RAMO (RAMUS, de la RAMÉE), PIERRE. - Umanista francese, n. nel 1515 a Cuth (Soissons) e perito il 3° giorno della strage di S. Bartolomeo (26 ago. 1572).
Nutrito di studi classici, si disgustò presto della filosofia aristotelica ancora predominante. La lettura di Seofonte e di Platone lo innamorò del metodo socratico. Appena ventenne si addottorò in artibus (1536) con una disputa in cui prese a sostenere che «quae cumque ab Aristotele dicta essent, commentitia essent». Insegno di prima nel Collegio di Mans a Parigi, poi aprì una propria scuola al Collegio dell'Ave Maria, per l'insegnamento della retorica, accompagnato dalla lettura e commento dei classici greci e latini. All'insegnamento della retorica ricordo di esse ben presto, sull'esempio di Lorenzo Valla e di Lodovico Vives, quello della dialettica che egli s'adoprò a liberare dal formalismo scolastico. Nel 1543 pubblicò a Parigi le Dialettiche partitiones (ripubblicate poi nel 1553 col nuovo titolo Institutionum d'aleiticarum III. III) e le Aristotelica animadversiones. Attaccati da Pietro di Perim della Sorbona e dal giurista portoghese Antonio di Govea, i due scritti furono censurati dalla facoltà di teologia e soppressi con decreto reale del 1° marzo 1544, mentre l'Università chiedeva per l'autore di essi la galera. Sospeso dall'insegnamento, fu incaricato di riordinare il Collegio di Presles, che sotto la sua direzione divenne uno dei più fiorenti dell'Università parigina, si che ben presto egli divenne bersaglio di nuove accuse. Con la protezione del card. di Lorena, fu creata per lui una cattedra al Collège Royal (1551), ove pronunziò la celebre prolusione Pro philosophica disciplina dinanzi a duemila ascoltatori. Da questa cattedra egli prese a trattare, una dopo l'altra, tutte le arti liberali, la filosofia naturale e la metafisica. Nel 1554 fu attaccato da Giacomo Charpentier, che scrisse le sue Animadversiones in II. III institutionum dialecticum P. Rami, e nel 1566 le Orationes contra Ramum; lo Charpentier fu il suo più implacabile nemico.
Il R. ritiene la logica aristotelica artificiosa, e, dotato com'è di spirito umanistico, si propone un ritorno alla logica naturale, innata in tutti gli uomini e rappresentata dal metodo socratico nei dialoghi di Platone. Al centro di questa dialettica sta la domanda, cioè il problema che l'uomo via via è condotto a porsi intorno a un determinato argomento e che risolve per mezzo della ricerca (l'inventio con i suoi loci communes) e del giudizio che si esplica nei suoi tre gradi: il sillogismo, il sistema, la riduzione di tutte le scienze a Dio. Questa riforma umanistica della dialettica tende a sostituire all'analitica aristotelica la ciceroniana «invenzione» oratoria. Con l'esercizio appunto del parlare e dello scrivere la logica naturale si perfeziona e diviene arte.
Nel 1561 il R. aderiva al calvinismo. Durante la prima guerra di religione, costretto ad abbondare Parigi, vi ritornò dopo la Pace d'Amboise (1563), per riprendere le lezioni al Collège Royal. Durante la seconda guerra civile si rifugiò presso il principe di Condé. Minacciato di rappresaglie, lasciò la Francia (1568) e si diede a vissiare le università riformate della Svizzera e della Germania. Ritornato a Parigi si trovò cacciato dalla direzione del Collegio di Presles e destituito dall'insegnamento al Collège Royal. Invano ricorse al card. di Lorena, invano sperò d'essere accolto a Ginevra ove il Bezza era troppo sospettoso dello spirito d'indipendenza che il R. dimostrò anche nella Defensio pro Aristotele (Losanna 1571), contro il rissoso teologo protestante Jakob Schenk. Il suo assassinio è dovuto alla denuncia dello Charpentier.