PRISCILLIANO E PRISCILLIANISMO

PRISCILLIANO e PRISCILLIANISMO. -
Erisiarca, vescovo intruso di Avila (ca. 345-85) le
cui tragiche vicende la critica viene chiarendo pro-
gressivamente. Le accuse di eresia contro di lui
provengono dalle accuse dei suoi contemporanei e
dall'eterodossia certa dei suoi discepoli, più che dal
contenuto dei suoi scritti noti fino ad ora.

Nobile spagnolo, di vasta cultura ed esercitato nelle
arti magiche, P. ancora laico propagava ca. il 370, nelle
regioni di Merida e Cordova principalmente, una dot-
trina esoterica, di origine gnostico-manichea ed in con-
vegni segreti prometteva, mediante certe pratiche asce-
tiche, una perfezione graduale agli iniziati. Con la sua
faconcia persuasiva sedusse molti nobili e plebei e alcuni
vescovi come Istanzio e Salviano. Costoro conferirono il
presbiterato e poi la consacrazione episcopale per la sede
di Avila al capo accrescendo così prestigio alla setta.
Questa presto si estese per la Lusitania, la Betica, la
Galizia e la Gallia meridionale.

Una reazione fanatica condotta dai vescovi Idacio
di Merida e Itacio di Ossanova sorse presto a contrastarla.
Della controversia si occuparono le autorità ecclesiasti-
che e civili, i Concili spagnoli, come quelli di Saragoza
del 380 e di Toledo nel 400; s. Damaso e s. Ambrogio
di Milano, s. Martino di Tours e l'imperatore Massimo.

Quanto all'eresiarca, le sue vicende occupano 15 anni
di varie fortune, finché, convinto di maleficio e im-
moralità dinanzi al tribunale imperiale e condannato
secondo le leggi, fu giustiziato a Treviri nel 385 (Sulpicio
Severo, Chron., 2, 50, 8). La condanna cui invano s'era
opposto s. Martino di Tours, disapprovata dal papa Siricio
e da s. Ambrogio, coronò l'eretico, tra i suoi, dell'aureola
dei martiri; e la setta, principalmente in Spagna, ne ac-
quistò splendore, che durò finché gli anatemi del Con-
cilio di Braga del 563 non le diedero il colpo fatale,
senza però estinguerla del tutto.

Sino alla fine del secolo scorso nulla si conosceva
degli scritti personali di P. a eccezione di un frammento
epistolare conservato da Orosio e dei Canones in Epi-
stolas s. Pauli, breve teologia paolina, in 90 sentenze riu-
nite dal vescovo spagnolo, sconosciuto, Peregrino; finché
nel 1889 si pubblicarono i trattati di P. scoperti a Würz-
burg. Grande fu la sorpresa di non trovare in essi né
le doti d'ingegno che Sulpicio riconosceva a P. né il
cumulo bizzarro di errori che gli imputava la tradizione.
Ci fu chi negò all'eretico questi trattati per attribuirli ad
Istanzio, uno dei suoi discepoli (così don G. Morin, Pro
Instancio contre l'attribution à Priscillien des opuscules du
manuscrit de Wurzbourg, in Rev. bén., 30 [1913], pp. 153-
173; all'opposto J. Martin, Priscillian oder Instanius, in
Hist. Jahrb., 47 [1927], pp. 237-51). Altri, come G. Scheps,
F. Paret, E.-Ch. Babut, cercarono di riabilitare la persona
di P., la cui condanna sarebbe stata ingiusta e infondata.
Oggi la critica è d'accordo con la tradizione fondandosi
sulle testimonianze di s. Ambrogio, s. Girolamo, Filastrio,
Sulpicio Severo, Itacio, Innocenzo I, s. Isidoro e dei Con-
cili di Saragoza, Toledo e Braga e sulla colpevolezza del-
l'eresia priscillianistica che riempie la storia di Spagna
per più di un secolo. Neppure ragioni decisive si sono
per negare l'autenticità dei trattati di tendenza apologe-
tica non scevi, d'altra parte, di tracce priscillianistiche.
Ridotti a schema, i capi dell'eresia sono i seguenti: teoria
modalista, che nega la Trinità; Cristo, gli angeli e l'anima
umana sarebbero emanazioni gnostiche; il demonio, prin-
cipio del male, sarebbe la causa del corpo come pure delle
tempeste e delle siccità; si condanna il matrimonio ed è
ammessa l'unione extramatrimoniale, si nega la risurre-
zione della carne ecc. Il priscillianismo in Spagna pro-
vòcò tutto un ciclo di confutazioni. Ecco le più significa-
tive. Dopo Tiberiano Betico e i suoi amici, autori di una
professione di fede alla quale allude P. (Liber apologeticus,
3) e di Latroniano «poeta comparable con gli antichi»,
secondo s. Girolamo (De vir. inl., cap. 122), le cui opere
sono sparite, la figura più importante è quella di Dicti-
nio, vescovo di Astorga, che abiurò i suoi errori nel I Con-
cilio di Toledo. I trattati eretici si leggevano, però, con
venerazione anche al tempo di s. Leone Magno, per cui

il Concilio di Braga del 563 li condannò nuovamente.
Uno di essi, intitolato Libra, denunziato dalle Baleari a
s. Agostino, ca. il 420, da Consenzio (s. Agostino, Epist.
119), giustificava la menzogna, ricorso tipico dei priscil-
lianisti: «iura, perciura, secretum prodere noli» e pro-
vòcò la confutazione di s. Agostino: Contra mendacium.
Nulla rimane delle accuse mordaci di Idacio e Itacio.
Il Simbolo della fede e gli anatematismi del I Concilio
di Toledo furono confutati dal vescovo galiziano Pa-
store: Libellus in modum symboli (cf. J. A. de Aldama,
El Simbolo Toledano, I, Roma 1934); Siagrio, vescovo
della medesima regione, si segnalò nella polemica con
certe Regulae definitionum contra haereticos (cf. G. Morin,
Pastor et Syagrius, deux écrivains perdus du Ve siècle,
in Rev. bén., 10 [1893], pp. 385-94). Della viva polemica
suscitata da Toribio di Astorga (a. 440) restano due
lettere, mentre un Commonitorium e un Libellus del me-
desimo, oggi perduti, si riflettono nella risposta del papa
Leone I del 447. Con il suo Commonitorium de errore Pri-
scillianistarum et Origenistarum, Orosio interessò nella
disputa s. Agostino, il quale rispose con la sua opera
Contra Priscillianistas et Origenistas. Gran parte, final-
mente, della produzione simbolica, abbondante in Spagna
fino alla fine dell'epoca visigotica, ha questa tenden-
za antipriscillianista non priva di preoccupazioni anti-
ariane.

BIBL.: ed. dei trattati di Würzburg da G. Scheps, in CSEL, I, Vienna 1889. Letteratura: Z. Garcia Villada, Historia ecle- siatica de España, I, II, Madrid 1929, pp. 91-145; A. D'Ales, Priscillien et l'Espagne à la fin du IVe siècle, Parigi 1936; Fliche- Martin-Frutaz, III, pp. 392-400, 474-77; IV, pp. 366-68; J. Madoz, Priscilliano, nella Historia general de las literaturas hispánicas, Barcelona 1949, pp. 104-108; id., Arrianismo y Priscillianismo en Galicia (Memoria del Congreso en honor de S. Martin de Mundo), Braga 1950, con bibl. Giuseppe Madoz