PRIMIZIE

PRIMIZIE (DIRITTO): V. DECIMA; OBLAZIONI.

PRIMIZIE. - Prelevamento fatto sui primi frutti del suolo, sacri al Signore come i primogeniti, da offrire al 'tempio, dopo l'entrata in Canaan, in segno di grato riconoscimento del supremo dominio e protezione di Jahweh sul paese.

L'ebraico specifica: bikkurim (Volg. primitiae) i primi frutti maturi dei campi e degli alberi; re'šith bikkurē ha-'adha-mah (=l'accadico rešēti), in greco ἀπαρχίζει τῶν περὶ τοὺς νηρυμάτων τῆς γῆς: Ex. 23, 19; Ez. 44, 30; ecc., il meglio di tali frutti.

Il popolo in quanto tale doveva offrire le prime spighe nella Pasqua (Lev. 23, 10-14), nella Pentecoste due panni formati con pasta lievitata delle nuove spighe da bruciare sull'altare con due agnelli (ibid. 23, 15-20). Per le offerte delle p. da parte dei singoli Israeliti, nessuna determinazione circa la quantità e il tempo. La legge si riferiva in genere a tutti i primi frutti del campo e degli alberi del paese d'Israele, cui si aggiungevano gli antichi territori di Sehon (Deut. 2, 32-37), di Og (ibid., 3, 8 sgg.) e più tardi della Siria conquistata da David. Si estese quindi ai frutti dei nuovi alberi: nel quarto anno essi dovevano essere consacrati interamente a Jahweh, solo al quinto anno l'Israelita poteva goderne (Lev. 19, 23 sgg.); ai primi piani di ogni nuova pasta (Num. 15, 20 sgg.; Ez. 44, 30; cf. il trattato Hallāh della Misnāh); alla prima tosatura d'ogni pecora (Deut. 18, 4).

Tutte le p. spettarono sempre ai sacerdoti (Num. 18, 13-19; Deut. 18, 4; Neh. 10, 36[37]; Ez. 44, 30). Nessuna offerta è così attestata e raccomandata come questa delle p. (I Sam. 2, 29; II Par. 31, 5; Ezechia la rimette in onore; Neh. 10, 36; è ripresa dopo l'esilio; Ez. 44, 30; Mal. 3, 8; Tob. 1, 6; Prov. 3, 9; Eccli. 7, 34 [31]; 35, 10; I Mach. 3, 49). I rabbini posteriori, basandosi su Deut. 8, 8, determinarono l'offerta delle p. nei sette frutti comuni della Palestina: frumento, orzo, uva, fichi, melograno, olio e miele. Dovevano essere di prima scelta e freschissimi, salvo l'uva e i fichi, che potevano essere anche secchi, se portati da lontano. E fissarono la quantità dell'offerta, tra 1/40 e 1/60 (s. Girolamo, In Ezechiel, 45, 13 sgg.; PL 25, 451). L'offerta al Tempio (Deut. 12, 6 sgg.) aveva un suo rito (ibid., 26, 1-11); le p. disposte in un cesto erano deposte dinanzi a Jahweh. Determinazioni accurate si trovano nel trattato Bikkurim della Misnāh sulla materia del cesto e sulla disposizione in esso delle p. Ordinariamente si formavano delle schiere; il capo della comitiva dava il segno della partenza recitando Ier. 31, 6; per via si recitava Ps. 122 (121); all'ingresso del Tempio, ciascuno prendeva il suo cesto e lo portava dentro cantando Ps. 150, cui rispondevano i leviti con Ps. 30 (29). Nell'atrio dei sacerdoti, un movimento a bilancia innanzi ed indietro verso l'altare simboleggiava l'offerta del cesto a Jahweh, mentre si recitava la formula prescritta (Deut. 26, 3-10).

