PUSILLANIMITÀ

PUSILLANIMITÀ. - Etimologicamente (animus pusillus) dice mente debole, animo piccolo; si usa alcune volte in senso morale buono (Is. 35, 4; I Thess. 5, 14); ma generalmente si usa in senso morale deteriore (Ps. 54, 9; Eccli. 7, 9; Lc. 12, 28; Col. 3, 21), e può definirsi: la disposizione dello spirito di chi si sottrae al dovere e al sacrificio di affrontare o seguire qualche cosa, perché la giudica superiore alle forze di cui può disporre, mentre non lo è.

Il Vangelo dipinge molto bene la persona pusillanime nel servo, cui il padrone in procinto di un lungo viaggio affida un talento da trafficare; il servo per paura del rischio lo nasconde accuratamente; e al ritorno gioisce di poterlo riportare integralmente al padrone che però risponde con un'aperta e rigida condanna (Mt. 25, 14-26).

Circa la gravità morale di questo difetto si deve dire che in genere è soltanto leggero, a meno che non impedisca l'adempimento di un dovere grave e conduca ad omettere i mezzi necessari alla salute eterna. Così le pubbliche autorità che per p. manchino di correggere difetti o gravi scandali pubblici, per l'apprensione di non avere riuscita, di fare opera inutile e nociva; lo stesso vale per i genitori, a meno che non si tratti di prudente differimento per impedire mai maggiori o assicurare il successo intervenendo in tempo più opportuno (v. TOLERANZA). Chi in tempo di persecuzione o in luoghi d'intolleranza religiosa, per esagerata apprensione di non avere la forza morale necessaria di professare esternamente la fede, urgendo il dovere, la dissimula o sottoscrive a giuramenti illeciti, pecca gravemente (cf. can. 2205, 2229). Chi tormentato da tentazioni diuturni e gravi, o magari di fronte a cadute più o meno frequenti, si lascia andare senza reagire ed usare i mezzi a sua disposizione per superare le tentazioni convinto che ormai non c'è più nulla da fare, pecca gravemente.

La p. arreca gravi mali agli individui e alla società. L'individuo viene paralizzato moralmente nelle opere buone, indotto ad opere cattive indulgenza al rispetto umano; permettendo che prendano ordine i malvagi. La forza dei cattivi è la p. di chi si crede buono.

Le cause della p. sono o d'indole morale o più spesso di indole psicopatica (idee fisse, temperamento linfatico o timido, melanconia ecc.); è evidente che in questa seconda ipotesi l'individuo va giudicato responsabile di eventuali omissioni, tenendo presenti i principi relativi a questi stati d'animo, e curato con le necessarie attenzioni da chi è vicino all'individuo, con la precauzione di non esporlo a prove superiori alle sue capacità. Nella forma morale i rimedi sono la formazione assidua del carattere, la convinzione della vita del rispetto umano, la considerazione di esempi magnanimi.

Bibl.: Summ. Theol., 2a-2b, q. 133, aa. 1-2; Gaetano da Bergamo, Le quattro virtù cardinali, Roma 1780, p. 227 sq.; C. R. Billuart, Cursus theologiae, II, Brescia 1838, p. 734; M. A. Janvier, Esposizione della morale cattolica, X. La virtù della fortezza. Quaresimale del 1920, Torino-Roma 1938, pp. 159-171.

PITIFARE. - Nome di due personaggi egiziani che ricorrono nella storia del patriarca Giuseppe.

Vi corrisponde un doppio nome ebraico: Pöthphar e Pöth-phéra, gr. Πετρεφής, latino Putiphar. È in discussione la forma originaria del nome egiziano: molti sostenono che equivalga al teoforico P'-di-p'-R' o donato da Rà', attestato da una stelle funeraria della XXI dinastia (Museo del Cairo), che è del sec. IX a. C.; altri proponono altre etimologie e suppongono che l'uso del nome possa essere applicato ai tempi di Giuseppe. P. (Pöthphar) era un ufficiale della corte del Faraone, al quale gli Ismaeliti vendettero Giuseppe (Gen. 37, 36); questi seppe farsi poi tanto ben volere che in breve ebbe dal padrone la direzione di tutta la sua ricchissima casa (ibid. 39, 1-6). Ma la moglie di P., invaghitasi del giovane, voleva indurlo

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(per curissia del p. Jacques de Bivort de la Sander) Pusey, Edward Bouverie, detto - Ritratto - Londra, National Portrait Gallery.

grande erudito abbia mai pensato di entrare nella Chiesa cattolica come il suo amico. Si è detto di P. che somiglia ad una campana, la quale suona per chiamare i fedeli