RIDOLFI, FAMIGLIA

RIDOLFI, FAMIGLIA. — Famiglia entrata in Firenze nel sec. XIII, iscritta nell'Arte della lana. Si arricchì con la mercatura ed ebbe una parte grandissima nella storia della Repubblica fiorentina. Conseguì per 21 volte la suprema dignità del gonfaloni erato e 52 volte il priorato.

Anteriormente al predominio mediceo, primeggia in essa il nome di LORENZO di Antonio (1362-1442), uno dei maggiori fiorentini del tempo suo, paragonato dal biografo Vespasiano da Bisticci per le sue civili virtù «a quelli antiqui romani», savio politico adoperato dalla Repubblica in innumeri cariche e ammascerie, professore di diritto civile e canonico nello Studio fiorentino, autore di opere giuridiche più volte ristampate nel sec. XV, come il trattato De usuris. Per il Concilio di Pisa scrisse, richiestone, un Consilium pro collegio cardinalium contra antiquitas.

Durante il predominio mediceo, anche in questa famiglia vi fu chi si schierò contro i Medici, come GIOVANBATTISTA di Luigi (1448-1514), uno dei principali scugnaci del Savonarola, e chi parteggiò per loro, come NICCOLÒ (1444-97), fratello del suddetto, decapitato per aver preso parte a una congiura per rimettere i Medici in patria dopo la cacciata del 94. PIERO di Niccolò ebbe in moglie Contessina figlia di Lorenzo il Magnifico, e da questi nuovi vincoli di sangue trassero i R. nuova grandezza. Oltre i personaggi ora nominati, e quelli trattati qui sotto in articoli particolari, sono principalmente da ricordare di questa famiglia: ANTONIO di Lorenzo, molto adoperato negli uffici e nelle ambascerie; BERNARDINO di Lorenzo (m. nel 1575), cavaliere di S. Stefano, combatté a Lepanto e fu ammiraglio della flotta toscana; il card. OTTAVIO (1586-1624). Nel sec. XIX, COSIMO di Luigi (1794-1865) fu benemerito delle scienze agrarie, presidente del Consiglio dei ministri di Toscana nel 1848, poi senatore del Regno d'Italia.

BIBL.: G. Carocci, La famiglia R. di Piazza, Firenze 1889. Cf. inoltre: Eubel, III, passim. Su Cosimo: S. Camerani, Cosimo R. e l'avvento al potere del ministero Guerraszi-Montanelli, in Arch. stor. ital., 102 (1944), pp. 114-21; id., I diari inediti di Cosimo R., in Leonardo, 16 (1947), p. 289 ssgg.; R. Cessi, La mis
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RIDOLFI, NICCOLÒ. — Cardinale, n. a Firenze il 16 luglio 1501, da Piero e da Contessina de' Medici figlia di Lorenzo il Magnifico, fu avviato alla carriera ecclesiastica subito che il card. Giovanni de' Medici, suo zio, fu assunto al papato col nome di Leone X.
Nel 1517, a soli 16 anni, ebbe la porpora cardinalizia col titolo dei SS. Vito e Modesto, che cambiò in seguito nella diaconia di S. Maria in Cosmedin e finalmente nell'altra di S. Maria in Via Lata. Nel 1518 ebbe la prepositura di Prato, il vescovato di Orvieto nel 1520; ma fu sotto il pontificato dell'altro suo consanguineo, Clemente VII, che cominciò per lui la pioggia dei benefici: al vescovato di Orvieto si aggiunsero quelli di Vicenza nel 24, di Forlì nel 26, di Viterbo nel 32, di Imola nel 33; gli arcivescovi di Firenze nel 24 e di Salerno nel 33. Questi benefici, e altri minori, assicurarono enormi entrate al R., che ne fece larga parte ai letterati di cui amava circondarsi. Eletto legato del Patrimonio (1524), fu poi inviato a tener fermi gli animi dei Fiorentini (1527); ma la sua andata sortì contrario effetto ai desideri del Papa, perché il R., per parentele, per amicizie, per inclinazione alle antiche libertà, mostrò piuttosto favore che rigore verso chi operava contro il principato mediceo e l'invito governo del card. Passerini. Ribellatasi la città ai Medici, dopo il sacco di Roma, il R. fu del ristretto numero dei cardinali che a Parma, essendo il Papa assediato in Castel S. Angelo, si occuparono degli affari della Chiesa. Come cardinale e come parente, durante l'assedio di Firenze da parte degli eserciti papali e imperiali, fu dalla parte del Papa, essendo anche sdegnato contro la sfrenata fazione che aveva in mano la città. Ma quando questa venne sotto la tirannide di Alessandro, si schierò contro il duca con i patrioti esuli, tacitamente mentre il Papa visse, apertamente dopo la morte di lui. Ucciso Alessandro e suc

