PORETE, MARGHERITA. - Beghina eretica, n. nello Hainaut (diocesi di Cambrai), m. sul rogo a Parigi il 1° giugno 1310. Autrice di un dialogo mistico: Le miroire des simples âmes amianties et qui seulement demeurent en vouloir et desir d'amour, testo fondamentale del bergardismo, condannato nel Concilio di Vienne (1311). Fu tra il 1296 e il 1306 diffidata una prima volta a Valenciennes dal vescovo di Cambrai, Guido, e il suo libro arso in pubblico, come ereticale. Insistendo a diffondere libro e dottrine, fu nell'autunno del 1308 incarcerata e processata dall'Inquisizione di Parigi quale relapsa e,
1771
PORE TE MARGHERITA - PORNOGRAFIA
trovata colpevole, consegnata al braccio secolare, che la condannò al rogo. I documenti del processo sono in P. Fredericq, Corpus documentorum Inquisitionis haereticae pravitatis Neerlandicae, I, Gand 1899, pp. 155-60, e II, pp. 63-65.
Potrebbe forse essere identificata con la Maria di Valenciennes, di cui parla Gerson (Tractatus de distinctione verarum visionum a falsis, I, Anversa 1706, p. 55). Di sé, nel suo libro, parla come di mendica o mendica creatura. I cronisti del tempo la dicono pseudomulier, bèguine clergesse e en clergie mult suffisant. Che fosse beghina, risulta anche dal processo.
Secondo un cronista tardivo, avrebbe tradotto la Bibbia in volgare (Fredericq, op. cit., II, 65), ma il Berger (La Bible française au moyen âge, Parigi 1884) e lo Smalley (The study of the Bible in the middle ages, Oxford 1941) la ignorano; Le miroire des simples âmes ci è pervenuto nell'originale francese (un solo manoscritto); nella trecentesca traduzione inglese pubblicata da C. Kirchberger nella serie The Orchard Books, Londra 1927 (tre manoscritti della metà del 1400; su tale traduzione il certosino Richard Methley [1451-1528] ne fece una latina); nella traduzione latina dall'originale francese (tre manoscritti e un frammento: due del sec. XIV, uno del sec. XV e uno del 1521); nella traduzione italiana (quattro manoscritti; due del sec. XIV, due del sec. XV). In tre di questi manoscritti italiani l'opera viene attribuita alla b. Margherita d'Ungheria, chiamata (come Ruusbroec, in uno dei manoscritti inglesi a meglio nascondere il carattere eretico dell'opera (cf. Fl. Banfi, in Memorie domenicane, 57 [1940], fasc. 1 e 3). Che il Miouer sia opera della P. risulta la prima volta da un confronto tra passi del libro e passi della condanna dell'Inquisizione parigina, nonché del Concilio di Vienne (cf. R. Guarnieri, Lo «Specchio delle anime semplici» M. P., in L'osservatore romano, 16 giugno 1946).
La dottrina, di una sottigliezza non comune, non è facilmente individuabile; ma appare svolta, piuttosto che nella trama dialettica della deificazione neoplatonica, nella linea della caritas, come tramite di un annullamento in Dio, il quale, con la conseguente impeccabilità, rende inutile non solo la legge morale ma qualsiasi dogma e qualsiasi prassi religiosa (Redenzione, Grazia, Chiesa, gerarchia, Sacramenti, liturgia, preghiera, virtù, ascesi, riuscendo in ultimo non tanto a un'eresia definita (Spiritus libertatis) quanto a un'esperienza mistica che ben poco ha più di cristiano. Il libro, a parte la prima fortuna che impressionò l'Inquisizione del tempo, le diverse traduzioni e le trascrizioni tardive, come quella di Subiaco (1521), in Italia è ricordato ancora come un libro pericoloso da s. Bernardino da Siena (cf. L. Oliger, De secta Spiritus Libertatis in Umbria saec. XIV, Roma 1943, p. 85), e dalle Ordinationes del Capitolo generale della Congregazione di S. Giustina del 1433 (cf. T. Leccisotti, Congregationis S. Giustinae Ordinationes, I, Montecassino 1939, I, 36). Un transunto di 30 proposizioni, con le relative confutazioni, estratte dallo Speculum, figura nel Vat. lat. 4953, databile con probabilità al 1438 e che raccoglie scritti per il Concilio di Firenze.