ROBERTO il GUISCARDO (l’ASTUTO). - Figlio di Tancredi di Altavilla, venne in Italia nel quarto decennio del sec. XI. Fu guerriero valoroso e politico abilissimo.
Entrò dapprima al servizio dei longobardi di Capua, passò poi alle dipendenze del fratellastro Drogone, come di Puglia, che lo mandò a combattere per conto dell’altro fratellastro Unfredo, successo a Drogone (1051). Prese valorosamente parte alla battaglia di Civitate (1053) contro Leo I e alla morte di Unfredo si impose come parte di Puglia, scartando dalla successione i figli di lui (ag. 1057). Nel 1058, in un momento di tregua con Gisulfo di Salerno, ne sposò la sorella Sichelgaita. Nel 1059 concluse con Niccolò II l’accordo di Melfi, che faceva di lui un vassallo della S. Sede per i territori che già possedevano e per quelli che avrebbe conquistati, con il titolo di duca di Puglia, Calabria e Sicilia. L’occupazione della Calabria fu completata ad opera dell’ultimo dei fratelli Altavilla, Ruggero (v. Sicilia) con la presa di Reggio, nel 1060. L’anno dopo si iniziarono le operazioni contro i musulmani per la conquista della Sicilia. R., promotore dell’impresa, intervenne soltanto in qualche momento prendendo parte alla liberazione di Messina (1061), alla conquista di Catania (1071) e di Palermo (1072), ed investì il fratello dei territori calabresi e siciliani occupati e da occupare con il titolo di conte di Calabria e Sicilia, riservandosi l’alta sovranità e il diretto dominio di metà della città di Palermo, di metà della città di Messina e del Val Dèmone. Intanto R. segnava la fine della dominazione bizantina in Italia con la resa di Bari (1071), e con quelle di Salerno (1077) e di Benevento (1078) la fine dei rispettivi principati longobardi.
Nel 1080 (29 giugno) R. rinnovò a Ceprano con Gregorio VII il patto di Melfi e ne ricevette lo stendardo di S. Pietro con l’obbligo di difenderlo contro i suoi nemici. Nel 1081, col pretesto di una crisi dinastica bizantina che coinvolgeva una sua figliola, andata sposa al figlio di Michele VII Duca, ma in realtà per prevenire eventuali tentativi di riscossa, armò contro l’Impero d’Oriente una spedizione che attraversò l’Epiro e la Macedonia giunse sin presso Salonicco. Richiamato in Italia da una rivolta nel 1082, mentre il corpo di spedizione rimasto in Oriente al comando del figlio Boemondo non riusciva a mantenersi nelle posizioni raggiunte, accorse in aiuto di Gregorio VII assediato da Enrico IV. L’armata normanna recò nuovi gravissimi danni alla città già duramente provata dall’assedio. Nell’autunno del 1084 riprese la campagna contro i Bizantini, ma la sua morte (17 luglio 1085) a Cefalonia e la guerra civile tra i suoi figli impedirono il proseguimento dell’impresa.
I signori normanni ed indigeni e le popolazioni cittadine mal sopportarono la supremazia di R., affermatasi in maniera brigantesca e feroce, e frequenti ribellioni serpeggiarono nelle terre a lui sottoposte. Però egli si valse del nesso feudale, saldamente controllato dall’autorità sovrana, per legare a sé e normanni indipendenti e indigeni. Da Leone IX a Gregorio VII, i papi ne temevano la forza espansiva verso nord, ma riconoscevano in lui l’unico sostegno contro l’Impero e l’appoggio per ricondurre sotto la diretta soggezione a Roma le Chiese che l’Impero bizantino aveva sottoposto al patriarcato di Costantinopoli.