Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1718, insegnò retorica e filosofia a Siena (1725-31), teologia a Roma (1743-49); indi fu direttore spirituale degli alunni nel Collegio Romano (1751-55), poi segretario del generale L. Centurione (1755-58) e infine generale (25 maggio 1758).
Ebbe un generalato di continue ansie e martirio. Appena eletto papa Clemente XIII, il R. presentò una supplica contro le ingiustizie commesse dai cardd. Saldanha e Atalaja nella visita alle case dei Gesuiti in Portogallo e ne ricevette, con le più care dimostrazioni di affetto, tre raccomandazioni per quei tempi procellosi: silenzio, pazienza, preghiera, che il R. a sua volta raccomandò in successive circolari ai suoi sudditi. Clemente XIII si diede ogni cura per aiutare il Generale e segno di benevolenza fu la bolla Apostolicum pascendi del 7 genn. 1765. Ma questo non sospirò la tempesta scatenata dagli avversari: nel 1759 i Gesuiti furono cacciati dal Portogallo; nel 1763 dalla Francia, nel 1767 dalla Spagna, finché venne il breve di soppressione (1773). Il R. fu chiuso prigioniero prima nel Collegio Inglese, poi a Castel S. Angelo, dove languì fra i peggiori trattamenti per oltre due anni. Cinque giorni prima di morire, nell'atto di ricevere il Viatico, ripeté alla presenza del vicesettelano la protesta, già posta per scritto, dichiarando l'innocenza sua e di tutto l'Ordine (cf. E. Rosa, op. cit. in bibl., pp. 437-39). Allora gli fu resa giustizia con solenni funerali a S. Giovanni de' Fiorentini, con il beneplacito di Pio VI.
Il R. venne notato di troppa debolezza e remissività, anche da parecchi suoi religiosi, come solo capace di pregare e pazientare e non di agire in difesa dell'Ordine, ma in realtà non mancò né di prudenza né di attiva operosità, solo che dovette agire occultando ogni passo, anche agli intimi, come appare dai documenti conservati. Quanto alla favola che due gesuiti abbiano avuto dal R. l'ordine di avvelenare Clemente XIV, cf. B. Duhr, I Gesuiti, favole e leggende, I. Firenze 1908, pp. 62-75. Riguardo poi alla celebre frase: Sint ut sunt aut non sint, è da notare che essa non è del R., bensì di Clemente XIII, pronunziata contro la proposta del governo francese di nazionalizzare la parte francese dell'Ordine, separandola dalle altre (cf. F. X. de Ravignan, op. cit. in bibl., I, p. 105).