RAMA (EBR. HĀ-RĀMĀH « L'ALTURA »)

RAMA (ebr. hā-Rāmāh « l'altura »). - Nome di diverse località bibliche situate in collina.

1. R. nella tribù di Beniamin (Ios. 18, 25) sulla via Gerusalemme-Bethel (Iudc. 4, 5), a nord di Gabaa (Iudc. 19, 13; 1 Sam. 25, 6), posto avanzato a sud del Regno d'Israele e fortificato dal re Baasa (I Reg. 15, 17; II Par. 15, 1-6). Dopo la caduta di Gerusalemme divenne centro di raccolta dei prigionieri deportati in Babilonia (Ier. 41, 1). Ripopolata dopo l'esilio dai Beniaminiti (Eid. 2, 26; Neh. 11, 33), non era che parvus siculus all'epoca di s. Girolamo (PL 25, 1354). L'indicazione di Eusebio (Onom., 144, 14), a 6 miglia al nord di Aelia, risponde all'odierno villaggio di er-Rām, 9 km. a nord della via Gerusalemme-Naplusa.

2. R. in Nephthali (Ios. 19, 36) è il villaggio di er-Rameh, al 25° km. della via da Safed ad Aeri. Nel 1930, fra i resti di abitazioni giudaiche, vi fu scoperta una iscrizione alla memoria di Rabbi 'Elī'ezer bar Te'ādār, che vi aveva costruito una locanda.

3. R. in Aser (Ios. 19, 28) era nelle vicinanze di Tiro; è di incerta identificazione. È stato proposto sia Ramjah all'est di Rās en-Naqūrah, sia Hīrbet er-Rāmāh a est di el-Bassah.

4. R. patria, residenza e luogo di sepoltura del profeta Samuele (I Sam. 1, 1; Rāmāthajim; negli altri passi, 1, 19; 2, 11; 7, 17; 8, 4; 15, 34; 16, 13; 19, 18; 22, 23; 25, 1 sempre Rāmāh e con l'accusativo di moto Rāmāthāh). I Settanta trascrivono 'Aḫuzāẓūz (in 19, 18; 20, 1 'Pāyāz) da cui 'Aḫuzāẓūz dei Vangeli (v. ABHMAYRA). Fra le tante località proposte per la patria di Samuele, la più probabile è quella già attestata da Eusebio (Onom., 144, 28) e da s. Girolamo (Epist., 108; PL 22, 883), e cioè il villaggio di Rentis, 15 km. a nord-est di Lāda e 40 da Gerusalemme. Questa tradizione s'accorda con l'itinerario di Saul alla ricerca delle asine e con l'incontro con il profeta nella sua casa di R. La forma quale Rāmāthajim allude alle due alture su cui si estende il villaggio.

BIBL.: L. Heidet, s. V. in DB, V, coll. 944-51; W. F. Albright, The Ramah of Samuel, in Journal of the Palestine Oriental Society, 7 (1927), pp. 109-11; A. Fernandez, La patria del profeta Samuel, in Biblica, 12 (1931), pp. 119-23; F. - M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, pp. 427-28. Donato Bakā

RĀMA. - R., come Kṛṣṇa (v.), fu un eroe mortale, che meritò di essere considerato un'incarnazione (gavatāra) del dio Viṣṇu per il suo valore e le sue straordinarie virtù. Apparteneva alla dinastia solare, che aveva per capostipite Iṣkāvu e si gloriava di discendere da Vivasvat, il Sole; giunse al trono dopo una lunga serie di peripezie che sono argomento del Rāmāyaṇa (v.) o Geste di Rāma.

Non si sa quando l'ammirazione per l'eroe cominciò a trasformarsi in venerazione per il dio fatto uomo. Nelle parti del Rāmāyaṇa riconosciute apocrife, che appartengono ca. al sec. II d. C., l'apoteosi di R. è già un fatto compiuto, ma non si ha notizia di un vero e proprio culto reso alle immagini di R. e Sītā, fino al sec. XIII. Dettore un vigoroso impulso alla diffusione del ramaismo, le riforme attuate dal brahmano Rāmānanda (sec. XIV) in seno al viṣṇuismo. Egli sostitui il culto di R. e Sītā a quello, assai men nobile e puro, di Kṛṣṇa (v.) e della sua amante Rādhā; si servì dei dialetti neo-indiani, per rendere accessibili al popolo le dottrine del ramaismo e abolì le distinzioni castali nell'ordine da lui istituito. Per opera sua e dei suoi discepoli, che furono 13, fra i quali una donna,

Padmavāti, il ramaismo si estese a tutta l'India, non senza scismi causati da dissensi dogmatici. Uno dei più importanti è quello che divide anche oggi i ramaiti del nord (ṣaḍāhalai) dai meridionali (teṅkalai). I primi credono che per conseguire il mokṣa (v.), sia necessaria la bāshī, la latria. Non basta cercare rifugio in Dio (R.-Viṣṇu) per ottenere la salvezza; bisogna meritarla con l'osservanza delle pratiche religiose, la condotta morale e l'esercizio dello Yoga. I secondi credono invece che Dio salvi spontaneamente le anime predisposte a ricevere la sua grazia, e sia perciò sufficiente la prapatti, la dedizione a lui. I ṣaḍāhalai prendono esempio dallo scimmiotto che si aggrappa alla madre per essere da lei portato in salvo, mentre i teṅkalai fanno come il gattino che si abbandona, inerte, alla madre per farsi trasportare in luogo sicuro.

BIBL.: E. W. Hopkins, The religions of India, Boston e Londra 1898, p. 500 sgg.; R. G. Bhandarkar, Vajayavism, Sarvism a minor religious systems (Grundriss der indw. Phil., III, 6), Strasburgo 1913, p. 46 sgg. Ferdinando Belloni Filippi

RAMAḌĀN: V. ISLĀM.

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“RAMA (EBR. HĀ-RĀMĀH « L'ALTURA »).” Enciclopedia Cattolica, vol. X (1953), p. 305. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/rama-ebr-ha-ramah-l-altura.