PORDENONE, GIOVANNI ANTONIO SACCHI (DE LODESANIS, DE SACCHIS), DETTO IL

PORDENONE, GIOVANNI ANTONIO SACCHI (de Lodesanis, de Sacchis), detto il. - Pittore, n. a Pordenone nel 1483-1484, m. a Ferrara il 12 genn. 1539. Figura complessa di artista, tuttavia facilmente individuabile nelle varie fasi della sua attività, a partire dalla formazione avvenuta nell'ambiente veneto di terraferma collegato al Montagna e dominato da Giovanni Francesco di Tolmezzo, e che rimarrà sempre alla base delle sue diverse esperienze.

Sono infatti legate a quell'ambiente le opere precedenti al viaggio, compiuto con Pellegrino da S. Daniele a Ferrara (1508), fra cui il trittico a fresco nella parrocchiale di Valeriano del 1506, mentre i primi influssi giorgioneschi compaiono soltanto verso il 1511 nella Madonna e Santi proveniente da Collatto, ed ora nelle Gallerie di Venezia, per accentuarsi nelle opere successive, quali le pale di Susegana, Vallenoncello e del duomo di Pordenone (1515).

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PORDENONE, GIOVANNI ANTONIO - Il mistico sposalizio di S. Caterina; ai lati i ss. Pietro e Paolo - Piacenza, chiesa della Madonna di Campagna.
(fot. Alinari)
Un viaggio a Roma, compiuto dal P. intorno al 1516, segna una nuova fase nella sua pittura in cui il vigoroso plasticismo di origine tolmezzina, che accanto ai veneziani aveva assunto veste cromatica, si rafforza a contatto delle opere di Raffaello e Michelangelo, con in più un nuovo senso dello spazio. Il P. si esprimerà allora in modo quasi violento, rivestendo le figure di un colore dominato dal chiaroscuro, imprimendo alle immagini un moto che prelude visioni barocche. Sono di questo periodo gli affreschi della parrocchiale di Rorai, del duomo di Treviso (1520), di quello di Cremona (scene della Passione, 1521-22), la pala di Torre (1520-21), la pala Schizzi (1522). L'opera forse più significativa di questo momento, assieme con le portelle d'organo del duomo di Spilimbergo e i due Santi nella chiesa di S. Rocco a Venezia (1528); mentre si esprime con un linguaggio più sobrio negli affreschi di S. Maria di Campagna a Piacenza (1529-31), nella pala Giustiniani in S. Lorenzo a Venezia eseguita negli stessi anni, giungendo alla sua ultima esperienza Parmigianino (v.). Gioverà a questo punto ricordare l'importanza che il P. ebbe nel diffondere in terra veneta il linguaggio manieristico emiliano, così ricco di conseguenze negli ulteriori sviluppi dell'arte a Venezia (v. TINTORETTO). Tutti gli influssi subiti rimangono sempre ben leggibili nella vasta e qualitativamente discorde produzione di questo maestro, che tuttavia attraverso il proprio eclettismo seppe giungere ad un linguaggio personale fatto di colori e di ritmi compositivi di grande effetto, sostenuto da una fervida fantasia che, sebbene infiacchita negli ultimi anni, gli permise di creare ancora un capolavoro nella sua ultima opera, il Noli me tangere nel duomo di Cividale.

BIBL.: W. Arslan, s. V. in Thieme-Becker, XXVII, pp. 271-272; C. Gamba, s. V. in Enc. ital., XXV, p. 941; G. Fiocco, G. da P., Udine 1939; id., G. A. da P., Venezia 1941; R. Pallucchini, La pittura veneziana del Cinquecento, I, Novara 1944, pp. XXXIII-XXXV; P. D'Ancona, Umanesimo e Rinascimento, 3ª ed., Torino 1948, pp. 616-17. Maria Donati
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“PORDENONE, GIOVANNI ANTONIO SACCHI (DE LODESANIS, DE SACCHIS), DETTO IL.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 1061. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/pordenone-giovanni-antonio-sacchi-de-lodesanis-de-sacchis-detto-il.