RIDOLFI, NICCOLÒ. - Cardinale, n. a Firenze il 16 luglio 1501, da Piero e da Contessina de' Medici figlia di Lorenzo il Magnifico, fu avviato alla carriera ecclesiastica subito che il card. Giovanni de' Medici, suo zio, fu assunto al papato col nome di Leone X.
Nel 1517, a soli 16 anni, ebbe la porpora cardinalizia col titolo dei SS. Vito e Modesto, che cambiò in seguito nella diaconia di S. Maria in Cosmedin e finalmente nell'altra di S. Maria in Via Lata. Nel 1518 ebbe la prepositura di Prato, il vescovato di Orvieto nel 1520; ma fu sotto il pontificato dell'altro suo consanguineo, Clemente VII, che cominciò per lui la pioggia dei benefici: al vescovato di Orvieto si aggiunsero quelli di Vicenza nel '24, di Forlì nel '26, di Viterbo nel '32, di Imola nel '33; gli arcivescovati di Firenze nel '24 e di Salerno nel '33. Questi benefici, e altri minori, assicurarono enormi entrate al R., che ne fece larga parte ai letterati di cui amava circondarsi. Eletto legato del Patrimonio (1524), fu poi inviato a tener fermi gli animi dei Fiorentini (1527); ma la sua andata sortì contrario effetto ai desideri del Papa, perché il R., per parentele, per amicizie, per inclinazione alle antiche libertà, mostrò piuttosto favore che rigore verso chi operava contro il principato mediceo e l'inviso governo del card. Passerini. Ribellatasi la città ai Medici, dopo il sacco di Roma, il R. fu del ristretto numero dei cardinali che a Parma, essendo il Papa assediato in Castel S. Angelo, si occuparono degli affari della Chiesa. Come cardinale e come parente, durante l'assedio di Firenze da parte degli eserciti papali e imperiali, fu dalla parte del Papa, essendo anche sdegnato contro la sfrenata fazione che aveva in mano la città. Ma quando questa venne sotto la tirannide di Alessandro, si schierò contro il duca con i patrioti esuli, tacitamente mentre il Papa visse, apertamente dopo la morte di lui. Ucciso Alessandro e suc-

(da p. Guillermo Furlong Cardiff, Cartografia Jesuítica del Rio de la Plata, Buenos Aires 1858, vol. 63-II, lav. 18)
Il R. fu d'animo grande e d'indole buona; quanto alla liberalità, il più degno mpote di Lorenzo il Magnifico e di Leone X. Discepolo del Lascaria, fu dottissimo, specie nelle lettere greche; di antichi codici greci e latini adunò una libreria, la più copiosa e famosa che fosse messa insieme ai suoi tempi. La sua casa, piena di artisti e di letterati, da lui provvigionati, fra cui Do-
nato Giannotti che gli dedicò il trattato Della Repubblica fiorentina, fu detta la casa della sapienza. Il Molza, il Flaminio, il Bonfadio, il Tolomei, il Berni ne cantarono le lodi. A lui indirizzò il volume delle sue Rime il Trissino, che gli era amico come la poetessa Gambara e come Michelangiolo, che per lui scolpì, non senza significato, il suo busto di Bruto. Dalla sua libreria uscirono gli autografi del Machiavelli per le famose edizioni principi del Blado. Per lui incise gemme Valerio Belli e cesellò argenti il Cellini, che lo ricordò nella Vita. In una corte non certo castigata fu di costumi nettissimi. Tanto splendore di virtù ci appare maculato da certe cessioni, non tutte disinteressate, che fece di alcuni fra gli immuneri e pingui suoi benefici; ma sembra che egli, che pur seppe mostrarsi immune da tanti vizi e abusi del tempo, da questo non sapesse del tutto affrancarsi.
RIDOLFI, NICCOLÒ. - Al secolo Lucantonio, maestro generale dei Frati Predicatori, diplomatico e scrittore ascetico, n. a Firenze nel 1578, m. a Roma il 25 maggio 1650. Ricevette l'abito domenicano (1592) in S. Maria sopra Minerva dalle mani di s. Filippo Neri, suo direttore. Fu successivamente maestro degli studenti (1609), baccelliere nel Collegio di S. Tommaso (1611), maestro in teologia (1614), docente di filosofia alla Sapienza, provinciale romano (1619-21), maestro dei SS. Palazzi Apostolici (1622), infine maestro generale del suo Ordine.
Combatté la vita privata (1629), promosse la riforma religiosa e istituì a Parigi un noviziato nazionale di formazione (1631). Per il suo spagnolismo, per aver favorito il matrimonio della principessa Olimpia Aldobrandini con Paolo Borghese e per aver parteggiato per il card. R. Ubaldini, avverso ai Barberini, cadde in disgrazia di Urbano VIII che, sotto generiche accuse, lo sospese dall'ufficio (breve Alias a nobis), lo relegò in S. Pietro in Vincoli (1542) e lo sottopose ad un processo interminabile. Lo difesero Anna d'Austria, il Mazzarino, il duca d'Orléans, Filippo IV di Spagna. Riabilitato da Innocenzo X, morì alcuni giorni prima che potesse avvenire la probabile rielezione a Generale. Scrisse molte lettere encicliche al suo Ordine, di cui notevole quella che inizia Videte vocationem vestram (1° genn. 1631), data alle stampe; Breve modo di far l'orazione mentale, Roma 1642.