell'Imperatore e fece dare al Papa le chiavi delle città conquistate: malgrado l'esclusione di Bologna, Ferrara, Ancona e di altre minori, lo Stato della Chiesa può ritenersi da quel momento costituito nel suo nucleo principale.

Morti Stefano II e Astolfo, le città dell'Esarco e della Pentapoli ancora longobarde furono promesse, ma non restituite, dal nuovo re Desiderio al papa Paolo I; un intervento del Re franco evitò più gravi complicazioni, permettendo un accordo che eliminava la cessione delle città e risolveva le questioni minori. P. divise nuovamente fra i figli Carlo e Carlomanno il regno, che solo nel 771, con la morte del secondo, poté ricostituirsi per poco tempo nella sua unità territoriale sotto l'egida di Carlomagno. Morì a St-Denis il 24 sett. 768, lasciando la propria fama legata soprattutto all'alleanza con la Chiesa romana ed agli effetti che ne derivarono: Stato pontificio (v.) Sacro Romano Impero (v.).

BIBL.: L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, Parigi 1911; E. Caspar, Pipino und die römische Kirche, Berlin 1914, pp. 159-170; L. Léviathan, L'avènement de la dynastie carolinienne et les origines de l'Etat pontifical (749-757), in Bibl. Ecole des Chartes, 94 (1933), pp. 225-255; R. Cargese, L'atto medioevo, Torino 1937, pp. 189-250; M. Lintzel, Der Codex Carolinus und die Motive von Pipinus Italienpolitik, in Histor. Zeitschr., 1940, p. 33 sq.; O. Bertolini, Il problema delle origini del potere temporale dei Papi, ecc., in Mise. Pio Paschini, I, Roma 1948, pp. 103-71; F. Cognasso, Avviamento agli studi di storia medievale, Torino 1951, pp. 280-84, 288-91; Fliche-Martin-Frutaz, VI, p. 18 sqg. Fulvio Crosara