In senso traslato, Israele è detto «p. di Jahweh» (Ier. 2, 3). Nel Nuovo Testamento, son detti p. i primi convertiti (Rom. 16, 5; I Cor. 16, 15; Iac. 1, 18); i vergini che seguono l'agnello (Apoc. 14, 4). Lo stesso Cristo è «p. dei dormienti» (I Cor. 15, 20, 23). I cristiani possiedono «le p. dello Spirito» (Rom. 8, 23), in quanto la vita della Grazia è la stessa vita della gloria incompiuta qui in terra, per perpetuarsi in cielo.

Bibl.: E. de Hummelauer, Deuteronomium, Parigi 1901, p. 421 sgg.; G. B. Gray, Numbers, Edimburgo 1903, pp. 224-29; O. Eissfeld, Erzählungen und Zehnten im Alten Testament, Lipsia 1917; K. Albrecht, Bikkurim (Erzählungen), Text, Übersetzung und Erklärung, Giessen 1922; A. Miller, Erzählungen, in LTHK, III, col. 42-49.
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Primo e Feliciano, santi, martiri - Decorazione musiva dell'abside dove papa Teodoro (642-49) depose i corpi dei due Martiri - Roma, chiesa di S. Stefano Rotondo.

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posteriore allo stesso Deut. 15, 19-23, dove le carni dei p. offerti in sacrificio pacifico erano consumate, per la parte loro spettante, dagli stessi offerenti. Il Deuteronomio (ibid.) adatta la legislazione del deserto alla nuova condizione di Israele in Canaan. Così, mentre in Ex. 22, 29 l'immolazione dei p. era prescritta per l'ottavo giorno dalla nascita, nel Deuteronomio deve compiersi durante il primo anno, p. es., in occasione di un pellegrinaggio all'unico santuario. I p., essendo sacri a Jahweh, non possono nel frattempo essere adibiti per i lavori dei campi o sottoposti alla tosatura. Il trattato miśnico Bēkhōrōth offre le interpretazioni e determinazioni giudicative su questa legge.

Per i p. dell'uomo Jahweh sancì il riscatto (Ex. 13, 13; 34, 20) fissato in 5 scili d'argento (Num. 3, 47; 18, 15 sg.); la sostituzione dei leviti, al momento della loro costituzione, tenne luogo del riscatto per altrettanti p. israeliti (Num. 3, 11 sg. 41-51). In tale occasione, il Signore devolvette la somma del riscatto ai sacerdoti, che con i leviti erano esenti da tal legge. I p. degli animali dovevano essere immolati a Jahweh se puri, uccisi se impuri.

Non c'è nella Tôrâh alcun obbligo di presentare al Tempio il p. degli uomini, per il riscatto; quest'uso prevalse dopo l'esilio (Neh. 10, 36); e si approfittava della visita al Tempio che la madre doveva fare (Lev. 12, 2-8), per l'altra legge della purificazione. La S.ma Vergine si conformò al pio uso vigente (Lc. 2, 22). I Giudei rimasero fedeli alla prescrizione del riscatto del p. anche dopo la distruzione del Tempio. Al 31° giorno dopo la nascita, i genitori invitavano un sacerdote al banchetto e gli davano i sieli. Gesù è detto p. di Maria (ibid. 2, 7) secondo l'uso ebraico, che prescinde affatto dalla nascita di altri figli (cf. S. Girolamo, Contra Helvidium, 101); ciò è comprovato dall'uso di πρωτότοκος nell'iscrizione trovata nel 1922 presso Tell el-Jehudijieh in Egitto. Nella poligamia potevano darsi più p.; il p., in rapporto al padre, è primizia della sua forza (Gen. 49, 3; Deut. 21, 17), nelle antiche famiglie aveva un posto di privilegio sui fratelli; ereditava una doppia porzione e il posto del padre a capo della stirpe; privilegio che poteva essere perduto (Esau, Ruben) o trasferito dal padre su altro figlio (Deut. 21, 15 sg.). Per tale diritto (ebr. bēkhōrāh) cf. Gen. 25, 31-34; 27, 36; 43, 33, ecc.; Hebr. 12, 16; τα πρωτότοκος. I p. erano oggetto del più grande affetto (cf. Gen. 22, 2, 12, 16; Jos. 6, 26; II Reg. 3, 27; Zach. 12, 10). Dio pertanto chiama Israele «suo p.» (Ex. 4, 22 sg.; Eccli. 36, 14; cf. Ier. 31, 9). E «figlio prediletto» (Lc. 20, 13; ἀγαπητός) equivale a figlio unico (Mc. 12, 6; cf. M.-J. Lagrange, Ev. selon st Luc, 3ª ed., Parigi 1927, p. 509).