cessogli Cosimo, insieme ai cardd. Salviati e Gaddi mosse con un esercito verso Firenze per opporsi a tale elezione, facendo valere, coi Salviati e con gli Strozzi, i suoi diritti di ultimo discendente legittimo di quel ramo de' Medici che aveva signoreggiato la patria. Ma mentre egli, per tradizioni familiari e per le idee repubblicane che gli venivano dai suoi studi umanistici, voleva sinceramente rendere a Firenze la libertà e il Consiglio grande, il Salviati pensava ai vantaggi che gli potevano derivare dalla sua parentela con Cosimo. Così, essendo i cardinali disuniti, la spedizione fallì. Non per questo il R. si arrese, e da Roma, sotto i benevoli occhi di Paolo II, continuò ad insidiare il principato di Cosimo. Dopo la morte di Paolo III, il R. fu tra i papabili, nonostante l'opposizione imperiale. Favorito dai cardinali di parte francese, sarebbe stato facilmente eletto se i Farnese, i bitri del conclave, avessero seguito le raccomandazioni del defunto Pontefice. Invece parvero volgere al R. soltanto dopo che questi fu uscito di conclave per una indisposizione. Richiamato con promesse certe, si accingeva a rientrare quando una subita morte lo colse il 31 gennaio. Il 15° «nel momento il più prossimo alla sua elezione» (Galluzzi, Storia, I, 7). Si parlò naturalmente di veleno, datogli da Cosimo o «da chi non aveva altro modo a impedirgli il papato» (B. Segni, Storie, XII). Ma ciò è per lo meno dubbio, anche se il famoso medico Realdo asserì pubblicamente, notomizzato il corpo, che se il veleno glielo avesse dato lui non ne sarebbe stato più certo.

Il R. fu d'animo grande e d'indole buona; quanto alla liberalità, il più degno nipote di Lorenzo il Magnifico e di Leone X. Discepolo del Lascaris, fu dottissimo specie nelle lettere greche; di antichi codici greci e latini adunò una libreria, la più copiosa e famosa che fosse messa insieme ai suoi tempi. La sua casa, piena di artisti e di letterati, da lui provvigionati, fra cui Do

nato Giannotti che gli dedicò il trattato Della Repubblica fiorentina, fu detta la casa della sapienza. Il Molza, il Flaminio, il Bonfadio, il Tolomei, il Berni ne cantarono le lodi. A lui indirizzò il volume delle sue Rime il Trissino, che gli era amico come la poetessa Gambara e come Michelangelo, che per lui scolpì, non senza significato, il suo busto di Bruto. Dalla sua libreria uscirono gli autografi del Machiavelli per le famose edizioni principi del Blado. Per lui incise gemme Valerio Belli e cesellò argenti il Cellini, che lo ricordò nella Vita. In una corte non certo castigata fu di costumi nettissimi. Tanto splendore di virtù ci appare maculato da certe cessioni, non tutte disinteressate, che fece di alcuni fra gli innumeri e pingui suoi benefici; ma sembra che egli, che pur seppe mostrarsi immune da tanti vizi e abusi del tempo, da questo non sapesse del tutto affrancarsi.

BIBL.: G. Pieraccini, La stirpe de' Medici di Colognolo, III, Firenze 1925, p. 202 seg.; R. Ridolfi, La Biblioteca del caval, N. R., in "La Biblioteca", 31 (1929), pp. 173-93; id., Opuscoli di storia lett. e di erudiz., Firenze 1942, pp. 104-411.