PULCI, Luigi. - Poeta, n. in Firenze il 15 ag. 1432, m. a Padova nel nov. 1484. Presto entrò in personali rapporti di affettuosa clientela con i Medici e fu «observantissimo servitore» di Lorenzo, che gli affidò missioni in più parti d'Italia.
Fin dai giovani anni, il P. s'era fatto conoscere come buon poeta in volgare. Per esortazione di Lucrezia Tornabuoni, madre del Magnifico, si diede a comporre (dal 1453, pare, al '70) e a leggere alla corte di via Larga i canti del suo bizzarro poema cavalleresco in ottave, il Morgante, pubblicato in parte già nel 1480, edito due anni dopo in 23 canti, e detto poi «maggiore» (epiteto che gli editori oggi respingono) nell'edizione fiorentina rivista e accresciuta dall'autore, in 28 canti, del 1483 (ed. a cura di G. Fatini, Torino 1948). Poco prima delle sue nozze (1472) con una Albizzi il P. si pose alle dipendenze del capitano di ventura Roberto da Sanseverino e lo seguì quasi di continuo, per 12 anni, fino alla morte.
Il P. dové interpretare a un certo momento per il Medici una tendenza estrema di antiumanistica empietà, che mal si conciliava con i movimenti culturali così vivi nella Firenze degli ultimi decenni del secolo, quali l'umanesimo platonico-cristiano di Marsilio Ficino e il neo-classicismo latino e volgare di Angelo Poliziano. Con il Ficino il poeta scese ad una polemica che s'avvili subito all'invettiva beffarda o scurrile; con il Poliziano serbò invece rapporti di amicizia e gratitudine. Ma è probabile che lo stesso Lorenzo provasse infine ombra di fastidio verso di lui o per il mutarsi del gioco politico, o anche per le lagnanze dei suoi amici fiorentini e della pia sua moglie Clarice. Donde il quasi esilio del P. e il suo sdegno verso l'ambiente umanistico fiorentino che lo respingeva.
Quasi ignaro di latino e di classici, noncurante delle tradizioni poetiche trecentesche e legato indubbiamente, nel suo dispregio di problemi religiosi, aristotelico-tomistici o platonico-ficiniani, alla miscredenza di israeliti fiorentini, e all'avverismo scientifico e al naturalismo padovano, il poeta piegò il suo vivace estro al ridanziario rifacimento dei motivi cavallereschi che trovava rozzamente aggrappati o parodiati in cantà anonimi (come quello, fiorentino, che il Rajna studiò, l'Orlando); e ne nacque il Morgante, che in un primo tempo l'autore intendeva forse intitolare I fatti di Carlo Magno. Gli ideali dei suoi eroi sono dissolti in un'atmosfera precipitosa e buffonesca: la religiosità, che alcuni pretese veder conservata, sullo schema dei consueti cantà, anche nelle invocazioni dei diversi canti, è in sostanza ambigua e irridente. Basti osservare del poema le meccaniche, canzonatorie conversioni alla fede, la manifesta incredulità che vi circola, l'indulgere alle interpretazioni razionalistiche o materialistiche che confusamente sembrano risentire dell'avverismo, teorizzato per esempio in quegli anni da Nicoleto Vernia allo Studio padovano; e poi la gratuità di certe gesta dei paladini, che sanno di marionettesco; e
le digressioni e considerazioni, alcune candide, altre bizzaramente eretiche, che pullulano nel poema come nei sonetti del P. La stessa mossa dantesca di parecchi canti è evidentemente paradistica. Confrontato con l'umanesimo gentile e cortigiano del Boiardo, o con la sorridente commedia umana a cui l'Ariosto innalzerà i suoi eroi, trovando l'accordo fra il romanzesco della cavalleria e la cultura squisita del suo tempo, il mondo poetico del P. apparirà ancor più rozzo e medievaleascamente disarmonico, senza il distacco proprio del vero umorismo, come s'avverte, ad es., nell'insistenza con cui fra lo straordinario e lo smisurato vi ammica il grottesco anche nelle scene ove il patetico è tradizionale (v. CARLOW); e così, anche nel tono burlesco che s'ingegna di intrecciarsi al meraviglioso e al romanzesco, è assai problematico, se non impossibile, trovare, come invece spirava il Foscolo, «un effetto tragico, anzi un sentimento religioso che lo riveste d'una tal quale dignità».