Bibl.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, II, 2ª ed., Lipsia 1898, p. 253 sg.; L. Desnoyers, Histoire du peuple hébreu, I, Parigi 1922, p. 342 sg.; III, IV, 1930, pp. 215-243; J. B. Tissier, La signification du terme πρωτότοκος d'après une inscription juive, in Biblica, 11 (1930), pp. 373-90; A. Clamer, La Sibe Bible (ed. L. Pirot, 2), Parigi 1940, pp. 203, 205, 250 sg.; 253 sg., 253 sg., 253 sg., 253 sg., 253 sg., 253 sg., 253 sg., 253 sg., 252 sg., 252 sg., 252 sg., 252 sg., 252 sg., 252 sg., 252 sg., 252 sg.

MORFISMO); e p. supremo del divenire, «da cui dipende il cielo e la natura», è l'atto «puro», «per se stesso», Dio (Met., XII, capp. 6-7, 9).

Dalla scolastica il termine è ripreso con la ricchezza dei riferimenti aristotelici (definizione in Sum. Theol., 1a, q. 33, a. 1 c.). Viene inoltre precisata, in rapporto al mistero trinitario, la distinzione (incerta in Aristotele) fra causa e p.: mentre la causa implica sempre, nell'effetto, un rapporto di reale dipendenza nell'essere («causa est per se influens esse in aliud»), p. può anche indicare un semplice rapporto di origine-conseguenza (cf. s. Tommaso, De potentia, q. 10, a. 1 ad 10; Sum. Theol., 1a, q. 27).

Nella filosofia moderna, mentre sono stati abbandonati, insieme con le dottrine cui si ispiravano, alcuni riferimenti tradizionali, l'uso del termine si è ancora esteso. Si possono distinguere i seguenti significati principali:

a) p. in senso logico. DE DUZIONE (v.) dimostrazione (v.). In un determinato ordine o sistema è indomostrato e indomostrabile: p. primo, immediato. Ma vien preso talora in senso più ampio, come premessa anche non immediata. Oltre l'indicata distinzione (p. immediato-mediato) il p. è universale, se si riferisce all'ordine trascendentale della realtà e quindi vale per ogni campo del sapere (p. es., p. di identità, contraddizione, terzo escluso); particolare o proprio, se è limitato a un determinato campo del reale (p. es., i p. delle matematiche). È razionale, se conosciibile non solo dall'esperienza, ma anche razionalmente (a priori) per intuizione e analisi dei punti concetti o valori del pensiero; empirico, ESPERIENZA (v.). In opposizione agli indirizzi positivi che ritengono ogni p. esclusivamente fondato e commisurato all'esperienza, o dovuto a una libera scelta per scopi o interessi pratici, va ritenuto che i p. razionali sono frutto di una intuizione intellettiva: sempre rapportati all'esperienza quanto al reale contenuto dei loro termini (soggetto e predicato), dipendono, nel loro significato formale (rapporto di appartenenza dei termini, affermazione-negazione) dalla originaria percezione intellettiva dell'essere e dei suoi valori. Il p. è infine puramente esplicativo o analitico, se in esso il predicato non aggiunge alcunché al soggetto; sintetico, se il predicato (sia a priori che a posteriori) è additivo di una determinazione non formalmente contenuta nel soggetto (cf. E. Kant, Kritik der reinen Vernunft. Transzend. Logik, 1. II, cap. 2).

b) P. in senso gnoseologico: indica conoscenza (v.) si ritiene come per sé evidente e vero, e pertanto come fondamento di un sistema critico del conoscere. Secondo i vari indirizzi tale p. è talora riposto o in un dato immediato di esperienza (autocoscienza, sensazione, esperienza morale, ecc.) o in un psicologico-metafisico-astratto.

c) P. in senso reale-ontologico. È un ente o realtà da cui dipende un'altra realtà. causa (v.) è p. in questo senso: p. estrinseco, la causa efficiente e finale, p. intrinseco, ossia costitutivo della realtà stessa, la causa materiale e formale. Nel pensiero cristiano Dio è p. efficiente-trascendente, e pertanto non costitutivo, di tutta la realtà. monismo (v.) ASSOLUTO (v.) è p. immanente, e quindi anche costitutivo, del finito. I p. intrinseco-ontologici, più che realtà, vanno intesi come «momenti» metafisici della realtà (principia «ut quibus»). Nel tomismo unica realtà semplicissima, senza composizione alcuna di p. costitutivi, è Dio; ogni ente finito importa invece composizione di p. metafisici (attopotenza, essenza-essere, materia-forma, sostanza-accidenti).

d) P. come «massima». Indica le generali regole direttive dell'azione, espresse in giudizi di valore: p. estetici, etici, giuridici, politici, religiosi, ecc. «Intellectus principiorum» (nel campo etico «sinderei», [v.]) è detta da s. Tommaso la naturale attitudine e disposizione della mente a formulare i primi p. speculativo-pratici (Sum. Theol., 1a, q. 79, a. 12; cf. 1a-2a, q. 51, a. 1, e In Ethic. ad Nicom., 1. VI, lect. 5a, n. 1178-79).

e) P. in senso psicologico. È la sorgente o causa delle attività psichiche: persona (v.) come «principium quod» o soggetto di attribuzione dell'azione; la natura, l'anima, facoltà (v.) come «principium quo» o radice e condizione ontologica determinante l'azione.

f) P. come legge o ipotesi generale esplicativa (o regola direttivo-metodica di ricerca) dei fatti e fenomeni della natura, p. es.: p. della conservazione dell'energia, p. d'inerzia, p. di indeterminazione, ecc.

g) In senso generale, p. è ciò che fonda, che spiega, che dà ragione di una realtà, di un fatto, p. es.: p. vitale, p. INDIVIDUALISMO (v.). Detto di una scienza, di un sistema, di una dottrina, p. vale elemento o verità fondamentale di essa (cf. Cartesio, Principia philosophiae; Berkeley, Principles of human knowledge, ecc.).

Con significato tecnico, nell'idealismo trascendentale faticano il p. assolutamente primo esprime «quell'atto, che non si presenta né può presentarsi, tra le determinazioni empiriche della nostra coscienza, ma, piuttosto, sta a base di ogni coscienza e, solo, la rende possibile». Tale p. è da Fichte riposto nell'Io come autoposizione assoluta (Wissenschaftslehre, parte 1a, § 1; trad. II. di A. Tilgher, 2a ed., Bari 1925, p. 51 sgg.).

BIBL.: per indicazioni generali v., oltre le opere citate, Eisler, Wörterbuch der philos. Begriffe, II, 4a ed., Berlino 1929, p. 493-97; A. Lalande, Vocab. techn. et critique de la philosophie, ed., Parigi 1947, pp. 807-11; V. BIBLICA. delle voci conoscienza; Logica; Giudizio. In particolare, G. Calogero, I fondamenti della logica aristotelica, I, cap. 3, Firenze 1927, pp. 42-90 (su p. logici); L. Fuetscher, Die ersten Seins- und Denkprinzipien, Innsbruck 1930; A. Guzzo, L'io e la ragione, parte 3a, cap. 6, Brescia 1947, pp. 181-95.