Tutta la trama del poema si svolge su modi familiari e popolareschi, con maggior ricchezza ed originalità del suo modello Orlando. La perfidia di Gano, la bontà e credulità di Carlo, l'audacia generosa dei paladini Orlando e Rinaldo, la rozzezza ingenua del grosso Morgante, la beffarda empietà di Margutte, le sottigliezze teologiche del demonio Astartote e gli incanti del mago Malagigi offrono al poeta motivo di innumerevoli episodi e complicazioni, in un linguaggio volutamente scanzonato e talvolta beccero, e in un'ottava che, sia per seguire la tradizione popolare, sia per adeguarsi all'intenzione paradistica, rifugge da ogni armonia classica, e con le attese e il ritmo precipitoso sottolinea il tono buffo, la precarietà di situazioni psicologiche e la provvisorietà della tecnica. Ma pur nelle sue insufficienze, il poema del P. rimane singolarissimo documento di fantasia non mediocre, e ha un suo posto ben preciso in quella storia dell'elaborazione e dello scadimento dei miti cavallereschi in chiave paradistica o satirica, che è punteggiata, ad es., dal Margutte del P., dal Cingar del Folengo e dal Panurgo del Rabelais. E di certe figure pulciane più riuscite e originali, come il silogizzante Astartote, non va dimenticato, pur nel mutarsi dei toni poetici e degli atteggamenti spirituali, l'influsso sulla poesia romanzesca ed epica del Cinque e del Seicento, dall'Ariosto al Tasso e al Milton.
Alla vena popolare si richiama pure il poemetto in ottave, freddo e duro, La Giostra, che il P. compose per le nozze del Magnifico (1469); ben altro saprà fare il Poliziano cantando un simile torneo pochi anni dopo. In gara con la Nencia di Lorenzo il P. compose la Beca di Dicomano, di struttura bucolica in chiave burlesca, come a beffa di idilli e delicatezze del mondo pastorale; e rieversò il suo gusto di rapida descrizione in varie lettere argute, il suo umore fra lo scontroso e l'irritante in Fruttale e in Sonetti, spesso gustosi o amari nell'invettiva, come quelli, maligni e sarcastici, scambiati con Matteo Franco. In base a ricerche scaltrite su indizi non convincenti, si suppone da molti che il P. abbia anche messo mano a due opere che la tradizione e le stampe attribuiscono concordemente al fratello Luca (1431-70): le ottave del poemetto mitologico Driadeo d'Amore (1465) e quelle del poema giocoso Ciriffo Calvanero: quest'ultimo sarebbe stato proseguito da Luigi dal secondo al quinto canto (un altro fratello, Bernardo [1438-88], è autore della sacra rappresentazione Barlaam e Josafat e di poesie religiose, quasi tutte inedite). Di scarso valore, anche autobiografico, è La Confessione, un capitolo in terza rima che si ricollega a quanto il poeta dice a giustificazione di sé e della sua fede in chiusa del Morgante, e non bastò certo a scrollare di dosso al bizzarro poeta la fama, che ebbe ai suoi tempi, di miscredente, e che lo fece escludere dalla sepoltura ecclesiastica.
BIML: V. Rossi, Il Quattrocento, Milano 1933, pp. 353 ssgr., 419 ssgr. e note bibliogr., pp. 401-402 e 467-68, integrate dalle pp. XVI-XVII del Supplement, bibliograf. (1932-40) di A. Vallone, Milano 1949; G. Toffanin, Storia dell'umanesimo, II, Bologna 1952, p. 330. Giulio Vallese
